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Caro Nanni, volevi troppo da noi

933943_1548140147Anna Lombroso per il Simplicissimus

Maledizione, ci hanno proprio lasciati soli a cavarcela, se ne vanno tutti quelli che avevano pretese, aspettative, sogni e utopie.

Restiamo noi,  quelli che pensano che le fantasie e le visioni siano capricci inammissibili, le volontà siano velleità, i desideri siano un lusso che non ci è concesso, perché viviamo in uno stato di necessità che costringe a arrendersi al realismo e alla rinuncia, che raccomanda di   accontentarsi del meno peggio, di una critica appesa alla finestra come un lenzuolo steso per fargli prendere aria e togliere gli umori cattivi della notte, dell’adesione al partito del Malminore che vincerà le elezioni europee perché la sua propaganda è la più efficace a fanno da ripetitori e agit-prop tutti i militanti del “mi piace”, del io sono Lucano, Saviano, chiunque pur di non essere un  Io  libero e responsabile, tutti quelli che ritengono un’abiura irresponsabile non sottoscrivere l’appartenenza a una delle due tifoserie in lizza apparentate dalla persuasione che vogliono facciamo propria che tocca abbozzare, che non c’è un modo altro di pensare, decidere, vivere, che non sia lo stato di soggezione, la capitolazione ai ricatti, della quale qualcuno campa, si approfitta, spera in piccole promozioni, piccole rendite.

Man mano che quello che con tutta evidenza si configura come un totalitarismo economico ha assunto la forma di un destino, di uno stato naturale incontrovertibile, di una dimensione ontologica dalla quale non si può prescindere,  c’è stato un adattamento antropologico grazie al quale la realpolitik ha sostituito la politica, il cinismo più spregiudicato è assurto a qualità morale dei leader, la resa è diventata virtù civile che assicura il godimento del minimo sindacale di prerogative e condizione tassativa per far parte del club dei progressisti illuminati, dei pragmatici sempre equipaggiato di pallottoliere per fare il conto del dare e avere, per il quale è doveroso abdicare al secondo.

Ieri è morto Nanni Balestrini che ai più sembrerà un arcaico avanzo del ’68 più che del ’63, una figura sospetta perché per lui e qualche altro la rivoluzione si poteva fare e  fare anche con le armi della poesia, e l’arte anche con la tecnologia, un uomo d’altri tempi ma profetico perché aveva anticipato che potevi avere tanti amici sconosciuti tra quelli che lottano per la città, per la casa, per la conoscenza accessibile a tutti, e contro il fascismo che c’era eccome e se ne accorgevano in tanti anche senza bestioni feroci a incarnarlo, contro la camorra, che anche quella c’era, per la collera applicata al desiderio di riscatto e pure alle opinioni musicali. Un pericoloso eversivo quindi che sapeva già che il lavoro se non è sorretto da diritti e garanzie può solo fare schifo, ridotto a fatica, che se non si lotta per la difesa del salario e della dignità è solo servitù,  che se ti consegni alla mediazione di rappresentanze  svendute è soggetto solo a arbitrio e discrezionalità.

È che erano anni nei quali era lecito anzi giusto volere tutto con rabbia e ribellione. Nei quali il padrone aveva paura dei lavoratori, le dinastie culturali dei poeti operai, le accademie degli studenti, la chiesa delle donne, i giornali delle radio libere e dei giornaletti scolastici e universitari, i premi letterari del Gruppo ’63, i clinici di Maccacaro, Cannes e Venezia del Free cinema e dei controfestival,  le toghe di Magistratura Democratica.

Adesso la paura l’hanno data in regime di concessione a noi, o meglio di scambio, così se qualcuno pretende, critica, dice la sua, arriva sotto forma di sanzione necessaria a rimetterlo a posto, nei ranghi dove vige il paradosso della debolezza, secondo il quale si accetta il sopruso in cambio della possibilità di lamentarsene, per suscitare quel “bisogno di protezione” che normalizza il fascismo come risposta autoritaria e difensiva. E che autorizza l’antifascismo  purché non metta in discussione l’assetto imperiale, purché non si permetta di disturbare il manovratore, purché sappia far girare il vento di qualsiasi fermento in favore del mercato, convertendo il femminismo in quote rosa generosamente elargite in modo che possa avvenire qualche garbata e simbolica sostituzione di genere nei posti di comando, l’ambientalismo in pedagogia per consumatori e cittadini somministrata dalle imprese inquinanti, l’accoglienza in nuove forme di cooperazione con paesi da depredare con il consenso comprato di tiranni e tirannelli bendisposti a espellere potenziali contingenti di forza lavoro da distribuire dove il capitale vuole, l’informazione nell’accesso controllato e censurabile alle fonti che officiano le liturgie del consenso, dove sono proibite le scemenze ma promosse le grandi menzogne al servizio dell’obbedienza, compresa la narrazione di automi che ci risparmieranno la fatica, di ordine che contrasterà il terrore, salvo quello delle mafie in temporanei accordi d’impresa con multinazionali.

Sembra di sentirli proprio oggi quelli che non vogliono tutto, macché, accontentandosi di qualche briciola di tutela, di un po’ di polverina di benessere distribuita dalla provvidenza, di quella parvenza di libertà limitata a andare in un seggio a mettere il timbro sull’impossibilità di scegliere politiche, regimi, decisioni prese altrove e sopra di loro. Si affannano a farci sapere che lo fanno per il bene comune, che non c’è altro da fare in attesa di qualche evento sovrannaturale che ci esima dal pensarci noi, dal decidere, dal prenderci in mano quello che qualcuno aveva il coraggio di volere, tutto e subito.

 

 

 

 

 

 

 

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