Attacco di panico

Gustave Courbet - Self-Portrait (The Desperate Man) ca. 1845Una delle cose più inaspettate, ma più significative riguardo alla nuova presunta peste che ci minaccia è la straordinaria differenza che esiste tra la capacità scientifica di individuare l’agente infettivo, sequenziarne il Dna, preparare il terreno per un vaccino e l’incapacità sociale e politica nell’affrontare il problema nella sua giusta dimensione e di impedire  il contagio, anche al di là dell’effettiva gravità della malattia che di fatto è una sindrome influenzale forse anche meno preoccupante delle solite perché non colpisce le fasce di età infantile. Non si può credere che il comitato scientifico messo in piedi dal governicchio abbia consigliato di far rimanere a casa gli ultra sessantacinquenni (magari anche quelli che la Fornero ha costretto al lavoro)  che non sono portatori privilegiati, ma solo persone più a rischio delle altre qualora presentino gravi patologie ( i morti di cui si parla sono infatti nella quasi totalità deceduti con il coronavirus,  non per il coronavirus), ma anche coloro che pur stando bene sono risultate positive al Covid 19. Ora questo potrebbe sembrare un buon metodo di contenimento dell’infezione a noi uomini della strada abbrutiti dalla televisione e dalla paura, ma non dovrebbe essere affatto il consiglio proveniente da esperti.

La teoria principe per spiegare la stagionalità delle pandemie ( vedi nota)  invernali di influenza  (e nelle regioni tropicali nella stagione delle piogge) è che le persone passano maggior tempo nei luoghi chiusi e a casa, dove esistono tutte  le condizioni ideali per la diffusione dei virus da individuo a individuo e questo vale sia per i familiari, sia per chi  accede all’ambiente casalingo, personale sanitario, fornitori, amici, badanti, artigiani, colf e quant’altro. Questo anche ammesso che la quarantena venga effettivamente rispettata, cosa assolutamente incerta visto che è già provato da innumerevoli esperienze che le restrizioni ai movimenti possono rivelarsi controproducenti, causare panico e incitare le persone a fuggire a tutti i costi. In alternativa è stato ipotizzato che le infezioni di influenza durante l’inverno potrebbero essere connesse con le fluttuazioni stagionali dei livelli di vitamina D, che è prodotta dalla pelle sotto l’influenza delle radiazioni ultraviolette del sole: stando in luoghi chiusi di certo molto sole non se ne prende. Insomma per evitare con certezza  la diffusione del virus  i portatori sani accertati e guariti dovrebbero essere tenuti in isolamento in ospedale  dove tuttavia non ci sono né posti, né personale, né soldi sufficienti per poter attuare questa misura, ricorrendo così alla falsa sicurezza della quarantena casalinga. In questo modo si rischia di far rimanere in circolo virus fino a che la maggior parte della popolazione non abbia sviluppato delle difese immunitarie che, vista la scarsa variabilità di questo coronavirus rispetto ai ceppi di virus influenzali, dovrebbero essere permanenti. Del resto nel percorso storico che possiamo ricostruire con certezza vediamo che le draconiane misure di isolamento per il contenimento  della lebbra in Europa non riuscirono per nulla a sradicare l’endemia, mentre la malattia quasi scomparve durante la “piccola glaciazione” tra la fine del Cinquecento e tutto il Seicento perché costrinse le persone a coprirsi di più anche in casa e dunque a ridurre i contatti  di pelle.  Non c’entra nulla con il coronavirus, ma lo dico per sottolineare che a volte le precauzioni più ovvie possono non funzionare.

La cosa che però quasi ogni giorno mi chiedo che non è affatto banale o affidabile a qualche complottismo di maniera, è perché una patologia, simile se non completamente sovrapponibile a quella dell’influenza di cui peraltro quasi nessuno ha paura susciti tanto allarme.  O ancor meglio perché il mezzo milione  di morti fatti dall’influenza ogni anno non meritano una riga e tanto meno misure eccezionali o precauzioni di qualche tipo. Avere paura di contrarre una malattia è naturale, ma avere un terrore esagerato per qualcosa e trascurarne completamente un’altra è una schizofrenia cognitiva di cui non riesco a farmi una ragione.  Diciamo che si tratta di un attacco di panico che in realtà allude a situazioni complessive di vita e di rapporti molto più complessi di un virus para influenzale, che la vera malattia è altrove, in un sistema che ha smantellato futuro e certezze, ma che è riuscito a infiltrare  il sistema immunitario delle persone a tal punto che non si riesce a reagire in maniera diretta, ma solo con un trasferimento di angoscia, che è quanto mai benvenuto per il potere.

 

Nota Poiché l’influenza invernale si sviluppa alternativamente nell’emisfero Nord e in quello Sud, nonostante l’enorme numero di contagiati non è tecnicamente una pandemia, nel senso che non colpisce contemporaneamente l’insieme dell’ecumene, mentre se colpisse 5000  persone, ma  sparse un po’ dovunque lo sarebbe. Tecnicismi, anzi definizionismi un po’ burocratici  che vengono da oltre atlantico e che tuttavia incidono nella comprensione quando a pandemia si dà un valore molto più sinistro rispetto alla ” semplice” epidemia.

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