Fiat, souvenir d’Italie

Fiat-124-SpiderL’altro giorno giorno pensavo a quella enorme massa di ingenui e illusi, guidata da gente in malafede, che una decina di anni fa aveva guardato  l’unione fiat Chrysler come a un potente fattore di rilancio planetario per l’azienda torinese, mentre non ne era che la fase terminale: non riesco a capacitarmi di come si sia potuto incorrere in un errore tanto marchiano dal momento che tutte le trappole erano in bella vista. Certo un po’ il mito americano che fornisce una gigantesca quantità di fumo negli occhi e un bel po’ di menzogne dell’informazione hanno contribuito, ma insomma era un po’ difficile credere che un’azienda a zero tecnologia come Chrysler, con un mercato quasi interamente basato sugli stati centrali e agricoli degli Usa, ad eccezione della Jeep, con una produzione completamente estranea non solo a quella Fiat, ma a quella europea e giapponese, potesse diventare un giocatore globale. Tanto più che Chrysler imposta da Washington come partner prima a Peugeot e poi a Mercedes ha rischiato seriamente di portare alla rovina i suoi partner.

Ma poi tutto questo si inseriva in quadro generale patologico che vedeva gli Agnelli, a partire dall’Avvocato, impegnati nel tentativo morbido di liberarsi dal settore auto attraverso un trasferimento oltre atlantico, già peraltro fallito con General Motors, ma comunque incarnato dall’ascesa di Marchionne, un uomo della finanza che di auto e di produzione in generale sapeva poco o nulla, ma era lì per garantire il patrimonio di famiglia. Tuttavia molti credettero nel miracolo e alcuni si servirono di questa fede nella mondializzazione Fiat per esaltare Marchionne e i suoi ricatti sul lavoro, il suo tentativo peraltro riuscito di scardinare la legislazione sul lavoro e uccidere il sindacato che da parte sua era già disposto ad ogni compromesso, tranne alcune frange. E tutto questo è continuato anche quando si è perfettamente capito che la favola non teneva, che il gruppo planetario perdeva terreno rispetto agli altri,  che l’allocazione all’estero di sede legale e fiscale era di fatto una fuga, che per giunta i cassetti erano vuoti al punto che sulla scocca della 500 si è tentato di tutto e di più pur di differenziare il prodotto: l’uomo del maglioncino pensava di risolvere la situazione con qualche risparmio di scala e attraverso un bricolage di pezzi e motori tra la parte americana e quella europea. In realtà a parte la Jeep che ha potuto beneficiare della suvmania, quasi tutto è andato storto e di fatto la produzione Fiat in Italia è ridotta al lumicino, compresa anche l’Alfa Romeo che in questo quadro di dissoluzione rischia di essere la vittima più illustre.

Adesso preso atto della situazione si cerca di far confluire questo insensato ammasso produttivo nella Renault – Nissan il cui matrimonio è peraltro in forte crisi come dimostra l’arresto a Tokio per corruzione di Carlos Ghosn, ex presidente di Nissan. E naturalmente la massa degli illusi e i soli noti delle pietose bugie e dei perfidi inganni hanno ricominciato a cantare gli Osanna, nonostante l’evidenza che questa ennesima fusione avviene tra un’azienda che è proprietà al 30 per cento dello stato francese e che a parte Ferrari e Maserati, la Fiat- Fca è in grado di portare solo la piccola dote avanzata dagli sperperi che non deve far illudere sulla fusione al 50%. Renault ne ha in qualche modo un vantaggio perché la fusione tra la Opel e il gruppo Peugeot – Citroen (anch’esso tentato dall’acquisizione Fca) relegava Renault in secondo piano sul mercato casalingo ed europeo  e poi con l’appendice della Chrysler  si potrebbe aprire anche uno spiraglio sul mercato americano dal quale la “Regie” è del tutto assente. In questo quadro però le fabbriche italiane  in primo luogo quelle dell’indotto,  appaiono in prospettiva del tutto superflue visto che i modelli centrali della produzione ( già peraltro sono vecchi, la stessa 500 ha ormai la bellezza di 12 anni di vita) non saranno certo costruiti in Italia. Ma per adesso si cantano meraviglie, si straparla di auto elettriche e di nuove tecnologie ben sapendo che l’auto puramente elettrica è ancora afflitta dal problema di base di batterie poco capienti e quelle ibride richiedono anni di studio e di investimenti a meno di non comprare i brevetti Toyota. In ogni caso non si vede che parte possa vere la Fca che in questo campo è la più arretrata in assoluto.

Certo si dirà che la fusione tra marchi è ormai necessaria, sia per affrontare gli investimenti che per l’economia di scala e dunque per i profitti degli azionisti, ma tutto sta a vedere come avvengono i matrimoni e quanti cammelli si possono portare in dote. Se questo accordo fosse stato fatto nel 2009 a Fiat ancora in piedi, sarebbe stato diverso. Ma a questo punto visto che gli sponsali avvengono tra una casa legata allo stato francese, a un’altra su cui comunque veglia il governo giapponese e un terza che Washington appoggia più che mai, sarebbe il caso che anche il governo italiano facesse sentire la sua voce senza che quei cazzi buffi degli eredi Agnelli se ne vanno a parlare all’Eliseo come fossero capi di stato. Ma parbleu  questo in Europa non si può fare e figuriamoci quali sarebbero gli strilli degli antisovranisti e i tentennamenti dei sovranisti: in fondo nel complesso sono in gioco solo centinaia di posti di lavoro. Bazzecole, Tria non vede il motivo di preoccuparsene.

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One response to “Fiat, souvenir d’Italie

  • Anonimo

    “in fondo nel complesso sono in gioco solo centinaia di posti di lavoro. Bazzecole, Tria non vede il motivo di preoccuparsene.”

    A occhio e croce, Tria potrebbe essere in altre faccende affaccendato, deve far passare la foriera di di iniquità fiscale , disuguaglianza e debito pubblico flat tax, facendo finta ( solo in questo caso con lo specifico strumento di disuguaglianza, in sostanziale sintonia con la logica del turbo capitalismo di rapina, di cui è fautrice la UE …) di osservare le regole sul contenimento del debito pubblico e scaricando in seguito gli extra costi debitori della iniqua flat tax, sulle classi subalterne;
    ringrazieremo lega e compagnia (s)governante, derivazione di leggi elettorali in senso maggioritario o “porcata” che dir si voglia.

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