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Il supermercato dei bambini

los_desaparecidos_2_by_norbi2010-d5o22geCi dovremmo seriamente chiedere come mai l’enorme scandalo dei bambini rubati di Reggio Emilia sia uscito così presto dai radar della cronaca e come mai ne siano usciti altrettanto fretta episodi analoghi, talvolta propiziati dai medesimi protagonisti, come quelli di Mirandola in provincia di Modena, più di vent’anni fa, ma anche molti altri che esplodono qui e là nello Stivale e in pochissimo tempo implodono nel silenzio. Eppure di mezzo ci sono i bambini e le violenze vere e presunte, dunque ingredienti tra i più sensibili nell’opinione pubblica. Ma ogni volta tutto viene facilmente dimenticato, assieme alla filiera affaristica che  si accompagna a questi fatti, a un ambiente che continua ad operare con gli stessi criteri come se nulla fosse, a una legislazione ambigua e confusa, così tesa a una teorica e astratta tutela dei minori che spesso nella sostanza non li tutela per nulla, ma tutela solo i pregiudizi di chi opera.

I fatti sono terribili, costituiscono di fatto una compravendita di bambini da famiglie povere a cui sono strappati con l’ausilio di cosiddetti psicologi ed “esperti” dell’affido  che confezionano accuse o sospetti di violenze, verso famiglie benestanti che esercitano, anzi forzano  il loro “diritto”a paternità e maternità. Se qualcuno, come ogni tanto accade e come è pratica comune nell’est europeo, vendesse e  comprasse un bimbo sul “libero mercato” rischierebbe di andare in galera e sarebbe additato al pubblico ludibrio, ma se l’operazione viene mediata da un velo di lucratori che si ammantano di umanità, manipolano gli infanti, li strappano alle famiglie con false accuse e per giunta pretendono di appartenere di diritto al filone che potremmo chiamare progressista, allora tutto diventa legittimo,  anzi auspicabile. Dunque il silenzio e l’inazione per questi fatti che ogni tanto costellano le cronache con i loro bagliori infernali per poi tornare rapidamente nel buio fitto della rimozione, sono il fatto saliente, l’elemento distintivo di queste vicende. Da una parte c’è un ambiente che ritiene di rappresentare la modernità, qualunque cosa si intenda con questa parola e che rimuove ogni magagna come se fosse una semplice deviazione e non qualcosa di collegato al meccanismo degli affidi e delle adozioni; dall’altro, ci sono gli interessi di famiglie abbienti o afferenti al potere locale disposte a qualsiasi cosa pur di raggiungere il loro scopo e la cui prospettiva etica che assolve ogni cosa è che il denaro è sempre e comunque meglio di ogni radicata affettività. Lasciamo perdere l’uso strumentale che di questo bel sistema di affidi è stato fatto in favore di famiglie omosessuali per le quali l’ acquisizione dei bimbi era particolarmente difficile e necessitava dunque di manipolazioni più massicce, volte a dimostrare la violenza domestica più che l’incapacità educativa delle famiglie di origine.

La cosa clamorosa è che l’eco di questo scandalo si è esaurito in pochi giorni e oltretutto ha subito messo in moto un meccanismo protettivo su più piani,  dall’intervento di Zingaretti deciso a pagare gli avvocati del sindaco di Bibbiano, travolto dallo scandalo, per far causa a chi lo insultava sui social – cosa appartenente alla peggiore pratica politica – a tutto un fiorire di ipotesi complottiste volte a sostenere che il caso era statao fatto esplodere in maniera strumentale per colpire le associazioni di volontariato e  le Ong. La stupidità e anche la cinica crudeltà di queste tesi d’accatto, giustificate dal fatto che la vicenda non era saltata fuori prima, rivela invece proprio l’esistenza di un sistema di fatto gestito in proprio dai servizi sociali che sono l’unico referente per i giudici minorili: gli operatori possono gestire le indagini come vogliono senza seguire effettivamente alcuna regola, mentre alle operazioni non possono partecipare né gli avvocati né eventuali consulenti esterni dei genitori, cui viene negato il basilare diritto di difendersi. Insomma siamo di fronte a organismi, sistemi e persone, spesso assunte su nomina politica in sede locale, senza alcuna verifica di reale competenza, che di fatto operano al di fuori dello stato di diritto. Ma tutto questo va  avanti da decenni tanto che è stato tema di un film denuncia, costruito su un fatto realmente accaduto,  “L’amore strappato” risalente  addirittura alla fine degli anni ’90 senza che nulla sia stato fatto per rivedere certi meccanismi perversi. Il fatto è che l’assistenza sociale oltre ad essere divenuta in qualche caso un sistema economico ( vedi le questioni intorno alle Case -famiglia ) con tutte le distorsioni del caso, è anche un campo di clientela politica locale, dunque in molti casi intoccabile anche quando fa riferimento al mondo del volontariato dentro il quale la componente legata al potere della Chiesa fa la parte del leone.

Ecco perché di fronte ad ogni tipo di distorsione del sistema, anche al di là delle vicende scandalistiche, al di là dei criteri assolutamente personalistici con cui operano i servizi sociali, non si fa assolutamente nulla per riportare il sistema alla normalità costituzionale. Del resto certe forzature ci sono in ogni Paese e spesso accade che, per esempio, i minori di origine extraeuropei siano sottratti alle famiglie di origine semplicemente perché vengono educati secondo culture che non rispettano i criteri standard occidentali, basta per esempio che due minori di sesso diverso condividano la stessa stanza o che un bambino venga sculacciato per una marachella grave o si vesta in maniera non consona a quella comune, ed ecco che scatta l’allontanamento. Purché naturalmente la famiglia non sia abbiente, nel qual caso il pregiudizio viene meno, dal momento che il denaro costituisce le fondamenta del sistema e fa diventare “originale” ciò che in contesto più povero è soggetto a severa sanzione.

Certo ci sono normative e prassi specifiche che lasciano spazio a distorsioni e manipolazioni, ma dietro tutto questo c’è il male oscuro dell’omologazione acritica a modelli standardizzati di comportamento e giudizio che sono il cancro della contemporaneità.

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