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Mose, pentitismo e perseveranza

acqua-alta-venezia-VTVE Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stamattina alle sei e trenta le lugubri sirene hanno avvisato che l’acqua sarebbe salita a 150 cm. sul livello del mare e verso le 8 il dato è stato aggiornato a 160. I supermercati sono vuoti, non si trova il latte, la marea ha invaso l’ospedale e minaccia le centraline elettriche del pianoterra, mettendo in funzione i dispositivi anti incendio che fanno scendere i fiotti d’acqua anche nei reparti, non c’è il pane, ma nemmeno la  voglia di dare vita alle battaglie per ottenerlo.

Perché pare che il sentimento comune tra i nobili e i plebei sia l’impotenza.

Se ne è fatto interprete l’ex sindaco Cacciari molto propagandato in rete con la sua pretesa di innocenza: sarebbe stato sempre contrario al Mose – ma non alla cupola mafiosa che si era organizzata intorno a quel “pretesto”, conoscendo le sue intrinsechezze con le cerchie imprenditoriali e padronali esemplarmente incarnate dalla dinastia Benetton cui ha aperto le porte della città. Il suo dissenso deve averlo bofonchiato a mezza bocca in mezzo alla lussureggiante e intramontabile barba  nera, che non esiste documentazione di un suo disaccordo espresso nelle sedi ufficiali in veste di sindaco o di autorevolissimo membro del Comitatone per la salvaguardia di Venezia, mentre i veneziani ricordano bene i suoi vigili urbani sguinzagliati per reprimere e sgominare la banda dei sostenitori delle soluzioni alternative che montavano banchetti con materiali illustrativi, trattati come le missive degli anarco- insurrezionalisti.

Ma, lascia intendere che oltre  a inviare alla Presidenza del Consiglio nel 2006 uno scarno inventario di soluzioni alternative sotto forma di raccomandazioni, a lavori iniziati tre anni prima, non era possibile contrastare quel progetto sbagliato, inutile, dannoso per l’ambiente, i bilanci pubblici  e la legalità, nemmeno dalla tribuna più influente  e prestigiosa, considerazione che in un paese normale sarebbe valsa le immediate dimissioni.

Il fatto è che il sistema economico parassitario e speculativo è ormai inteso alla stregua di un fenomeno che segue le leggi di natura, incontrastabile e irresistibile, proprio quando i fenomeni naturali non lo sono più e diventano opportunità per contrastarli paradossalmente con le stesse armi che ne hanno promosso la degenerazione  in calamità, misure di emergenza, leggi eccezionali e autorità speciali con licenze infinite, a cominciare da quelle dalle regole, colate di cemento sotto le quali seppellire malaffare, veleni, equilibri delicati come quello della Laguna.

E infatti la giuliva ministra De Micheli non ha visto il momento del lutto collettivo per ribadire con virile fermezza che la guerra all’acqua alta la si vincerà mettendo in funzione, contro ogni ragionevole previsione, entro il 2021, rinforzando magicamente le paratie confezionate con materiali scadenti, ripulendo per incantesimo le cerniere da ruggine e allevamenti spontanei di cozze, e coì via. Certo la salvezza della città costerà ma vale la pena aggiungere qualche centinaio di milioni ai 6 miliardi e oltre di costo del mostro e alle spese di ordinaria manutenzione straordinarie fin dalla prima pietra, anche per dare un po’ di respiro alle cordate imprenditoriali che tanto hanno contribuito alla tenuta in vita di un ceto misto tra politici, amministratori, controllori e che sono costrette a cercare nuove fonti di guadagno  nell’outlet di Mafia Serenissima, reparto Grandi Navi.

Sul perché a sua tempo si scelse il Mose, sull’onda, vale la pena di ricordarlo, della mobilitazione mondiale dopo l’alluvione del ’66 – e infatti c’è da temere che lo stesso stato d’anima collettivo produca la riconferma dell’insano progetto – è stato scritto ossessivamente in questi anni su questo blog e ieri lo ha riassunto il Simplicissimus qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/14/venezia-non-si-distrugge-in-un-giorno/).

Non a caso quello che si è sempre proclamato l’inventore del Mose, l’ingegner Giuseppe Mazzacurati, ne è anche il padrone attraverso il Consorzio cui viene affidata la realizzazione del progetto e in generale delle opere di salvaguardia della città, in regime di concessione unica  grazie a un particolare meccanismo ideato nel 1984, con la seconda Legge Speciale, senza gare d’appalto, né concorrenza e nemmeno controlli, affidati al Magistrato da subito impotente a esercitare la necessaria vigilanza. È ancora Mazzacurati, diventato direttore con uno stipendio di 50 mila euro al mese. a fissare le quote di lavori spettanti a ogni impresa, i prezzi e le consulenze, la destinazione dei finanziamenti: si saprà in seguito  che  buona parte di quel denaro veniva accantonato per costituire i fondi neri per oliare la macchina della corruzione. E si deve a lui un altro creativo accorgimento che consiste negli oneri del concessionario: per ogni lavoro grande e piccolo realizzato dalle imprese del Mose, al Consorzio spetta il 12 per cento, quindi su sei miliardi di costo la generosa percentuale ammonta a più di 700 milioni di euro.

Anche sulla  ineluttabilità dell’opera abbiamo scritto, perché si tratta di un emblema della cattiva informazione entusiasticamente posseduta, oltre che da quella forma di corruzione indiretta che caratterizza giornali le cui proprietà parlano di affari e interessi opachi lontano un miglio,  dal mito della modernità, della tecnologia e del progresso. Una stampa che in perfetta consonanza coi padroni di Venezia, gli stessi che a suo tempo volevano che ospitasse un’Expo, che si collegasse alla terraferma con una metropolitana, che arricchisse  il suo skyline con la torre di Cardin più alta del Campanile, a compimento di quella infernale distopia che aveva scommesso futuro industriale di Venezia,   ha da subito promosso le paratie mobili come unica soluzione, condannando al pubblico dileggio qualsiasi ipotesi alternativa come prodotto insensato di visionari folli e inventori pazzi, magnificando la “bellezza” della struttura degna di un nuovo Leonardo, beandosi quando la Facoltà di Architettura mette in mostra  le ipotesi di ulteriore abbellimento a fare da camouflage inverecondo alle schifezze prodotte da incapacità, inadeguatezza e intrallazzi.

Così sulla questione è caduto, e cade perfino oggi, il silenzio su possibili su interventi “altri” che si potrebbero realizzare fin da subito evitando così il perseverare diabolico di aggiustamenti sempre più onerosi e di  azioni  il cui effetto peggiorerebbe i vari livelli di criticità dell’opera con ricadute negative sull’equilibrio lagunare, sulla portualità e sui bilanci pubblici a fronte di considerazioni scientifiche mai presenti nell’agenda delle autorità tecniche e politiche.

Invece proprio adesso è ancora possibile fare qualcosa che non consista nelle perversa coazione a ripetere del danno e della beffa,  sulla base di una modellistica matematica con  modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile,  applicata all’idrodinamica ed alla morfodinamica lagunare il cui riferimento scientifico rimane la scuola idraulica padovana e in particolare il dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica, cui si deve la più sensata e razionale ipotesi alternativa e con la quale si potrebbe conseguire  una riduzione permanente degli attuali scambi mare-laguna e permettere un migliore regime idraulico, contrastando tra l’altro la perdita sistematica di sedimenti attraverso le bocche, ultimo anello dei drammatici processi erosivi in atto che stanno devastando la “vita” della laguna.

Certamente interventi basati sull’installazione di strutture rimovibili stagionalmente e di  opere “leggere” con diversi gradi di restringimento non sono fatti per gli appetiti insaziabili dei signori del cemento, e non possono soddisfare nemmeno un governo che quando non va a braccetto con il padronato italiano e straniero, rivendica la sua incapacità, la sua ignavia e la sua impotenza, trincerandosi dietro fantomatiche sanzioni, multe esose e risarcimenti che sarebbero comunque inferiori al danno erariale di mantenere il patto col diavolo e con le meduse che hanno soffocato la città e i suoi abitanti, sempre meno, sempre più umiliati e offesi ma forse non ancora arresi.

 

 

 


Cattivi soggetti

maschere Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa all’età di 87 anni si è spento serenamente in California dove aveva trovato riparo insieme alla moglie l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mazzacurati.

Grazie alla buona abitudine secondo la quale i morti diventano tutti “il povero…”, pure il povero Benito appeso a testa in giù e il povero Adolf costretto a un dignitoso suicidio, anche la figura del manager che aveva definitivamente convertito un mostro giuridico che riassumeva in sé tutte le funzioni, controllato e controllore, scavatore e riempitore, inquinatore e bonificatore, in un polipo che aveva allungato i tentacoli sull’intero sistema politico, istituzionale e sociale della città, anche il povero Mazzacurati grazie ai generosi uffici della stampa locale è stato trasformato in un longanime e munificente visionario, talmente  posseduto dalla radiosa immagine della grande opera ingegneristica che stava allestendo da convincersi che ogni mezzo fosse buono e doveroso per portarla a termine (obiettivo che a essere ottimisti sarà portato a compimento, forse, nel 2023?).

Il ruolo di agiografo dell’utopista delle dighe mobili che aveva aperto le tasche di molti al fiume di denaro sporco e a fortune cresciute sul fango è stato attribuito dal Gazzettino alla segretaria di Mazzacurati andata in pensione previdentemente qualche mese prima che divampasse lo scandalo e che tratteggia a tinte pastellate il ritratto dell’Ingegnere come di una vittima, sfruttata e messa al bando in funzione di capro espiatorio da chi si era approfittato di lui, uomo profondamente religioso, padre di famiglia integerrimo che aveva capito, cito, “ che se voleva realizzare il Mose e lasciare il suo nome scolpito nella storia non c’era altro modo che pagare. Lo faceva a malincuore…. ma lo faceva”.

C’è poco da aggiungere alla letteratura sulla figura idealtipica della segretaria fedele custode di segreti ingombranti, gelosa detentrice delle chiavi per aprire cuore e per assicurare protezione a postulanti pronti a blandire e appagare le voglio del suo capo in cambio di scorciatoie e favori, pronta a coprire marachelle, vizietti e tradimenti, stereotipo esemplare che potrebbe confermare il ruolo gregario imposto per destino biologico o in via patriarcale alle donne, seppure in forma meno efficace del comportamento di qualche ministra.

E ci sarebbe poco da aggiungere anche alla doviziosa narrativa sui grandi corrotti e corruttori che popolano l’autobiografia nazionale, con un particolare in più, perché a fare di Venezia la città esemplare della svolta mafiosa del malaffare più ancora di Roma, è la natura dell’istituto giuridico che ha fatto da ombrello legale alla circolazione di mazzette, atti criminosi, controllori infedeli. Quel Consorzio che ha dato l’imprinting a un modello di  corruzione a norma di legge e al tempo stesso di corruzione della legge  in regime di monopolio esclusivo, incaricato, al fine di ottenere una celere realizzazione degli interventi in laguna, di procedere all’esecuzione del Mose attraverso l’istituto della “concessione”. Una scelta a suo tempo condannata dalla Corte dei Conti, che una pletora di soggetti a vario titolo “interessati” (varrebbe la pena di sfogliare l’album di famiglia di allora, tra Nicolazzi, De Michelis, Craxi, Bernini, Zanda, poi Lunardi, Matteoli  e tanti, tanti altri) aggira grazie ad un altro “istituto” di vecchio conio e di grande efficacia, quello dell’emergenza. Per salvare l’augusta città in pericolo era necessario, anzi obbligatorio, cancellare regole, ricorrere a strumenti straordinari ed eccezionali, accentrare poteri di controllo, veto e firma nelle mani di pochi dotati di autorità incontrastata.

Sappiamo che il successo, che verrà in seguito replicato, di quel format  consiste oltre che nell’alleanza tra imprese spregiudicate che si avvicendano nella cordata come ruotano sulle loro poltrone e attraverso le porte die tribunali i loro dirigenti talvolta in odor di mafia, amministratori locali e nazionali, enti di sorveglianza e controllo, autorità “tecniche e scientifiche”, anche nell’accordo bipartisan tra gli attori politici come ebbe a raccontare agli inquirenti uno dei protagonisti, Baita: fin dagli anni ’90 non so muoveva foglia che non vedesse la concordia tra i partiti di governo e pure dell’opposizione di allora, incarnata dagli interessi delle cooperative, e poi lo stesso Mazzacurati che, si direbbe a Roma dovevi torturarlo per farlo star zitto, e che nel corso delle fasi processuali chiamò in causa i suoi più stretti collaboratori, proseguendo poi con numerosi imprenditori, politici locali e nazionali, esponenti delle forze dell’ordine, funzionari e dirigenti di vertice di enti pubblici.

Quale sia poi il prodotto della radiose visione dell’Ingegnere di quell’opera che tutto il mondo doveva invidiarci si sa: una realizzazione obsoleta prima di essere finita se mai lo sarà,  indebiti risparmi su appalti opachi al ribasso, attrezzature di cattiva qualità, palesatesi sotto forma di cerniere corrose, detriti accumulati, cedimenti del fondale, paratoie che si abbassano e non si rialzano, per un intervento che è costato quasi 6 miliardi, il 40 % in più di quello che poteva esserne l’ammontare senza ruberie, fatture false, tangenti e soprattutto sprechi, come ha ammesso uno dei Commissari Straordinari che stanno trascinando questo monumento di archeologia industriale per non arrendersi al destino segnato di morte e rovina, che comunque ormai costerebbe meno della prosecuzione e gestione.

E’ che ancora e malgrado tutto ci sono ancora interessi vivi e vegeti, gli stessi che si annidano in tutte le grandi opere in corso o minacciate con buona pace dei ferventi manifestanti del Friday for Future: Tav, Aeroporto di Firenze, stadi, infrastrutture olimpiche, grattacieli che superano la Madonnina nella capitale morale del consumo di suolo e altri che superano il Campanile di San Marco a ridosso di Venezia.

Alla loro ombra continuano a prosperare a 27 anni da Mani Pulite le stesse tipologie di imprenditori, manager, amministratori, qualcuna aggiornata, altre rimaste immutate grazie a frettoloso e compiacenti operazioni estetiche. Quelli che in Francia dove ce ne sono stati anche all’Eliseo, chiamano douteux personnage, qualcosa come i nostri cattivi soggetti, senza scrupoli, disincantati, dinamici, spregiudicati, che però esercitano una fascinazione anche nei virtuosi che pensano così di mettere alla prova la loro incorruttibilità senza sapere di venirne invece contagiati almeno “culturalmente”.

Perché così si spiega l’ascesa dei nostri tanti cattivi soggetti, incontrastati e perfino rimpianti quando cadono in disgrazia, che somministrano anche in prossimità di tribunali superiori e dopo aver attraversato quelli terreni le loro lezioni immorali e le loro ricette a base di arrivismo, sfruttamento, speculazioni, corruzione, ricatto e comprensive di appetiti da priapisti bavosi, borbotti piduisti e avvertimenti trasversali a vecchi alleati portati ina auge e irriconoscenti, delfini smemorati e aspiranti imitatori che sia pur giovani vogliono già essere cariatidi immortali.


Mose? è arrugginito, ma la manna no

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve l’immaginate Michelangelo che dà una martellata al Mose apostrofandolo: perché non parli? E quello: no, è meglio che mi sto zitto?

Ovviamente mi riferisco non alla mirabile scultura ma ad altra opera, definita da promotori, ammiratori interessati e media, altrettanto mirabile, altrettanto prodigiosa, ma per di più avveniristica, quel formidabile manufatto ingegneristico, il cui acronimo Mose stava a indicare la sua missione di salvare Venezia dalle acque.

Con sfrontata impudenza nei giorni scorsi il Consorzio Venezia Nuova, concessionario del Ministero delle infrastrutture per la realizzazione degli interventi per la salvaguardia della città, ha convocato la stampa perché assistesse alla toccante cerimonia  dello sbarco  delle prime quattro paratoie destinate alla bocca di Malamocco, provenienti dalla Brodosplit di Spalato,  che con opportune cerniere verranno poi agganciate ai cassoni. Un evento simbolico che doveva far dimenticare le notizie filtrate prudentemente nei giorni scorsi, quando si è saputo che il primo test di sollevamento della paratie era fallito, vuoi per via di sabbia e detriti accumulatisi, malgrado si sappia che gli interventi di manutenzione sono valutati in ben 80 milioni l’anno, vuoi per via di “cerniere arrugginite” in un dispositivo che sembra già vecchio, obsoleto e compromesso ancora prima di essere finito. E l’incidente occorso al jack-up, la nave attrezzata costata 50 milioni di euro che non riusciva a navigare.

Chissà quando la grande opera, che il sindaco Brugnaro vorrebbe poi “rivendere” ai cinesi, magari per rifilar loro un prodotto Made in Italy fallato, sarà davvero completata. Quelli del Consorzio rassicurano: si rispetterà la scadenza, ma quale delle tante aggiornate e prorogate?   fissata al 2018. Quello che certamente non sarà rispettato è il preventivo del Mose, nome coniato nel 1988 quando venne presentato trionfalmente alla presenza delle più alte autorità dello Stato e del governo il modello in scala reale di una paratoia, imposto come unica soluzione al problema della alte maree anomale quanto la selezione effettuata per sceglierlo che non prese nemmeno in considerazione alternative praticabili, come d’altra parte si è continuato a fare nei decenni successivi, quando possibili opzioni sono state liquidate come inattuabili, frutto delle  concezioni visionarie di scienziati venuti dalla Laputa dei viaggi di Gulliver o da inventori matti dei fumetti.

E infatti se il progetto di massima prevedeva un costo di 3200 miliardi di vecchie lire (circa un miliardo e mezzo di euro) oggi siamo arrivati a 6 miliardi, gestione e manutenzione esclusa. Una bella cifra nella quale sono delicatamente omesse le voci relative alle altre “opere” collegate e funzionali, quelle della mostruosa macchina di corruzione, malaffare, aggiramento di regole, un prodigio, quello sì, dell’ingegneria dell’illegalità, quel pentolone mefitico scoperchiato da inchieste in corso che procedono con ritmi che fanno ben sperare alle personalità interessate, già ampiamente reclutate in altre cordate attive, nella benefica e fisiologica prescrizione.

Certo sarebbe stato bello che anche per questo “sistema”, così perfetto da diventare un format replicabile, ci fosse stato il dispiegarsi della vocazione investigativa che il nostro giornalismo ha mostrato in questi giorni nel caso del Comune di Roma, l’analogo rispetto del mandato di indagare e informare cui assistiamo. Invece intorno alla poderosa realizzazione  da subito c’è stato un convergere estasiato di agiografi del genio creativo italico, pronti a giurare sulla efficacia del prodotto Made in Italy, intenti, anche prima che il tacitare ogni perplessità anche dei tecnici diventasse sistema di governo, a dileggiare e irridere preoccupazioni e dubbi di professoroni gufi e disfattisti. Perfino ora che anche a occhi profani dovrebbe sembrare evidente che un intervento e tecnologie approvate nel 1988 potrebbe essere superate, invecchiate, sorpassate e probabilmente inadeguate anche a fronte di tremendi, e molto annunciati quanto rimossi, cambiamenti climatici.

 E altrettanto sobriamente silenziosa è stata l’opposizione, al Caf, fronte dal quale è sortito tutto l’impianto della salvaguardia tramite Mose, ai governi del dopo Tangentopoli, ai più recenti se nel 2013, dicastero Letta,  alla presenza del Ministro Lupi si è officiata una di quelle liturgie che piacciono alla seconda repubblica quanto alla prima, l’ennesima inaugurazione di un po’ di “roba” da mostrare in giro e se nel Def 2015 c’è uno stanziamento di 221 milioni destinati a opere complementari.

Il fatto è che non occorreva essere ingegneri idraulici per sollevare delle perplessità. E non serviva nemmeno militare delle file dei garantisti a intermittenza per preoccuparsi della struttura messa in piedi per gestire gli interventi prescritti dalla legge per salvare Venezia.

Bastava interrogarsi sulla natura del soggetto incaricato, quel concessionario, un vero mostro giuridico, cui fanno capo progettazione, gestione, realizzazione e infine controllo del Mose, quel Consorzio Venezia Nuova alla cui presidenza si sono avvicendati in forma bipartisan quello che oggi è capogruppo al Senato del Pd, poi Franco Carraro, onusto della gloria di Grandi Eventi, poi un banchiere-economista, Savona, infine il papà – così si definiva- del Mose, l’ingegner Mazzacurati, a “coordinare” una corazzata di imprese, dalla quale si sfila l’Impregilo ma nella quale resta quale maggiore azionista la Mantovani Spa, in auge anche grazie ai suoi manager fin dalla Prima Repubblica, un nome che ritorna di continuo in tutti i lavori in Laguna e nel Veneto: strade e autostrade, passanti, tram, bonifiche, rigassificatori, ospedali, inceneritori, darsene, operazioni immobiliari e, perché no? un’influente partecipazione agli azionariati delle stesse opere nelle quali si è prodigata.

Sarebbe bastato questo a suscitare qualche sospetto anche prima dell’intervento dei Pm. Sarebbe bastato osservare quanto ci fosse di forzato e incongruo nell’affidare a un soggetto unico, malgrado la ferma opposizione della Corte dei Conti, compiti decisionali e progettuali, competenze nella gestione e nella realizzazione, funzioni di sorveglianza e controllo, secondo l’immaginifica, originaria visione concettuale di un ministro, Nicolazzi, che verrà condannato nel corso di una inchiesta di Mani Pulite, ma che ha fatto scuola, forse proprio per questo.

Perché il Mose non è solo un modello idraulico. E’ il format esemplare cui si è guardato per tutte le operazioni di malaffare cresciute in quel limo rappresentato prima ancora che dalla pratica di corruzione, dalla corruzione delle leggi, piegate a interessi privati, promosse per favorire rendite e speculazioni, segnate dall’eccezionalità di emergenze nutrite per legittimare regimi speciali, commissari straordinari, deroghe e licenze. E non c’è da stupirsi, pare che le grandi fortune italiane vengano e crescano dal fango.

 

 

 


Mose Mosè, più bella cosa non c’è

Chioggia_BoccaDiPorto_mose-venezia-vela-veneta-velaveneta-cassoniAnna Lombroso per il Simplicissimus

35 arresti, 100 indagati, si concluderà miseramente nelle aule giudiziarie la leggenda della eccezionale opera di ingegnerai che doveva salvare Venezia dalle acque?

Stamattina ai veneziani vengono in mente – con una certa voluttà – quei film degli anni ’50, in bianco e nero, che mostravano una Serenissima percorsa da intrighi, fornaretti e dogi sleali condotti in catene ai sinistri Piombi e dimenticati là, a languire.

Eh si, perché insieme al sindaco Orsoni, (eletto nel 2010 nella coalizione di centro sinistra), arrestato per corruzione, concussione, riciclaggio, altre 34 figure di spicco della nomenclatura lagunare sono ai ceppi nell’ambito di una indagine avviata tre anni fa e un centinaio sarebbero gli indagati.

Più discusso del Ponte sullo Stretto, ma certamente più redditizio, il Mose “pigliatutto”il primo “modulo sperimentale elettromeccanico”era stato da subito, dal lontano 1988, quando ancora si chiamava progetto REA, Riequibrio e Ambiente, considerato innovativo, irrinunciabile, insostituibile – e adesso sappiamo perché – quando venne imposto dopo una selezione “formale”, visto che non c’erano alternative, effettuata nel 1981 dal Ministero dei Lavori Pubblici. Come per il Ponte, gran parte dell’attività del Mose è “progettuale”, “cartacea”, di anno in anno la conclusione dei lavori che dovrebbero salvare Venezia dalle acque, viene rinviata. E per fortuna verrebbe da dire, se a Chioggia durante le sagre del patrono rapper locali cantano sulla musica di Ramazzotti: “Mose-Mosè, più bella cosa non c’è”, cui fanno da contro canto i pescatori chioggiotti, persuasi per esperienza sul campo che quando le dighe del Mose saranno definitivamente incassate nelle bocche di porto manderanno all’aria quel poco di economia della pesca che ancora sopravvive.

È che “la più imponente e innovativa opera in costruzione oggi in Italia” come la definiva il sindaco in manette, ha suscitato dubbi e polemiche almeno da quando venne trionfalmente inaugurata in mezzo alle acque come tanti Cristi del CAF, dal Ministro De Michelis, dal Presidente del Consiglio Andreotti, dal Ministro dei Lavori Pubblici Prandini, che benedissero l’eccezionale progetto di “eccellente ingegneria”, senza curarsi di obiezioni, pareri tecnici, valutazioni contrarie. Nel 1989 il voto contrario del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici viene “cassato” da un pronunciamento del Consiglio dei Ministri. Il Governo Amato nel 1999 fa spallucce al parere negativo di Via emesso dalla Commissione del Ministero dell’Ambiente. Così come il succedersi di governi, da Dini a Berlusconi e Prodi, spazzano via i dubbi degli organismi tecnici e economici, sovrintendenze, Corte dei Conti, Commissione Europea. Fino alla beffa dell’istituzione di una Commissione ad hoc, voluta dal ministro “ossimoro” Baratta, che unisce in un’unica divinità ministeriale, ragioni ecologiche e esigenze costruttive, natura e cemento, Ministero dell’Ambiente e Ministero dei Lavori Pubblici, della quale fanno parte cinque “saggi super partes”, tra i quali Costa, poi sindaco e oggi abominevole uomo delle navi, soprattutto maxi, all’autorità portuale, il cinese Chang Mei e l’olandese Vellinga, contemporaneamente consulenti del Consorzio e chiamati a giudicarne operato e azione.

Ma si sa che il conflitto d’interesse da noi non fa paura. E nemmeno lo spauracchio delle inchieste giudiziarie. Il budget del progetto di massima che prevedeva un costo di 3200 miliardi di lire, lievita arrivando ora a una previsione di 5 miliardi e mezzo di euro, gestione e manutenzione esclusa, mentre le acque alte si ripetono senza la tradizionale frequenza stagionale, con punte eccezionali. Almeno quanto eccezionale è la decisione bi partisan di affidare ad un unico soggetto, il Consorzio Venezia Nuova appunto, le attività di progettazione, gestione, controllo dell’opera, cui si aggiungono altre competenze, compresa la bonifica e il ripristino ambientale degli eventuali interventi inquinanti posti in essere dagli scavi e dalla realizzazione delle dighe mobili.

Non a caso dopo alcune presenze scialbe ne prende definitivamente le redini il suo ideatore e fondatore, l’ingegner Mazzacurati, un vecchio leone indomabile nel fare affari, che ricorda il Cerroni delle discariche laziali, che estromette Impregilo, occupata su altri brand faraonici e sceglie come maggiore azionista la Mantovani SpA, impresa edile padovana presieduta da una vecchia conoscenza, anche delle procure, Piergiorgio Baita, già arrestato nel 1992 in piena Tangentopoli, finito in manette nuovamente nel settembre scorso, all’avvio dell’inchiesta. Ancora una volta come nel ’92, è probabile che Baita, dipinto come il compagno di merende di Giancarlo Galan, si sia salvato da una lunga lista di accuse a suo carico, parlando. E raccontando di fatture false, appalti opachi, finte consulenze, concessioni “esclusive” in ottemperanza alla moda imposta proprio da loro del project financing, un sistema pensato e applicato per favorire sempre gli stessi soggetti, sotto l’ala protettrice della Mantovani, presente ovunque: strade e autostrade, passante di Mestre,tram, ospedali, bonifiche, scavi di canali – chissà se si aggiudicherà malgrado tutto anche quello di Contorta, per favorire i nuovi corsari delle crociere – operazioni immobiliari, rigassificatori, darsene e speculazioni del Lido, sub lagunare.

Era stato sotto la gestione combinata di Galan e dell’assessore Chisso, il secondo in manette, mentre per il primo è partita la richiesta di arresto, che la Mantovani, e per suo tramite il Consorzio, diventa un monopolio: si aggiudica tra i finti mugugni del sindaco, l’arsenale e i suoi storici bacini di carenaggio, acquisisce la Thetis, la società di ricerca cui sorprendentemente viene affidata una direzione dei lavori, quelli appunto del Mose. E via via mette le mani su tutta la Regione, su tutte le opere, presenti, future, con una certa italianissima predilezione per quelle che non si faranno mai e che perciò sono ancora più redditizie, tra multe, rivalutazioni, sanzioni, stati d’avanzamento virtuali.

Dopo tanti anni di sospetti e esplicite dimostrazioni, una bella scrematura del malaffare veneto è stata fatta. Ma l’esperienza ci fa sospettare che non sia una resa dei conti: la città decapitata è sempre a rischio. Né Cacciari né Orsoni hanno pensato di fermare la faraonica macchina mangiasoldi. Lo farà mai un loro successore? Il soave presidente dell’Autorità Portuale, l’ex sindaco Paolo Costa, non si perita di narrarci che grazie al Mose, alle bocche di porto e allo scavo del canale Contorta Sant’Angelo, quello dove dovrebbero passare orgogliose le grandi navi, sarà possibile ricostruire la morfologia del bacino centrale della laguna. Come se l’agonia di quell’ambiente unico, dinamico, potente eppure vulnerabile, non si dovesse al Canale dei Petroli con le circa 4 mila navi che vi passano ogni anno – e il Contorta ne sarà la replica – agli effetti erosivi provocati dallo spostamento di migliaia e migliaia di tonnellate d’acqua innescato dal passaggio delle navi, all’indifferenza perversa di una classe dirigente che non ha fatto nulla di quello che faceva secoli fa la Serenissima, pulizia dei rii, rinascimenti, opere in una perenne azione di governo razionale di acque e territorio. Ma allora il rischio erano le maree d’acqua, ora sono quelle mefitiche e velenose della speculazione, della corruzione, che unisce tutti in una aberrante alleanza della quale Venezia è il teatro esemplare e dalla quale c’è da temere che non si salverà, come una moderna Atlantide.

 

 

 


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