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Il ratto che fa Topo Gigio

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Guai ai vincitori! Il volto livido, lo sguardo fiammeggiante di sdegno per l’oltraggio subito da parte dei beneficati degli 80 euro, la voce rotta dalla stizza per il tradimento, ergendosi sulle rovine che ha prodotto in 1000 giorni in nome e per conto di quel coagulo  massonico-mafioso al servizio della cupola militar-finanziaria occidentale: dinastie bancarie,  multinazionali,  informazione, latifondisti, servizi segreti, Nato, TTIP, CESA, lo sbruffone ha recitato la commedia dell’orgoglio ferito dall’infedeltà di una plebe che credeva di tenere in pugno col ricatto e la paura, della virtù trafitta dal complotto della conservazione e della demagogia, proferendo l’estrema minaccia: guai ai vincitori.

Valeva la pena di patire per un anno i loro ghigni, le loro intimidazioni, i loro abusi, le loro bugie e le smentite alla bugie, le loro molestie, il loro terrorismo sul dopo, le loro soperchierie sull’ora e subito. E poi la loro arroganza di sevi sciocchi in gita, l’omaggio ai potenti che ci sottraevano sovranità, la soggezione beota di provinciale grati ai grandi che si accorgevano di loro mentre rendevano invisibile e ininfluente il nostro Paese. Valeva la pena per godersi il loro stupore intronato, il livore della batosta subita, le bocche schiumanti di rabbia che – proprio come lo spaccone – proferivano il non sorprendente avvertimento trasversale: guai ai vincitori.

E allora non venite a raccontarci che il baro scoperto mentre truccava le carte ha mostrato di saper perdere con dignità: macché, l’ometto autonominatosi statista era certamente adirato per la sconfitta. Ma lo statista a dimensione di ominicchio era evidentemente sollevato. Perché se la vittoria avrebbe dato un po’ di ossigeno per l’ostensione all’impero e alle intendenze europee della democrazia sugli scudi, come pretendevano, per realizzare il disegno di consegna di territorio e beni comuni ai privati, per appagare con qualche bistecca sotto forma di tav, ponti, ricostruzioni farlocche, autostrade gli appetiti insaziabili di cordate avidissime, per premiare rendita e speculazione, per tirare fuori dalle peste banchieri  e bancari criminali, la strada era impervia, alte corti e tribunali erano sempre in campana, la compagine era turbolenta e incontrollabile e il popolo brontolava, malgrado mancette e carote.

Meglio andarsene con l’onore delle armi e applicare ancora una volta il principio ispiratore della sua politica: adesso sono cazzi vostri. Ce lo riferisce la sua addetta stampa più fedele e accecata d’amore di Agnese: tocca al No dare le carte, ha detto col piglio del biscazziere, li voglio vedere adesso, cosa saranno capaci di fare.

Ma intanto resta segretario del partito per non disperdere, dice, quello che si è costruito. E infatti si può immaginare che febbrilmente in tanti dicasteri si metta mano a provvedimenti d’urgenza per non “disperdere” l’alacre azione avviata, per portarsi a casa qualche straordinario, per mantenere qualche proficua relazione.

Il fatto è che perfino lui ha capito che il No è suonato contro di lui e tramite lui contro il Pd, un organismo che pare vivo solo perché brulicano i vermi e la cancrena pare dinamica, senza iscritti e senza circolazione di idee ma con molta vivacità di interessi, ambizioni, voto di scambio e fritti misti, impresentabili e impuniti. Un corpaccione informe che si aggruma solo intorno all’interesse primario del mantenersi in vita, se quella è vita, della conservazione di privilegi, posti, posizioni e annesse rendite, tutto quello contro il quale era la Costituzione, con i suoi principi e i poteri, le competenze, le rappresentanze che quei valori ispirano e disegnano,  a fare argine contro il potenziamento dell’esecutivo e l’impoverimento  delle camere, contro l’autoritarismo totalitario e la cancellazione della sovranità di Stato e popolo.

Ma sa anche che quel No è suonato contro un ceto politico inadeguato, incompetente, irresoluto, che però resiste, si disfa ma si ricondensa quando si sente in pericolo, ha le stesse dinamiche e le stesse modalità per tutelarsi quando è vicino alla data di scadenza, in previsione della quale deve darsi una legge elettorale propizia in modo che tutto resti uguale in palcoscenico e in platea e soprattutto fuori dal teatro, per strada, con i pochi sempre più uguali a se stessi e i molti sempre di più e sempre più disuguali.  Una cerchia che si ritrova intorno a re mai detronizzati e a sagome indefinite, tutti ugualmente sleali, un establishment di “larghe intese” che si addensa grazie alla identificazione di amici e nemici altrettanto occasionali, con l’unico intento di garantirsi e di rassicurare l’alleanza delle  grandi agenzie di rating, delle grandi banche come la Jp Morgan, dei vertici della tecnocrazia europea, della Casa Bianca, e di ogni potere forte internazionale.

Il bulletto ha voluto rivendicare l’edificio delle sue leggi, scuola, Jobs Act:  quel cumulo di rovine che non sono più buone neppure per rievocare lavoro, certezze, diritti, giustizia è stato possibile anche senza la madre di tutte le riforme, proprio perché quella sarebbe stata il sigillo su un processo di smantellamento della democrazia che ha visto un omogenei concorso di forze solo apparentemente non accomunate da un obiettivo collegiale.

È inutile che ora si chiami fuori, tra le lacrime della squinzia etrusca e il digrignar di denti dei suoi marescialli. Stamattina il sole è sorto, non si vedono cavallette e saranno proprio gli innocenti a vigilare che non si diffondano i contagi di una pestilenza di disuguaglianze feroci,  menzogne oscene, ricatti infami, che non si faccia strage di speranze e aspettative, quelle di un ceto medio retrocesso a miserabile dopo 8 anni di crisi sistemica, di giovani  (tra i 18 e i 34 anni), che hanno trainato il risultato con quasi un 70% di No, della gente del Mezzogiorno offesa più ancora che dall’indifferenza, dall’umiliazione delle miserabili promesse. Non si accontenteranno di un risorto nazareno, di qualche inciucio di salvezza nazionale e salute pubblica, mentre qualcuno dovrà dimostrare di saper governare la vittoria, impresa molto più difficile che fronteggiare l’insuccesso.

Fino a maggio e prima del verdetto della Corte, non si può nemmeno parlare di elezioni, ma quel trionfo del  No ha fatto scoprire a tanti che si può contare, ricordiamocelo e ricordiamo loro. Potremmo cominciare a impugnare l’infamia del pareggio di bilancio, potremmo cominciare a abbattere il Jobs Act, potremmo cominciare a cancellare l’ignominia della cattiva scuola, potremmo cominciare a agire a tutti i livelli locali per vigilare su ricostruzione, sugli abusi e le deroghe che ci stanno espropriando di qualità di vita, territorio, paesaggio, beni comuni, istruzione e cultura.

Non abbiamo più paura.

 

 

 

 

 

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