Siamo probabilmente di fronte a una nuova bolla prodotta dalla disgregazione dell’Atlantide occidentale ed è quella della cosiddetta Intelligenza artificiale, che altro non è se non l’applicazione di potenze di calcolo prima impossibili e dunque la capacità di utilizzare e gestire set di dati enormemente più ampi rispetto al passato. È certamente un modo per simulare in maniera grossolana certi processi dell’intelligenza naturale, ma che non ha alcuna intenzionalità, né alcuno scopo se non quello dato loro dai programmatori. Si tratta di capacità che si sono sviluppate gradualmente, a cui a un certo punto si è dato un nome evocativo, accompagnato da un fascio di narrazioni millenaristiche per mettere in piedi un nuovo universo speculativo e rastrellare soldi a man bassa sul mercato. Ma qualcosa comincia a non funzionare in questo meccanismo infernale e la prima preoccupazione è stata l’ingresso della Cina in questo campo che ha immediatamente fatto capire che i profitti potrebbero essere assai inferiori a quelli previsti e sognati.

C’è tuttavia anche un elemento di imbroglio in tutto questo e lo dimostra la bancarotta dichiarata dalla Builder.ai, una startup britannica di intelligenza artificiale sostenuta da Microsoft, uno dei maggiori protagonisti di questo settore, con 445 milioni di dollari e dalla Qatar Investment Authority. La società si proponeva di sfruttare l’intelligenza artificiale per generare app personalizzate in “giorni o settimane”, che avrebbero prodotto codice funzionale con un minore coinvolgimento umano. Invece nulla di tutto questo: la Builder.ai barava alla grande, non era in grado di fare ciò che prometteva e per la programmazione di app si serviva di una squadra di 700 ingegneri indiani in forza alla società VerSe Innovation con sede a Bangalore, per scrivere effettivamente il codice di programmazione, travisando il ruolo dell’Ia. Le app sviluppate si basavano su modelli predefiniti e venivano successivamente personalizzate per adattarle alle richieste dei clienti. Insomma è successo qualcosa di simile ciò che accadde nel ‘700 dove furono realizzati celebri automi capaci di giocare a scacchi, ma nei quali si nascondeva in realtà un uomo esperto del gioco.

Ovviamente tutto questo era sostenuto da entrate gonfiate, fatturazioni manipolate e trucchi contabili, ma non è questo il punto: la cosa rilevante è che la bolla dell’IA tende a nascondere l’apporto umano, un po’ per coprire problemi di programmazione che effettivamente ci sono e un po’ per far crescere una sorta di mitologia dell’intelligenza artificiale che si auto crea. Certo questo può essere un fattore di preoccupazione, ma in ogni modo attira attenzione e investimenti. Del resto anche Open AI l’azienda che ha sviluppato ChatGPT, ma non quotata in borsa, potrebbe aver perso circa 5 miliardi di dollari e non è escluso che possa dichiarare bancarotta nel prossimo futuro oppure essere assorbita dal partner Microsoft. Del resto la sola gestione della GPT costa 700 mila dollari al giorno e senza entrate significative non sarebbe sostenibile. Secondo il fondo d’investimento Elliott Management, è possibile che le applicazioni di IA “non saranno mai convenienti dal punto di vista economico, non funzioneranno mai come ci si attende, richiederanno sempre troppa energia o si dimostreranno inaffidabili”.

Insomma, un misto di attese eccessive, peraltro create ad arte, di investimenti troppo alti, di tecnologie ancora da sviluppare sono gli spilli che si stanno avvicinano alla bolla. E del resto le applicazioni reali sono ancora assenti al di là della capacità di riassumere gli appunti di un meeting, generare report e aiutare con la scrittura di codice informatico. Soprattutto però c’è il problema che le major del settore non possono più, come da sempre, agire come in regime di monopolio: ci sono altri concorrenti in grado di fornire gli stessi servizi a costi inferiori o nulli come, per esempio, DeepSeek. Forse proprio questo punto non è stato preso in considerazione: difficile prendere atto che il mondo è cambiato, non è più solo occidentale. Boom.