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La museruola

musAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa dovrebbero dire gli armeni, i rom e sinti, gli ebrei, i nativi americani. ( a proposito, non a caso,  la recente furia iconoclasta ha preferito non mettere al bando Ombre Rosse, che tanto ha contribuito alla leggenda della furia feroce dei pellerossa colonizzati da assassini e criminali, altrettanto crudeli sfuggiti alla giustizia di società civilizzate)?

Se ormai la loro lotta contro la menzogna che ha messo in dubbio persecuzioni, genocidi e annientamenti – oggetto tra l’altro di gerarchie e graduatorie mentre ognuna avrebbe diritto a essere considerata speciale e non ripetibile – adesso, che nelle schiere di Irving, Faurisson, Dodik, Bernard Lewis -e altri 68 storici americani impegnati a disinfettare la storia turca dalla macchia dello sterminio degli armeni-  vengono  arruolati con Trump e Orban, Salvini,   la Meloni, un cantante simil-lirico ospite fisso di Sanremo, cui finora era stata concessa pietosa considerazione per via di una grave handicap, anche  tutti quelli che sollevano obiezioni e esprimono perplessità nei confronti della declinazione  del neoliberismo in controllo etico- sanitario, grazie al credo imperante che paralizza ogni istinto, salvo quello di conservazione e ogni razionale esigenza di certezze.

Quest’ultima,  paradossalmente, contrastata proprio dagli scienziati, per i quali fondamento irrinunciabile dell’azione dovrebbe essere il dubbio, e dunque la ricerca continua per dissiparlo, che ci obbligano invece all’atto di fede cieco nella loro persona più che nella loro disciplina.

Succede  da quando i cittadini  vengono divisi  tra chi, i responsabili e rispettosi degli altri, è disposto a rinunciare a condizioni normali di vita, rapporti affettivi e sociali, lavoro, godimento di cultura e bellezza nei luoghi deputati, espressione di convinzioni politiche  religiose, sacrificandoli in nome del rischio di ammalarsi, e quelli, inconfessati frequentatore di crapule e ammucchiate perfino in siti istituzionali,  che ostentatamente non indossano la mascherina e probabilmente non si lavano le mani dopo la pipì in segno di aperta ribellione.

La  divisione a monte, sia pure poco dichiarata e ammessa, era già stata effettuata tra quelli che, secondo una inammissibile lotteria, venivano estratto per restare a casa, protetti dal rischio in virtù di una estrema applicazione del principio di precauzione, salvi, anche se minacciato da altri pericoli su cui veniva consigliato di soprassedere, perdita del lavoro postuma, svalutazione delle mansioni, riduzione delle remunerazioni, effettiva cancellazione del diritto all’istruzione.

Loro, i primi, esentati e ammessi solo virtualmente alla realtà che continuava a svolgersi fuori, animata dagli “altri”,  i sommersi, milioni di lavoratori addetti a attività essenziali, costretti quindi a affrontare l’azzardo del contagio su bus/ metro /uffici /officine/ grandi magazzini/ fabbriche, inizialmente apprezzati alla stregua degli angeli in camice, poi subito rimossi: pony inefficienti, operai manifestanti in assembramenti scriteriati, facchini in ritardo sulle consegne, pastai renitenti a produrre penne rigate, dei quali non conosciamo il destino perché stranamente esclusi dalle torve statistiche dei malati e dei decessi, compresi quelli abitualmente liquidati come  morti bianche, che ce ne sono state eccome.

Io personalmente la mascherina la indosso, perché non mi va di avviare contestazioni con custodi dell’ordine pubblico ormai incaricati della repressione dei popoli dell’apericena, della movida, dell’invasione del centro sgradita a Galli Della Loggia in quanto offensiva di profilassi e decoro, dei costruttori di castelli di sabbia e degli atleti del racchettone, ma anche per la stessa forma di rispetto che da laica, atea e agnostica riservo al credo degli altri, perfino quando assume la forma della superstizione.

Sono convinta che non svolga alcun servizio, così come la retorica dei vaccini mi pare che abbia assunto le forme della credulità apotropaica se dobbiamo dar retta al “revisionismo” della Fda americana che sta ripiegando sull’ipotesi di un prodotto che prevenga le malattie, non le infezioni, o alle preoccupazioni di quegli appartenenti alla comunità scientifica non completamente assorbiti dal pensiero unico riconducibile a Gates, che ricordano che  servirebbero agenti in grado di  proteggere dalle malattie, non necessariamente dalle infezioni, e che tra l’altro, in alcuni casi, morbillo o pertosse ad esempio, producono l’effetto di far sviluppare forme lievi del morbo da cui dovrebbero proteggere, diffondendolo a altri.

Eppure,  automaticamente, sono e sono stata arruolata nelle schiere di negazionisti e complottisti: è proprio questo il grande successo registrato dallo “stato di emergenza” del quale nessuno pare osi mettere in dubbio la necessità:  integrare a forza critica e obiezioni nel concerto di borborigmi, versacci, sberleffi , del berciare della destra che occupa giornali e rete incarnazioni del  pericolo n.1, annoverando ogni dubbio e perplessità negli infamanti copioni dei rovinologi irresponsabili e maleducati.

Per mesi in vigenza del lutto, si è stati fermamente e unanimemente richiamati all’obbligo della compostezza, del rinvio doveroso del giudizio, perfino nei confronti degli amministratori imbelli e corrotti, perché sarebbe stato contrario al bon ton del dolore condiviso sollevare sospetti e accuse,   catalogabili perfino come razzismo alla rovescia, Sud contro Nord.

Per mesi l’invito era quello di non disturbare il miglior manovratore che ci potesse capitare, sostenuto perfino da inusuali appelli di intellettuali, procrastinando il più elementare processo democratico, quello della critica per non parlare della partecipazione, al “dopo”, applicando il metro delle sardine, che  fa preferire il condizionamento  educato, la dolce pressione e la  repressione garbata, l’asservimento sorridente e bendisposto al padronato, perfino le firme in calce ai trattati con tiranni  sanguinari, se la penna correa appartiene all’esecutivo di successo, alle inopportune e irrazionale veemenza della “destra”.

Se avevate creduto che la fine della fase più dura e energica, con l’avvio del rilancio, della ricostruzione post bellica, sarebbe stato reintrodotto l’esercizio libero della critica, per non dire della possibilità di intervenire nelle scelte che ci riguardano, vi sbagliavate.

Ed è questo che fa capire che se complotto non c’è stato, la gestione del covid ha davvero prodotto una sospensione della democrazia e dei diritti costituzionali, da quello allo studio, a quello all’assistenza e cura, oggi interrotto nelle strutture pubbliche, da quello alla mobilità a quelli del lavoro.

Può darsi che abbiano ragione, tra i costituzionalisti che di volta in volta, come tira il vento, assumono o perdono prestigio, magari sostituiti dalla Boschi in barchetta,   che garantiva con lo smantellamento della Carta la vittoria sul cancro, quelli che dicono che non c’è stato oltraggio alla Costituzione, laddove prevede poteri e misure eccezionali in particolari condizioni di pericolo per la società.

Ma che condizione particolare può concedere a un governo di non dare assicurazioni sul ristabilimento delle prerogative che garantiscono per tutti l’accesso all’istruzione? Che condizione anomala può permettere la normalizzazione della demolizione delle conquiste del lavoro frutto di anni di lotte, per rispondere alle pretese padronali?

Che situazione di crisi, non certo inattesa, può imporci di essere grati e consentire  a un potere sovranazionale dominato da una élite esterna e ostile di mettere a disposizione in forma condizionata e controllata i nostri soldi, intervenendo sulle modalità di spesa e sulle scelte degli investimenti, fino a prevedere che la disobbedienza a criteri e requisiti obbligati possano determinare l’intervento commissariale sulla natura e composizione dei governi nazionali?

Che accadimento speciale può realizzare l’egemonia della rinuncia e del sacrificio, l’opportunità della resa ai comandi in cambio di una imitazione della sicurezza e della sopravvivenza, quando sovranità e competenza sulla spesa e sulle scelte che riguardano le nostre vite sono state cedute a fronte dell’appartenenza in veste di partner poco graditi e per niente affidabili a un contesto che ci  depreda e ci disprezza?

Non sarà che la mascherina ha davvero una indiscutibile efficacia e finalità, anzi due? bavaglio e museruola?


Finché la barca va

fotoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Avete visto che poi è andato tutto bene? Lo conferma la foto repentinamente evaporata della marchesina Maria Elena Boschi y Iosoio y Voinonsieteuncazzo, nella sua nuova versione sbarazzina – pare grazie a un amore fanciullesco con giovane attore sconosciuto che grazie a lei gode di inattesa notorietà alla pari con analoghe e criticatissime compagne di trastulli di  attempati notabili – immortalata, ridente e spensierata, in barca al largo di Ischia con altri gitanti tutti festosamente assiepati sulla tolda e privi della molesta mascherina.

In attesa che il presidente del consiglio sospenda l’obsoleto stato di emergenza, anche in vista della regolarizzazione e normalizzazione di quello debitorio, ci attendiamo venga ritirato l’anatema lanciato contro runner a Villa Ada, organizzatori di rave party, promotori di crapule e grigliate e scambisti.

E immaginiamo che sarà subito restituita la reputazione a compulsivi complottisti e irriducibili dietrologi che avevano messo in dubbio la pressione mortale del virus, o, peggio, che avevano sospettato che l’allarme fosse un espediente non certo nuovo nella storia per costringere la popolazione infantile e ignorante a affidarsi ai competenti e ai decisori, a sottoporsi a restrizioni delle libertà, solo apparentemente provvisorie, in cambio della sopravvivenza,  qualora fosse garantita l’appartenenza alla schiera dei meritevoli non addetti alle attività essenziali.

Come si è sempre verificato nel tempo, l’incauta forosetta non ha resistito, proprio come i trasgressori del distanziamento negli stabilimenti di Ostia, o gli aperitivisti sui Navigli, o i ragazzi della movida, a godersi la ritrovata libertà.

E d’altra parte se il venir meno a certi requisiti di sicurezza è concesso a conviventi e coppie stabili e regolari, potrà bene essere permesso a quelli che in anni lontani si chiamavano tra loro compagni di partito, uniti della stesse aspettative e dalla testimonianza di operare uniti in nome degli umili, degli sfruttati e che adesso come nella vecchia Dc di Fanfani, Gaspari e Rumor  (ormai rimpianti in qualità di statisti) si dichiarano “amici” –  e infatti l’immagine domenicale dell’allegra brigata recava la didascalia “Che bella cosa l’amicizia!” – se e a tenerli insieme sono proprio interessi comuni, comuni ambizioni ed esperienze condivise, compresa quella di stravolgere la costituzione per rafforzare il potere della loro cricca una volta insediatasi e di rappresentare volontà e bisogni di prestigiosi referenti, magari proprietari di yatch sui quali si augurano di essere invitati al posto di certe avvilenti tinozze. Più amici di così!

E ci credo che  se la ride beata e rilassata, la squinzia spudorata.  Pensa che soddisfazione averci presi ancora una volta per i fondelli, anche grazie a quella simpatica consuetudine cara agli insider di tutte le razze a di tutti i contesti, di assecondare chi sta ai comandi, con dei distinguo che assolvano a un ruolo ricattatorio e intimidatorio, plasticamente ritratti nell’icona conservata da un sito birichino:  appoggio le tue misure repressive che corrispondono alla mia indole di zarina, ma come una zarina so che, essendo destinate a mugic e straccioni, come le brioche senza pane, senza lavoro e senzatetto del Recovery Found o le briciole della Bellanova agli osti, sono legittimata a fare come mi pare, mi compete e merito.

Che poi mica volevate che stesse a lavorare alla Camera, la cui alacre attività si svolge sfocata sullo sfondo del dinamismo delle task force che l’hanno esautorata, mica avrete pensato che in qualità di esponente di un partito presente nella compagine governativa si stesse spendendo per dare forma a un programma di spesa delle risorse generosamente offerte dall’Ue.

Quando pare che sia tutto fatto come racconta esultante la stampa ufficiale, grazie all’operoso impegno degli Stati Generali che ha prodotto una strategia in nove punti e 137 progetti, già esibita come “canovaccio” a frugali e benigni interlocutori comunitari, tra piano choc per infrastrutture e cantieri per un’Italia interconnessa e connessa grazie alla digitalizzazione, sburocratizzazione e semplificazione,  a beneficio della libera iniziativa premiata anche con provvidenze speciali per le imprese, insomma un libriccino dei sogni che alla Programmazione e al Club di Roma dei favolosi anni ‘70  “je spiccia casa”, tanto che pare scritto nelle anticamere della Leopolda.

E ci credo che se la ride, la briosa sfrontata ultima interprete della fortunata formula “siamo tutti sulla stessa barca” insieme a Sacconi, Ichino, Thyssen Krupp, Riva.

E infatti,  o il pericolo è passato, o se c’è stato davvero e in quelle dimensioni, dimostra che anche il Covid, per chi lo sa usare,  lavora al servizio  della lotta di classe alla rovescia dei ricchi e privilegiati contro i poveri e sfruttati, mietendo vittime solo tra i dannati della terra, vecchi, malati, vulnerabili e vulnerati dalla miseria, dalla solitudine, dalla trascuratezza di sé che comporta vivere ai margini del benessere sempre più esclusivo che obbliga alla rinuncia prima del superfluo e poi, via via, del necessario.

 

 


Marcia sulle rovine d’Italia

bacch Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è stata primavera nella quale non sia echeggiato il grido di dolore di imprenditori che denunciavano sulle prime pagine di autorevoli quotidiani: ”cerco barista”, “cerco panettiere”, “cerco bagnino”.

Avevano, a loro dire, pubblicato l’annuncio promettente  ma nessuno voleva rispondere all’offerta generosa di un competitivo cottimo o di vaucher, la formula preferita dai padroncini, senza contributi e a una paga oraria di 7,5 euro netti.

Ogni anno si alzava il piagnisteo: “offro un posto, ma ormai i giovani non hanno voglia di far niente, stanno a casa con la paghetta dei genitori, aspettando il reddito di cittadinanza”. E basta pensare alla riprovazione della quale sono stati oggetto i “volontari” dell’Expo, o il biasimevole personale del Gran Norcino Farinetti che ha disertato la sua cittadella del gusto.

Ai titoloni pieni di biasimo per i flaneur e gli sfaccendati, non si accompagna mai l’esibizione di qualche dato statistico sui tirocini a 400 euro al mese per 40 ore alla settimana, sulla obbligatorietà di accumulare due o tre lavoretti alla spina per mettere insieme pranzo e cena, su paghe di tre o quattro o sei euro lordi l’ora  o per venti righe di una news nel precariato giornalistico, in un Paese che registra il 14% di forza lavoro in condizioni di “povertà lavorativa” – lo dice l’Inps –,  dove il 30% dei giovani occupati prende meno di 800 euro al mese, dove si guadagna meno di trenta anni fa a parità di professione, qualifica e carriera, titolo di studio.

Quest’anno il termine utile per dare sfogo alla lagna miserabile contro i choosy, i perdigiorno e gli scansafatiche è scattato prima per via delle produzioni agricole ferme e dei campi disertati, cui si è posto rimedio con una sanatoria raggiro che pone rimedio al caporalato pregresso degli irregolari permettendo a chi li ha sfruttati di esonerarsi dai carichi penali e amministrativi con 400 euro e un’ammenda forfettaria per i contributi non versati, che, si hanno le prime denunce, vengono abitualmente fatte pagare agli stessi immigrati.

Mentre intanto per i nostri connazionali si aprono formidabili opportunità di carriera nei cantieri delle Grandi Opere, come magazzinieri e pony delle catene dei prodotti online, definitivamente sdoganate  in qualità di attività essenziali, e pure come steward di spiagge private, che in quelle pubbliche devono offrire il loro contributo volontario  gli immeritevoli percettori di reddito di cittadinanza o sussidi.

E figuriamoci se non sarebbe successo: in nome della salute è diventata definitiva la rinuncia obbligatoria alla tutela di talenti e competenze, ai diritti e alle conquiste, retrocessi a lusso e privilegio concesso a pochi, per nascita, appartenenza sociale, iscrizione a circoli e delfinari chiusi ed esclusivi.

E più che mai tocca astenersi dalla rivendicazione della dignità, personale e di popolo, termine questo quanto mai impopolare, appunto, preferendogli “ceto”, “società”, “categoria”, “ordine”, “grado” purchè si eviti qualsiasi riferimento all’arcaico “classe” che ricorda conflitti inopportuni e disdicevoli in un momento nel quale va salvaguardata e promossa l’unità di tutti per battere l’apocalittico nemico.

Infatti quello che si esige dai lavoratori si pretende da Paese. Che dovrebbe – dopo aver abiurato a sovranità, potere decisionale, identità nazionale accusata di sovranismo, al fine di conseguire una maggiore efficienza dell’economia all’interno dell’eurozona, garantita dall’appartenenza all’Unione Europa, soggetto designato alla costruzione di una società più libera e più giusta, finendo per essere soggiogato dal dominio delle élite finanziarie sovranazionaliste intente a distruggere la  statualità, ultimo baluardo a difesa dei beni comuni e dei ceti più deboli, ecco, dopo questo, sarebbe anche tenuto a abdicare a storia, memoria, vocazione, onorabilità, reputazione, rispetto.

In nome del doveroso rispetto delle regole, da più di vent’anni l’Italia ha smesso di crescere,  di creare e assicurare  lavoro stabile per i propri figli, di  salvaguardare l’accesso ai servizi sociali, di tutelare la salute, di dare istruzione e cultura, di esercitare la regolare manutenzione del territorio.

Ogni giorno la grande stampa auspica la promozione a più alto incarico del ministro Franceschini, impegnato in prima persona a battersi in quella che qualcuno ha chiamato la “guerra delle briciole”, per far riconoscere agli italiani il ruolo di baristi,  osti, portieri, locandieri, facchini, autisti, marmittoni.

Come è giusto esigere da un paese retrocesso a terzo mondo interno dell’Occidente, che è obbligato a prestarsi a un futuro servile, terra di giacimenti culturali troppo poco sfruttati, di paesaggi non abbastanza  degradati, di musei non sufficientemente abili a fare cassa, a aree archeologiche non sufficientemente predisposte a ospitare sfilate di mutande, a gallerie poco pronte a esibire mostre farlocche a beneficio dei critici/manager, delle multinazionali dei cataloghi e dei gadget, delle assicurazioni e dei “servizi aggiuntivi”: edizioni di scadenti sussidiari, ristorazione, merchandising.

Il destino è segnato, si riaprono i cantieri, la gleba torna  ai solchi bagnati di servo sudor e le città d’arte devono riaprirsi come prima e peggio di prima all’arrivo desiderato e promosso di turisti. Peggio di prima, si, perché dobbiamo scontare il danno alla reputazione di essere in testa ai paesi contagiati, con record di morti che gettano ombre sulla nostra ospitalità ed efficienza,  avanguardia tra gli accattoni del Mes .

Dopo che per mesi anime belle di sono beate dell’ineguagliabile bellezza di Venezia deserta, del concerto armonioso dei passi che echeggiano sul selciato di Piazza della Signora, proprio sopra l’alta velocità di Nardella, del blu del mare davanti ai casermoni obsoleti prima di essere finiti della Calabria, come ridicole quinte del teatro del consumo di suolo, diventa auspicabile che si riaprano le frontiere all’arrivo dei ciabattoni, ovunque  e comunque ci beneficino con la loro presenza, nelle città e nei paesi  da dove vengono espulsi i residenti per far posto a alberghi, case vacanze e B&B, che dopo la prova dell’epidemia devono rifarsi incrementando l’offerta di servizi esecrabili e illegali.

Non si può mica andar troppo per il sottile, è ora che i professori di storia dell’arte espulsi dalla Buona Scuola si prestino a fare le guide su e giù per le calli con il berrettino e l’ombrellino narrando col megafono la storia della superpotenza ridotta a disneyland, che la Sicilia si presti a diventare uno sterminato campo di golf, che i laureati in beni culturali si adattino a fare gli inservienti e i baristi nei posti di ristoro dei musei impegnati a far cassa, che i ragazzi dei conservatori indossino crinoline e marsine per intrattenere i villeggianti fuori dalle hosterie, e che i diplomati nelle scuole alberghiere diano fuoco alle crepes suzettes tra  le rovine di prestigiose aree archeologiche, in occasione di  matrimoni e convention.

Dobbiamo essere pronti a tutto, alle Olimpiadi che nessuna città moderna e civile vuole più per non pagarne il conto arretrato  a vent’anni di distanza, a vendere agli emiri porzioni di Milano o le coste sarde perchè ci allestiscano un ospedale accanto ai resort, non fidandosi ragionevolmente dei nostri servizi, a elemosinare dai corsari delle crociere il transito davanti a San Marco.

Eravamo nati con la camicia, per bellezza, creatività, produzione artistica, paesaggio. Adesso la fanno diventare una camicia di forza, dove siamo costretti da carestia, perdita di beni, indebitamento, ricatti. Che si sa, i poveri sono matti.

 

 


La strage silenziosa

annegareNe uccide più l’emergenza che il coronavirus, peraltro così debole che adesso si comincia ad agitare lo spettro di altri virus in arrivo per sostenere la paura che fatalmente va scemando. Solo che i morti di emergenza non vengono nemmeno citati mentre aumentano a vista d’occhio. Tutti noi abbiamo sotto gli occhi una sanità allo sfascio dove ormai non si cura più nulla che non abbia a che vedere con il Covid. Il presidente della Società italiana di cardiologia, Ciro Indolfi, ha lanciato l’allarme: la mortalità per infarto è triplicata passando dal 4.1% al 13.7% a causa della mancanza di cure (la riduzione dei ricoveri è stata del 60%) o dei ritardi (i tempi sono aumentati del 39%), causati dalla paura del contagio. Lo ha accertato uno studio nazionale in 54 ospedali, nella settimana 12/19 marzo,  confrontando lo stesso periodo dello scorso anno. Per Indolfi  “L’attenzione della sanità su Covid-19 e la paura del contagio rischiano di vanificare i risultati ottenuti in Italia con le terapie più innovative per l’infarto e gli sforzi per la prevenzione degli ultimi 20 anni. L’organizzazione degli Ospedali e del 118 in questa fase è stata dedicata quasi esclusivamente al Covid-19 e molti reparti cardiologici sono stati utilizzati per i malati infettivi. Inoltre, per timore del contagio i pazienti ritardano l’accesso al pronto soccorso e arrivano in ospedale in condizioni sempre più gravi, spesso con complicazioni aritmiche o funzionali, che rendono molto meno efficaci le terapie che hanno dimostrato di essere salvavita come l’angioplastica primaria. Se questa tendenza dovesse persistere e la rete cardiologica non sarà ripristinata, ora che è passata questa prima fase di emergenza, avremo più morti per infarto che di Covid-19”

Probabilmente le stesse cose si potrebbero dire per altri campi delicati come quello l’oncologia dove il  20% dei malati  (parliamo di quasi 250 mila pazienti su un totale di quasi un milione e 200 mila persone) ha saltato i trattamenti per timore del contagio o è stato costretto a saltarli a causa dell’emergenza;  ma d’altronde non poteva che essere così nel momento in cui ci si è prestati a consentire la folle enfatizzazione di una sindrome influenzale in vista di scopi diversi tra i quali c’è appunto la totale privatizzazione della sanità. E badate si parla di un Paese dove ci sono 50 mila morti l’anno – veri –  per infezione ospedaliere senza che nessuno abbia mai avuto nulla da dire su questa vergogna. Ma adesso è inutile pensare al futuro e al ripristino di una normalità che non ci sarà per la gioia di qualche intellettualino stupido che insegue patetiche arcadie: non ci sono più i soldi per farlo e men che meno ci sarà  la volontà di farlo. In futuro si potrà facilmente vedere che l’emergenza creata ad arte avrà fatto molti più morti del coronavirus ma di certo al governo attuale e a quello futuro con alla testa Draghi sapete quanto gliene potrà fregare di un salto indietro di venti o trent’anni nella cura dell’infarto che gli toglie di torno un mucchio di pensionati? O della minore efficienza nel campo dei tumori che richiede in primo luogo la diagnosi precoce e dunque una complessa e costosa rete di accertamenti e analisi oltre che di screening quanto più ampi possibile e di prevenzione? Solo chi avrà i soldi potrà curarsi seriamente  chi invece non potrà permetterselo dovrà accettare i palliativi che passa il convento. Ed è questa la nuova normalità.

 


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