Non so davvero se la terza guerra mondiale, che è già in atto per chi non se ne fosse accorto, si concluderà con un olocausto nucleare o durerà in maniera endemica per decenni, come è accaduto molte volte nella storia senza che ce ne fosse mai spiegato il senso: siamo abituati a considerare la guerra come un Blitzkrieg, che fa immense stragi, ma dura pochi anni o addirittura mesi. Tuttavia possiamo già vedere con chiarezza i legami che esistono tra i vari conflitti in atto, persino con quelli che sembrano molto distanti dai punti focali di cui parlano le cronache, che in effetti sono già propaganda bellica a tutti gli effetti. Per esempio c’è un legame abbastanza evidente, anche se accuratamente nascosto, fra la nuova aggressività americana nei confronti del Venezuela e la pressione delle lobby sioniste di Washington, tanto che si può tranquillamente affermare che le preoccupazioni strategiche di Israele hanno giocato un ruolo significativo nel plasmare la politica Usa nei confronti di Caracas.

Quindi non si tratta più soltanto di petrolio e della grossolana bulimia americana nei confronti dell’oro nero, ma di colpire l’ “altro mondo” in qualche modo rappresentato dai Brics, a cui il Venezuela vuole aderire e che costituiscono, fra l’altro, l’avversario principale dei progetti della Grande Israele, il cui profeta è Netanyahu. In realtà le frizioni fra Tel Aviv e Caracas sono cominciate più di vent’anni fa, nel 2004, quando il governo di Chávez sponsorizzò manifestazioni a sostegno della causa palestinese, durante la seconda Intifada. Poi questa prima frattura si è allargata drammaticamente durante la guerra del Libano del 2006, quando Chávez accusò Israele di aver compiuto un genocidio. Nell’agosto 2006, il Venezuela richiamò il suo ambasciatore da Israele e in seguito dichiarò : “Israele è impazzita. Stanno massacrando bambini e nessuno sa quanti ne siano stati sepolti”. La rottura definitiva avvenne il 14 gennaio 2009, durante l’Operazione Piombo Fuso a Gaza. Chávez descrisse l’offensiva militare israeliana come una “crudele persecuzione del popolo palestinese, diretta dalle autorità israeliane”. Il ministero degli Esteri venezuelano annunciò la rottura delle relazioni diplomatiche, affermando che la decisione era stata presa “data la disumana persecuzione del popolo palestinese perpetrata dalle autorità israeliane”. E infatti Caracas ha ufficialmente riconosciuto la Palestina pochi mesi dopo la rottura.

In compenso è facile scorgere la mano di Tel Aviv in tutte le operazioni di cambio di regime tentate da Washington. Israele è stato il primo Paese a riconoscere quel povero burattino di Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela durante la crisi presidenziale del 2019 e fu lo stesso Netanyahu, appena divenuto primo ministro ad annunciarlo nel suo discorso di insediamento, a dimostrazione dell’importanza che Tel Aviv attribuiva alla questione. Ma un altro esempio lampante è l’alleanza siglata nel 2020 tra il leader del partito liberale venezuelano, María Corina Machado, con il Likud che è poi il partito al governo in Israele. Ovviamente sullo sfondo c’è l’amicizia e la collaborazione tra il Venezuela e l’Iran – coinvolgendo inevitabilmente anche Hezbollah – che hanno siglato un patto di mutua assistenza. È proprio questo elemento che sta determinando la inedita aggressività americana che sfiora anzi supera il limite del banditesco, visti i due attacchi a battelli venezuelani, accusati, senza alcuna prova, di trasportare droga. Del resto le prove non possono nemmeno esserci, visto che le due imbarcazioni sono state distrutte ancor prima di accertare la presenza di stupefacenti, con un totale di 14 morti. Dunque il fatto che Trump voglia riaffermare la dottrina Monroe, ovvero la storica pretesa di Washington di dominare tutte le Americhe, è una spiegazione parziale anche perché nessun presidente si è mai sognato di abbandonare quel disegno. Solo che la rottura delle relazioni tra Stati Uniti e Venezuela rappresenta una complessa intersezione tra egemonia emisferica, l’ovvia fame petrolifera degli Usa e la nuova geopolitica che vede Israele al centro della scacchiera della guerra mondiale in atto.

Non è certo un caso se il presidente Maduro, dopo le elezioni del 2024, ha ripetutamente attribuito la responsabilità dei problemi interni del Venezuela al “sionismo internazionale” che certamente opera in loco, ma soprattutto a Washington per estremizzare le ostilità e portare i rapporti al limite del conflitto armato.