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Sanare col cemento

mani sul Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio un momento d’oro per l’oligarchia dei “dominanti” rappresentata dalle lobby, quella finanziaria, quella sanitaria e farmaceutica, quella digitale, il momento nel quale tutto è premesso perché ha prevalso l’egemonia dell’emergenza.

Qualsiasi eccezione alla regola viene legittimata e accettata e chi si oppone, chi obietta, continua ad essere assimilato alla categoria demoniaca degli irresponsabili e dei cinici, chiusi in  una bolla di scetticismo sociopatico e nichilista insieme a Cioran e Agamben.

Eppure si era detto che doveva essere a termine quella fase di sospensione della ragione e della critica, caldamente raccomandata, o imposta per decreto ,da quella che si credeva costituire una associazione temporanea di decisori, tra scienza e politica, in favore di un’adesione emotiva a un’unità salvifica, a uno spirito comunitario che aveva però autorizzato per motivi di interesse generale, la divisione della popolazione tra chi aveva diritto e meritava la salvezza entro le pareti domestiche e chi invece era incaricato di sacrificarsi per garantire non la vita, che è fatta di incontri, socialità affetti, piaceri, scoperte, ma la mera sopravvivenza.

La perpetuazione di uno stato di anomalia e deroga invece è diventato la nuova normalità,  come era inevitabile succedesse quando si verifica lo scivolamento  da una condizione di crisi a una di  emergenza così grave da esigere  di arrestare e se non destituire  il rispetto delle leggi scritte e di dedicarsi con tutte le forze al superamento della situazione stessa.

La cerimonia che ha posto il sigillo imperiale su questa situazione nuova e originale, malgrado richiami precedenti illustri  che hanno sancito la spoliticizzazione della Repubblica, offrendo il comando della “società” a tecnocrazie economico-finanziarie sorrette da apparati insofferenti allo stato costituzionale e di diritto, si è officiata a Villa Pamphili.

E non incoraggia il pettegolezzo da retrocucina secondo il quale il piano Colao, predisposto dall’apostolo della digitalizzazione grazie a una carriera in una micidiale compagnia telefonica di quelle che macinano profitti con il furto con destrezza a alla protezione della cupola di bildberghiana di  Morgan Stanley e McKinsey, che anche se finisse a sorreggere una scrivania traballante, costituisce il Vangelo di principi ispiratore e azioni sul quale si giurerà fedeltà ai comandi europei, con la promessa di generare nuove più moderne pestilenze, magari da elettrosmog, e di introdurre nuovi criteri di legalità grazie alla doverosa eclissi del contante.

E così diventa legittimo e perfino nobile autorizzare la trasgressione e l’illegalità, magari consumate sotto l’ombrello della semplificazione, quel principio ispiratore nato nei pensatoi leopoldini per dare liceità allo smantellamento dell’edificio della sorveglianza e del controllo degli atti pubblici e privati, per sciogliere i lacci e laccioli che impediscono l’esprimersi della libera iniziativa di qualsiasi manigoldo costruttore e speculatore.

E tanto per dare un po’ di guazza agli straccioni le misure pensate per salvare Grandi Attila vengono proposte sotto l’etichetta di generosa tolleranza nei confronti di “abusi” in stato di necessità, riuscendo nell’improbabile impresa di mettere alla pari i protagonisti del Tetto di De Sica (anno 1956) e i promoter dei mostri sulle coste calabre, sui litorali marchigiani, sulle rocce sarde conquistate dai nuovi saraceni.

Non meraviglia dunque se nel decreto Semplificazioni è rispuntata, immancabile, una sanatoria copiata di sana pianta dal condono varato dalla Regione Sicilia nel 2016 – poi dichiarato incostituzionale, che consente  ai Comuni di modificare i piani urbanistici per regolarizzare  gli abusivi. Lo scopo benefico del provvedimento non sarebbe solo quello di sanare situazioni che hanno creato contenziosi innumerevoli, definiti con quel linguaggio aulico carico all’Avvocato degli italiani “bagatellari”, a carico del sistema giudiziario, ma costituirebbe il desiderabile motore per “sbloccare il mercato immobiliare, spesso ostacolato da non conformità meramente interne, o comunque minime”.

E a completare il nuovo corso della lotta alla burocrazia che ispira la ricostruzione post-Covid, ci pensa -sempre nel cotesto delle misure di semplificazione – la  ministra  Paola De Micheli, che ne ha saggiato il pesante condizionamento quando, da Commissaria Straordinaria nel cratere del sisma, ha manifestato una totale incapacità e inadeguatezza, spacciandole per l’impotenza a contrastare  cavillosità e formalismo combinati, inutile dirlo, con l’indole frodatoria connaturata nel nostro popolo.

Che infatti ha pronto un pacchetto di interventi  di modifica al Codice degli appalti, pronti all’uso per accelerare e facilitare l’investimento di 200 miliardi in 15 anni per sbloccare i cantieri e la nomina di 12 commissari (è proprio una mania del governo) per accelerare la realizzazione di 25 opere pubbliche strategiche, un vero e proprio cambio di passo epocale “per liberare risorse, sbloccare i cantieri e dare una sforbiciata vera alla burocrazia”.

Anche il linguaggio si adatta ai tempi: una volta il termine “sanatoria” assumeva un’accezione negativa a proposito dell’intenzione evidente e esplicita di concedere immunità e impunità a bricconi del cemento, alla tregua di deputati in odor di mafia o dei padroni criminali dell’Ilva, simpaticamente assimilati a chi colloca lo scatolo del condizionatore sul davanzale o ricava un servizio dal locale cantine (che per tutti scatta la depenalizzazione  a patto che gli interventi effettuati senza autorizzazione non fossero condizionati alla vecchia concessione edilizia prevista fino al 2001 e sarà sufficiente il pagamento di una semplice sanzione amministrativa).

Mentre adesso rientra nella semantica edificante e assolutoria che perdona e autorizza tutto quello che serve a salvarsi la pelle, con preferenza di quella di caimani e coccodrilli.


Tunnel dell’orrore a Governoland

tunnelAnna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come certi baciapile si rivolgono a Dio in caso di bisogno e lo bestemmiano se la confessione religiosa è incompatibile con il portafogli,  così il nostro ceto dirigente si sottopone all’atto di fede nei confronti dell’Europa, delle sue istituzioni e della ideologia che ispira le scelte delle cancellerie, salvo fare spallucce quando l’affiliazione e l’obbedienza confliggono con interessi nostrani particolari.

Così in perfetta concomitanza con  il rapporto della Corte dei Conti Europea sui ritardi nel completamento  della rete centrale transeuropea di trasporto “mirante a migliorare i collegamenti tra reti nazionali lungo corridoi europei” che aveva come orizzonte temporale il 2030, il governo come un discolo riottoso rivela una sorprendente indole all’insubordinazione, collocando ai primi posti della sua strategia per la ricostruzione le grandi opere infrastrutturali con il riavvio dinamico dei cantieri, definitivamente sdoganati in modo da favorire sviluppo e occupazione e da restituire reputazione e orgoglio nazionale alla patria, alla pari tra gli schizzinosi partner carolingi e guardando con rinnovato interesse a Grandi Progetti pudicamente accantonati ma che oggi, concretizzandosi,  potrebbero  rappresentare l’allegoria della rinascita.

Ce lo ha ricordato la Ministra De Micheli promettendo che  la decisione sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina sarà presa tra qualche mese, dopo un’analisi costi/benefici e con il consenso del territorio.

Proprio non vogliono convincersi che la megalomania, la bulimia costruttiva, sono retaggi del passato incompatibili con il contesto al quale siamo condannati e che sono i primi a considerare inderogabile e irrinunciabile, ma anche con i messaggi, gli avvertimenti trasversali, le intimidazioni sortite dalla kermesse di Villa Pamphili, teatro nel passato di ben più pittoresche e profittevoli celebrazioni dell’amicizia tra popoli a confronto con l’austero e severo parterre convocato da Conte.

Che come facevano i signorotti di paese che volevano oltrepassare i confini angusti della provincia, invitando la superciliosa nobiltà cittadina,  ha riconfermato la nostra condizione di soggezione subendo l’umiliazione delle minacce e della sprezzante sufficienza di Ursula von der Leyen, di  Charles Michel, di  Ángel Gurría, di Kristalina Georgieva e pure del fuoco amico incarnato da Visco che ha fatto piazza pulita delle illusioni che hanno circolato come gas esilaranti in questo periodo con una appropriata lezioncina sulla “responsabilità che deriva dall’appartenenza a un consesso nel quale si è minoritari: “i fondi europei non potranno mai essere ‘gratuiti’: un debito dell’Unione europea è un debito di tutti i paesi membri e l’Italia contribuirà sempre in misura importante al finanziamento delle iniziative comunitarie, perché è la terza economia dell’Unione“.

Nel caso ne avessimo ancora bisogno e non ci fossero bastate tante evidenze così ben riassunte esemplarmente nella leggendaria letterina a doppia firma Trichet/Draghi (che vale oggi ancora di più per il suo valore profetico), abbiamo una ulteriore dimostrazione di come la globalizzazione abbia cambiato le geografie e le declinazioni del colonialismo. Dismessa la forma classica dell’occupazione territoriale, ha preso quella, meno costosa e meno impegnativa militarmente, dell’espropriazione di sovranità e risorse da parte dei Paesi del Nord nei confronti di quelli del Sud, grazie ai sistemi e alle procedure ricattatorie esercitate sul debito pubblico dalle istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale con la correità delle oligarchie nazionali. E che, in un rapporto di scala, caratterizzano anche le relazioni tra gli Stati europei, in virtù del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact, che hanno dato una patente di costituzionalità alle politiche neoliberali sottraendole alle regole e al controllo democratico.

Invitato come ospite d’onore il tallone di ferro ci ha ricordato che  sui “fondi europei” chiesti in prestito sui “mercati” pesa l’onere per gli Stati di restituirli e  che l’Italia, come tutti gli altri Paesi, con una mano versa fondi per il “bilancio europeo” e con l’altra  beneficia di un ammontare che può essere in tutto o in parte uguale a quello data – ma che secondo alcuni calcoli verrebbe decurtato di 14 miliardi – secondo tempi e condizioni vincolati posti dal “donatore”.

So che il governo italiano è pienamente consapevole che non si tratta di spese facili, tesoretti o libri dei sogni ma di un impegno che ci metterà alla prova”, ha chiosato il commissario Gentiloni.

E proprio la Corte dei Conti fa strage della ridicola mania di grandezza dei paeselli di serie B e dei loro governi che vogliono beneficare le cordate del cemento e lasciare una impronta del loro passaggio, facendo intendere che certe realizzazioni sono concesse a chi se le merita e se le può permettere, puntando il dito contro i ritardi di almeno 11 anni in media che hanno caratterizzato il lavori degli otto megaprogetti cofinanziati dall’UE che collegano le reti di trasporto di 13 Stati membri: Austria, Belgio, paesi baltici, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Italia, Polonia, Romania e Spagna, attribuibili  principalmente allo scarso coordinamento tra i paesi, che danno differenti priorità  agli investimenti.

Ma lascia intendere che certi rallentamenti siano funzionali all’incremento degli extra-costi, all’aumento delle penali a carico dei bilanci pubblici, oltre che determinati dalla cifra “antropologica” di stati posseduti dalla burocrazia e condizionati da fermenti ambientalisto incompatibili con lo sviluppo.

E infatti, guarda caso, tra i megaprogetti esaminati  ce ne sono alcuni che registrano un sospetto ritardo e un accrescimento opaco dei costi, tanto da persuadere  la Commissione a revocare alcuni dei fondi inizialmente concessi. Si tratta tanto per fare qualche esempio, della  nuova tratta dell’autostrada A1 in Romania o della  Tav Torino-Lione, un’opera ferroviaria dedicata al trasporto delle merci, che ha subito ritardi inaccettabili e i cui costi sono lievitati di circa 4,4 miliardi di euro, l’85% in più rispetto alla stima iniziale.

I volumi del traffico reale si allontanano sensibilmente da quelli previsti ed esiste un rischio elevato di sopravvalutazione degli effetti positivi della multimodalità“, ci va giù dura la Corte dei conti nel suo rapporto. “Le previsioni del traffico rischiano di essere troppo ottimistiche, mentre i vantaggi netti dal punto di vista delle emissioni di Co2 cominceranno a materializzarsi più tardi del previsto e dipenderanno dai volumi del traffico reali“. E d’altra parte la Francia si era già sottratta all’abbraccio mortale condizionando la sua partecipazione a un incremento della quota di finanziamenti comunitari, così la grande impresa futurista viene giustamente bollata come lo sconsiderato capriccio di uno stato marginale che vuole essere ammesso alla tavola dei grandi, quelli che non si infilano più nei tunnel a meno che non glieli paghino i subalterni mitomani e gradassi.

E vaglielo a dire a quelli che la Tav la vogliono fino in Sicilia tramite Ponte, sotto il lastricato di Santa Maria Novella, tra Marghera e la Serenissima, come quei trenini che attraversano Eurodisney in modo che sia esplicito che è quello il destino italiano: luna park globale.


L’ex compagno Malaccini

cotone Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte ci si illude che il tempo che passa stenda un velo di polvere pietoso sulle stronzate, invece no. Sembrano sepolte e dimenticate e invece no, a farle riaffiorare dal loro elemento naturale basta una campagna elettorale, un virus che dà modo a qualsiasi bocca in astinenza da intervista di masticare e espellere i suoi pensierini, in questi giorni propiziatori di bei sentimenti patri, purché non sovranisti, compassionevoli, purché non populisti.

Era successo durante il duello impari tra il presidente uscente riformista e la candidata del Gran Buzzurro, e succede ora, con il riaffacciarsi della retorica da sussidiario o da fumetti del Pioniere,  del cosiddetto modello emiliano, quel concentrato di sviluppo e di buon governo, propalata come una utopia realizzabile e realizzata e resuscitata periodicamente grazie a defibrillatori e  bomboloni di propaganda ittica in qualità di format progressista, educato e rispettabile da opporre alla destra sboccata e sguaiata.

E infatti ci ha pensato Bonaccini sfoderando le sue ricette istantanee per rispondere ai bisogni della sua regione e partecipare del grande progetto della ricostruzione post-pandemica, più modestamente definita Ripartenza.

Il suo new deal ruspante come si addice alla tradizione della pingue Emilia-Romagna, concreta e operosa, prevede di allestire con le parti sociali un bel programma concertato per riavviare gradualmente “le filiere a valenza internazionale e i cantieri delle opere pubbliche”, approfittando come è giusto della sua santa in paradiso, la Ministra della sua terra, che sta tenendo in caldo la zuppa di infrastrutture, interventi viari, passanti, bretelle ( 20 miliardi di euro di investimenti in 5 anni) confezionata manco fosse il Farinetti di Eataly, per garantire una bella scorpacciata godereccia che sfami la bulimia costruttiva del Pd e delle cordate amiche (compagne non si usa più) le coop del cemento e non solo un tempo rosso, a braccetto con i più inveterati malaffaristi, corruttori e corrotti che fanno dentro e  fuori da consigli di amministrazione e aule giudiziarie.

Ma come se non bastasse, per l’immediato, il presidente ha pronta la sua prescrizione per fronteggiare l’emergenza dei campi e delle coltivazioni abbandonate da quegli sfaccendati, indolenti e codardi dei lavoratori stranieri stagionali, cui il suo partito ha guardato a intermittenza come a risorsa profittevole incaricata di svolgere mansioni servili antropologicamente appropriate o come a problema da risolvere con doverose limitazioni, numeri chiusi, regolarizzazioni al bisogno, grazie alle disposizioni messe a punto dal mai abbastanza rimpianto ministro Minniti, più composte e educate di quelle forgiate a immagine e somiglianza dal successore.

Cosa ti ha pensato lui, il Bonaccini, confortato da analoga ipotesi messa a punto dalla ministra ex bracciante? È semplice, per raccogliere le ciliegie di Vignola, le Decana e le Kaiser di Reggio, i meloni di Cremona,  si dovrebbe ragionevolmente disporre della forza lavoro “di chi prende il reddito di cittadinanza” in modo  che così restituisca “un po’ quello che prende”.

Vi ricordate una volta, un tempo felice dopo le lotte delle Leghe, le rivolte contadine, le battaglie della mondine, e poi lo Statuto dei Lavoratori, l’articolo 18?

Basta, tutto cancellato, proprio grazie a chi campa ancora, anche se con sempre minore consenso, sulla rivendicazione flebile e pallida di una tradizione, sulla testimonianza sempre più afona e incolore dei bisogni degli sfruttati da sfoderare il Primo Maggio a margine del concertone.

Ha subito una festosa accelerazione il passaggio dal lavoro alle occupazioni alla spina, al volontariato obbligato, al part time coatto, al precariato ricattabile, ai contratti anomali, in modo da arrivare alla leva obbligatoria come per i galeotti sulle navi, o i coscritti a scavare buche e riempirle in una sterile ammuina, in nome, in questo caso, di una doverosa gratitudine da esigere da parassiti e mangiaufo.

Siamo addirittura un bel po’ arretrati rispetto allo slogan “il lavoro rende liberi” se in questo caso la fatica deve essere grata e gratuita per saldare un debito morale, e anche rispetto alle piantagioni di cotone se dalla Tara targata Bologna, il presidente guarda ai suoi zii Tom come al suo terzo mondo interno in sostituzione di quello esterno, da sfruttare sui solchi bagnati di servo sudor, in modo che lavorino per i privati pagati dallo Stato, cioè noi.

Così da far rientrare quelle occupazione nei lavori di pubblica utilità a cui sono tenuti i percettori del reddito di cittadinanza con l’effetto di pagare gli “addetti”  meno della metà del salario previsto dai contratti collettivi di lavoro e di penalizzare  le aziende rispettose delle regole e i piccoli  agricoltori che non hanno dipendenti.

C’è da sospettare che questa ipotesi sia gradita a tutto l’arco costituzionale: si tratta proprio una soluzione che mette d’accordo tutti. Basta prolungare a tempo indeterminato l’emergenza, chiudere frontiere e porti a tutela della salute pubblica, reclutare gli  scrocconi e impegnarli pedagogicamente in lavori di pubblica utilità a beneficio dell’utilità privata, così nessuno potrà lamentarsi delle invasioni bibliche, del caporalato promosso a agenzia interinale, della molesta presenza di stranieri che rubano il salario agli italiani.

Qualcuno ingenuamente dirà, ma allora bastava Salvini. Proprio vero.

Con il suo genuino e schietto candore il Bonaccini che vuole più autonomia nei settori della scuola e dell’università, dell’energia, delle grandi infrastrutture, dei beni ambientali e culturali,  delle casse di risparmio e delle ferrovie locali, e non ultimo, della sanità, viste le performance in corso, si propone come icona rappresentativa, a testimonianza vivente e emblematica  del fatto che destra e riformisti sono ugualmente e entusiasticamente al servizio dell’ideologia liberista.

Non a caso ho scritto “riformisti”, avrei potuto scrivere progressisti, insomma impiegando una di quelle definizioni che hanno perso ancora più senso del termine “sinistra”, ormai obsoleto e inadeguato se lo usano ancora come improperio o minaccia Berlusconi a Nizza, Feltri alla consona toilette, Mentana rimpiangendo l’Esule, i fedeli incrollabili dell’Europa che giurano in nome dell’oblio delle carte costituzionali troppo condizionate dalle lotte di liberazione nazionali. Che ormai concordano nel ritenere che Sanders o quelli di Podemos, Mélenchon o Corbyn  siano pericolosi sovversivi né più né meno dei lontani congressisti di Bad Godesberg.

Così il diplomato, che vanta nel suo scarno curriculum solo esperienze professionali di funzionario senza Frattocchie presto promosso a carriere elettive, va a ricoprire il prestigioso incarico di interprete  (in compagnia della sua “Coraggiosa” vicepresidente sempre audacemente allineata sulla secessione, sulle trivelle) di quello che è stato chiamato il neoliberismo progressista, feroce quanto quello bancario, finanziario, poliziesco, con in più l’amaro sapore del tradimento di ceti già penalizzati nei livelli di reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, mobilità sociale e fisica, istruzione e cultura, che sarebbe diventato lecito disprezzare, opprimere.

Fa capire che sarebbe equo sfruttarli, perché colpevoli di ignoranza, inadeguatezza a standard di arrivismo e ambizione, egoismo. Perché non consoni al trasformismo che ha interessato le stelle polari della sinistra rinnegata: la solidarietà convertita in beneficenza, la fratellanza in competitività, l’internazionalismo in  cosmopolitismo, l’egualitarismo in meritocrazia, lo statalismo in assistenzialismo in favore dei privati e del padronato, il lavoro in servitù.

Con gente così possiamo maturare un’unica certezza, andrà tutto male.


Potere etilico

brouwer2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La droga più potente, diffusa in forma interclassista e per giunta assolutamente legale è sicuramente l’alcol. A guardare qualsiasi film italiano o hollywoodiano pare che la nostra vita sia scandita dalla presenza ancora prima del fatidico tramonto della tradione anglosassone del cocktail, dal bicchiere di vino rosso a consolazione di casalinghe frustrate, giovani single che si preparano all’acchiappo,  avvocati che seguono corsi di sommelier per accaparrarsi bottiglie pregiate da sorseggiare dietro le pareti di cristallo nelle quali si rispecchia la nostra feroce modernità, ma pure poliziotti nostrani che stappano un vinello dopo aver fronteggiato un serial killer o detective di NYPD che dopo l’appostamento in macchina fanno il pieno   di scotch dalla bottiglie incartata.

Non so se dobbiamo a questa definitiva legittimazione di una dipendenza che una volta si declinava in culto invidiabile e raffinato del gusto  per i ricchi e mesta sbornia  per i poveracci, la constatazione che siamo irrimediabilmente nelle mani degli ubriachi, che sembrano sempre sotto gli effetti di quel bel bicchiere di vino rosso autorizzato dalla cultura corrente ai target che appartengono secondo una fortunata  definizione recente alla società signorile di massa.

E’ questa provenienza di censo che potrebbe spiegare lo stato di ebbro marasma che li porta a biascicare propositi e promesse che smentiscono o si rimangiano la mattina dopo l’happy hour  dalla Gruber, perché sanno che il loro status  li esonera da responsabilità, doveri, oneri per via della provenienza da una condizione di relativa e selettiva agiatezza consolidata dalla fidelizzazione a un partito, movimento, lobby e dall’accesso ai privilegi e alla apparentemente inviolabile sicurezza di uno stile di vita e di un livello gratificante e dunque irrinunciabile di consumi.

Per questo sono indifferenti, anzi francamente infastiditi dai nostri gretti bisogni e dalle nostre miserabili rivendicazioni, siano essi rappresentanti eletti, tecnici continuamente implorati di salvarci con i loro teoremi e i loro algoritmi, sindacalisti che hanno preso a calci i valori del lavoro e le conquiste di secoli come arcaici fondi di magazzino della lotta di classe che ormai interpretano alla rovescia vendendo consulenze assicurative e fondi, o ministri che possono vantare una remota e ostile distanza da studi formativi, occupazioni e professioni che richiedono competenza, esperienza, affidabilità, tanto da diventare sponsor e testimonial della gig economy, dei lavoretti alla spina in delizioso avvicendamento con studi destinati unicamente a preparare alla servitù, al cottimo o al volontariato.

E siccome sono propagatori della cancellazione del lavoro, del welfare, della previdenza, dell’istruzione pubblica, della manutenzione dei diritti fondamentali, non tentano nemmeno più di rivendicare la capacità della loro ideologia e della prassi che ne consegue, quella di generare benessere per tutti sia pure a livelli differenziati, perché nel loro dna c’è solo il comando e il vincolo a tutelare gli interessi padronali e di conseguenza i loro, di vassalli o caporali.

E vi stupite se una delle regioni che guida la cordata della pretesa di autonomia al fine di redistribuire più acconciamente il gettito fiscale avendo dimostrato di saper governare con efficienza ed efficacia la cosa pubblica e salvaguardare il bene comune si vende i gioielli di famiglia a cominciare dai suoi palazzi del governo?

E vi stupite se la ministra competente in materia di trasporti e infrastrutture viene smentita nel suo ruolo di salvatrice di Venezia dai marosi, dal susseguirsi di test che provano l’inaffidabilità presente e futura del sistema ingegneristico che è  costato 7 miliardi ripartiti in strutture già fatiscenti, variazioni in corso d’opera attribuibili a materiali scadenti, inadeguatezza progettuale, incapacità e inattendibilità delle previsioni tecniche e di spesa, oltre che in un torrente di effetti del malaffare, che condannano la sua promessa di una demiurgica entrata in servizio del Mose nel 2021 al ruolo di penosa sortita di una scriteriata incompetente alle prese con una perenne campagna elettorale?  Tanto da aver costretto perfino la riservata  provveditrice alle opere pubbliche del Veneto, Cinzia Zincone a dichiarare che quella scadenza sarebbe “forzata” poichè  sarebbero già saltate “le scadenze intermedie”, a dimostrazione dell’indole peracottara del Consorzio Venezia Nuova  che aveva fatto intendere di essere in grado di provvedere già tra sei mesi a innalzamenti estemporanei delle paratie mobili in caso di maree straordinarie che ormai straordinarie non sono.

E vi stupite se i giornali danno ampio spazio alle implorazioni rivolte dalla stessa ministra al suo segretario di partito perché le dia lumi sulla linea da seguire nel caso della revoca della concessione alla Società Autostrade retrocessa a scaramuccia tra alleati renitenti, malgrado abbia dovuto esibire all’ultimo consiglio dei ministri perfino il rapporto della commissione ministeriale che inchioda Atlantia, come se non bastassero le inchieste sui crimini palesi a tutti fuorché al nuovo  rottamatore della magistratura?

E vi stupite se dopo aver confermato la sottoscrizione dell’accordo vergognoso con la Libia, dopo che anche grazie a quello l’Onu denuncia come più di 1000 migranti siano stati intercettati e  ricondotti nei lager, la ministra Lamorgese si accorge con sorpresa e preoccupazione che l’instabilità del paese potrebbe aumentare gli arrivi da Tripoli, che Conte tanto per metterci una pezza a colori non esclude la possibilità di inviare i “nostri” soldati di pace nell’area grazie ai presupposti della missione Misiat che prevede stanziamenti per la mobilitazione di 400 militari (ma 250 sono già là) e di 130 mezzi navali terrestri e aerei, in appoggio morale se non apertamente militare a una delle fazioni?

E vi stupite se mantenendo tutte le misure di “controllo” dell’immigrazione che hanno dato forma a una sollevazione di popolo espressa finora solo in via canora con Bella Ciao, si aprono i porti ma si conserva il susseguirsi di oltraggi alle leggi internazionali, si chiudono gli Sprar senza alternative e abbandonando i profughi a un destino di clandestinità offerta ai profitti dell’illegalità? Consentendo che siano in vigore leggi che discriminano non dando agli stranieri le stesse garanzie in tutti i gradi di giudizio, ma chiedendo a gran voce che venga aumentata la concessione di permessi umanitari?

Ecco, un proverbio dice che la vita è troppo breve per bere vino cattivo, dovremmo smetterla con le sbornie di seconda mano.


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