Mose, pentitismo e perseveranza

acqua-alta-venezia-VTVE Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stamattina alle sei e trenta le lugubri sirene hanno avvisato che l’acqua sarebbe salita a 150 cm. sul livello del mare e verso le 8 il dato è stato aggiornato a 160. I supermercati sono vuoti, non si trova il latte, la marea ha invaso l’ospedale e minaccia le centraline elettriche del pianoterra, mettendo in funzione i dispositivi anti incendio che fanno scendere i fiotti d’acqua anche nei reparti, non c’è il pane, ma nemmeno la  voglia di dare vita alle battaglie per ottenerlo.

Perché pare che il sentimento comune tra i nobili e i plebei sia l’impotenza.

Se ne è fatto interprete l’ex sindaco Cacciari molto propagandato in rete con la sua pretesa di innocenza: sarebbe stato sempre contrario al Mose – ma non alla cupola mafiosa che si era organizzata intorno a quel “pretesto”, conoscendo le sue intrinsechezze con le cerchie imprenditoriali e padronali esemplarmente incarnate dalla dinastia Benetton cui ha aperto le porte della città. Il suo dissenso deve averlo bofonchiato a mezza bocca in mezzo alla lussureggiante e intramontabile barba  nera, che non esiste documentazione di un suo disaccordo espresso nelle sedi ufficiali in veste di sindaco o di autorevolissimo membro del Comitatone per la salvaguardia di Venezia, mentre i veneziani ricordano bene i suoi vigili urbani sguinzagliati per reprimere e sgominare la banda dei sostenitori delle soluzioni alternative che montavano banchetti con materiali illustrativi, trattati come le missive degli anarco- insurrezionalisti.

Ma, lascia intendere che oltre  a inviare alla Presidenza del Consiglio nel 2006 uno scarno inventario di soluzioni alternative sotto forma di raccomandazioni, a lavori iniziati tre anni prima, non era possibile contrastare quel progetto sbagliato, inutile, dannoso per l’ambiente, i bilanci pubblici  e la legalità, nemmeno dalla tribuna più influente  e prestigiosa, considerazione che in un paese normale sarebbe valsa le immediate dimissioni.

Il fatto è che il sistema economico parassitario e speculativo è ormai inteso alla stregua di un fenomeno che segue le leggi di natura, incontrastabile e irresistibile, proprio quando i fenomeni naturali non lo sono più e diventano opportunità per contrastarli paradossalmente con le stesse armi che ne hanno promosso la degenerazione  in calamità, misure di emergenza, leggi eccezionali e autorità speciali con licenze infinite, a cominciare da quelle dalle regole, colate di cemento sotto le quali seppellire malaffare, veleni, equilibri delicati come quello della Laguna.

E infatti la giuliva ministra De Micheli non ha visto il momento del lutto collettivo per ribadire con virile fermezza che la guerra all’acqua alta la si vincerà mettendo in funzione, contro ogni ragionevole previsione, entro il 2021, rinforzando magicamente le paratie confezionate con materiali scadenti, ripulendo per incantesimo le cerniere da ruggine e allevamenti spontanei di cozze, e coì via. Certo la salvezza della città costerà ma vale la pena aggiungere qualche centinaio di milioni ai 6 miliardi e oltre di costo del mostro e alle spese di ordinaria manutenzione straordinarie fin dalla prima pietra, anche per dare un po’ di respiro alle cordate imprenditoriali che tanto hanno contribuito alla tenuta in vita di un ceto misto tra politici, amministratori, controllori e che sono costrette a cercare nuove fonti di guadagno  nell’outlet di Mafia Serenissima, reparto Grandi Navi.

Sul perché a sua tempo si scelse il Mose, sull’onda, vale la pena di ricordarlo, della mobilitazione mondiale dopo l’alluvione del ’66 – e infatti c’è da temere che lo stesso stato d’anima collettivo produca la riconferma dell’insano progetto – è stato scritto ossessivamente in questi anni su questo blog e ieri lo ha riassunto il Simplicissimus qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/14/venezia-non-si-distrugge-in-un-giorno/).

Non a caso quello che si è sempre proclamato l’inventore del Mose, l’ingegner Giuseppe Mazzacurati, ne è anche il padrone attraverso il Consorzio cui viene affidata la realizzazione del progetto e in generale delle opere di salvaguardia della città, in regime di concessione unica  grazie a un particolare meccanismo ideato nel 1984, con la seconda Legge Speciale, senza gare d’appalto, né concorrenza e nemmeno controlli, affidati al Magistrato da subito impotente a esercitare la necessaria vigilanza. È ancora Mazzacurati, diventato direttore con uno stipendio di 50 mila euro al mese. a fissare le quote di lavori spettanti a ogni impresa, i prezzi e le consulenze, la destinazione dei finanziamenti: si saprà in seguito  che  buona parte di quel denaro veniva accantonato per costituire i fondi neri per oliare la macchina della corruzione. E si deve a lui un altro creativo accorgimento che consiste negli oneri del concessionario: per ogni lavoro grande e piccolo realizzato dalle imprese del Mose, al Consorzio spetta il 12 per cento, quindi su sei miliardi di costo la generosa percentuale ammonta a più di 700 milioni di euro.

Anche sulla  ineluttabilità dell’opera abbiamo scritto, perché si tratta di un emblema della cattiva informazione entusiasticamente posseduta, oltre che da quella forma di corruzione indiretta che caratterizza giornali le cui proprietà parlano di affari e interessi opachi lontano un miglio,  dal mito della modernità, della tecnologia e del progresso. Una stampa che in perfetta consonanza coi padroni di Venezia, gli stessi che a suo tempo volevano che ospitasse un’Expo, che si collegasse alla terraferma con una metropolitana, che arricchisse  il suo skyline con la torre di Cardin più alta del Campanile, a compimento di quella infernale distopia che aveva scommesso futuro industriale di Venezia,   ha da subito promosso le paratie mobili come unica soluzione, condannando al pubblico dileggio qualsiasi ipotesi alternativa come prodotto insensato di visionari folli e inventori pazzi, magnificando la “bellezza” della struttura degna di un nuovo Leonardo, beandosi quando la Facoltà di Architettura mette in mostra  le ipotesi di ulteriore abbellimento a fare da camouflage inverecondo alle schifezze prodotte da incapacità, inadeguatezza e intrallazzi.

Così sulla questione è caduto, e cade perfino oggi, il silenzio su possibili su interventi “altri” che si potrebbero realizzare fin da subito evitando così il perseverare diabolico di aggiustamenti sempre più onerosi e di  azioni  il cui effetto peggiorerebbe i vari livelli di criticità dell’opera con ricadute negative sull’equilibrio lagunare, sulla portualità e sui bilanci pubblici a fronte di considerazioni scientifiche mai presenti nell’agenda delle autorità tecniche e politiche.

Invece proprio adesso è ancora possibile fare qualcosa che non consista nelle perversa coazione a ripetere del danno e della beffa,  sulla base di una modellistica matematica con  modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile,  applicata all’idrodinamica ed alla morfodinamica lagunare il cui riferimento scientifico rimane la scuola idraulica padovana e in particolare il dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica, cui si deve la più sensata e razionale ipotesi alternativa e con la quale si potrebbe conseguire  una riduzione permanente degli attuali scambi mare-laguna e permettere un migliore regime idraulico, contrastando tra l’altro la perdita sistematica di sedimenti attraverso le bocche, ultimo anello dei drammatici processi erosivi in atto che stanno devastando la “vita” della laguna.

Certamente interventi basati sull’installazione di strutture rimovibili stagionalmente e di  opere “leggere” con diversi gradi di restringimento non sono fatti per gli appetiti insaziabili dei signori del cemento, e non possono soddisfare nemmeno un governo che quando non va a braccetto con il padronato italiano e straniero, rivendica la sua incapacità, la sua ignavia e la sua impotenza, trincerandosi dietro fantomatiche sanzioni, multe esose e risarcimenti che sarebbero comunque inferiori al danno erariale di mantenere il patto col diavolo e con le meduse che hanno soffocato la città e i suoi abitanti, sempre meno, sempre più umiliati e offesi ma forse non ancora arresi.

 

 

 

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