I numeri del potere

Counting on hands. EPS 8.Oggi che è domenica mi voglio divertire lasciando l’attualità strettamente intesa e cercando di scavare le radici di atteggiamenti – nel senso etimologico di atti espressivi e significanti – con cui ancora ci confrontiamo. E’ ben noto che tra la fine dell’Ottocento e la prima metà abbondante del secolo scorso, per proclamare la superiorità bianca (prima che gli asiatici si rivelassero anche più abili in questo campo), si sottolineava l’incapacità di molte popolazioni appena sfiorate dalla civiltà di contare oltre il tre o il cinque dopo di che qualsiasi altro numero veniva espresso con “molti”, dimostrazione evidente di una inferiorità intellettuale. Naturalmente tutti gli homo sapiens, purché addestrati alla bisogna, sanno contare all’infinito e pensare a qualunque numero possibile anche se avesse più zeri di tutte le particelle elementari dell’universo. Ma se contare oltre le poche unità non non è utile in un certo contesto, è abbastanza naturale che non si sviluppi una capacità di numerazione inutile: lo dimostra il fatto che questo è accaduto anche anche alle popolazioni che si considerano “superiori”.

Mai mi sarei spinto ad affrontare un tale argomento se non avessi scoperto per puro caso che in rete queste idiozie circolano ancora e addirittura servono di pretesto ad un certo suprematismo cristiano, oppure ad appoggiare tesi creazioniste ed anti evoluzionistiche o ancora – in contrasto – a cantare le lodi dello stato di natura che non abbisogna di molti e sofisticati strumenti mentali. Ora però mi accingo a sorprendere molti mostrando che l’homo sapiens presente tra l’Europa e l’Asia, quella che ha dato vita alle grandi civiltà, ha imparato a contare oltre le dita di una mano un attimo fa se pensiamo in termini di evoluzione e da appena qualche migliaio di anni su scala storica, da 200 a 300 generazioni a seconda dei luoghi. Lo dimostra il fatto che nelle lingue indoeuropee c’è ancora traccia di questo passaggio da un sistema numerico che va da tre a cinque fino a quello aperto e infinitamente produttivo che è in uso oggi. Prendiamo ad esempio il greco: solo i numeri dall’ uno al quattro sono declinabili, mentre tutti gli rimangono invariabili segno che sono frutto di un aggiunta così rapida da non essere assimilata nelle regole grammaticali e sintattiche. La stessa cosa accade in latino dove ci si ferma al tre mentre da quattuor in poi non si declina più. E quattuor da cosa deriva? Dal sanscrito katuar che letteralmente è l’unione fra “Ka” ovvero 1 e “tri” ossia tre variato in tuar per eufonia. Ci troviamo perciò di fronte al segno evidente che in origine non si contava oltre il tre e che le prime aggiunte di altri numeri sono stati fatti partendo da quelli disponibili. Ma c’è di più se ci rivolgiamo alle lingue indoeuropee più a nord, vediamo che il sanscristo katuar  si trasforma in cetyrije dell’antico slavo, vedi tchetire del russo moderno. E’ probabilissimo che katuar si sia depositato nel latino non solo in quattuor, ma anche come “cetera” col significato di molti, una formula rimasta in italiano sotto forma di  eccetera. In effetti le testimoniante scritte del latino burocratico e notarile testimoniano l’uso in intensivo di “et cetera” non appena le enumerazioni superano poche unità. Del resto questo accade  anche in alcune lingue moderne, per esempio il francese che usa l’antica dizione di tre, per indicare “molto”: très intéressant, n’est-ce pas?

Non vi voglio annoiare con il 5 il cui significato originario in sanscrito è “una mano” e che in numerose culture, compresa quella romana, formava la base della notazione matematica fino a che non si affermò un mucchio di secoli più tardi il sistema posizionale attualmente in uso. Ma come si passò da pochi numeri all’ infinito potenziale ? Non c’è alcun  dubbio che sia stata l’invenzione e lo sviluppo dell’agricoltura a rendere necessaria l’introduzione di quantità sempre più grandi in ogni settore tanto da innestare anche un’increspatura evolutiva nella capacità di far di conto: deve essersi trattato di uno sviluppo tanto rapido da portare a una frattura linguistica rispetto al mondo pre agricolo. Del resto la stessa parola numero deriva dal sanscrito namas da cui derivano sia il greco némô, ossia distribuisco, amministro, sia nomos ovvero legge  (in latino nemus era il pascolo assegnato,  base della suddivisione fondiaria) un vocabolo peraltro rimasto praticamente in tutte le lingue indoeuropee e sussiste pienamente riconoscibile anche nell’antico germanico neman ( tedesco attuale nehmen) che vuol dire prendere, impossessarsi. Tutto questo ci indica uno stretto contatto tra la numerazione e la struttura sociale e di potere, nel senso in cui lo intendiamo anche oggi, nato nelle sue forme proprio per la gestione e la distribuzione delle derrate alimentari:  non è un caso se la notazione scritta successiva è nata nel Palazzo e per il Palazzo proprio al fine di documentare, la produzione, le scorte e le “decime” dovute al re.

Vedete quanta strada si può fare partendo dal buon selvaggio per finire a quello cattivo che siamo noi ormai  troppo arcaici rispetto a quello ciò che abbiamo costruito.

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