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Il ratto che fa Topo Gigio

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Guai ai vincitori! Il volto livido, lo sguardo fiammeggiante di sdegno per l’oltraggio subito da parte dei beneficati degli 80 euro, la voce rotta dalla stizza per il tradimento, ergendosi sulle rovine che ha prodotto in 1000 giorni in nome e per conto di quel coagulo  massonico-mafioso al servizio della cupola militar-finanziaria occidentale: dinastie bancarie,  multinazionali,  informazione, latifondisti, servizi segreti, Nato, TTIP, CESA, lo sbruffone ha recitato la commedia dell’orgoglio ferito dall’infedeltà di una plebe che credeva di tenere in pugno col ricatto e la paura, della virtù trafitta dal complotto della conservazione e della demagogia, proferendo l’estrema minaccia: guai ai vincitori.

Valeva la pena di patire per un anno i loro ghigni, le loro intimidazioni, i loro abusi, le loro bugie e le smentite alla bugie, le loro molestie, il loro terrorismo sul dopo, le loro soperchierie sull’ora e subito. E poi la loro arroganza di sevi sciocchi in gita, l’omaggio ai potenti che ci sottraevano sovranità, la soggezione beota di provinciale grati ai grandi che si accorgevano di loro mentre rendevano invisibile e ininfluente il nostro Paese. Valeva la pena per godersi il loro stupore intronato, il livore della batosta subita, le bocche schiumanti di rabbia che – proprio come lo spaccone – proferivano il non sorprendente avvertimento trasversale: guai ai vincitori.

E allora non venite a raccontarci che il baro scoperto mentre truccava le carte ha mostrato di saper perdere con dignità: macché, l’ometto autonominatosi statista era certamente adirato per la sconfitta. Ma lo statista a dimensione di ominicchio era evidentemente sollevato. Perché se la vittoria avrebbe dato un po’ di ossigeno per l’ostensione all’impero e alle intendenze europee della democrazia sugli scudi, come pretendevano, per realizzare il disegno di consegna di territorio e beni comuni ai privati, per appagare con qualche bistecca sotto forma di tav, ponti, ricostruzioni farlocche, autostrade gli appetiti insaziabili di cordate avidissime, per premiare rendita e speculazione, per tirare fuori dalle peste banchieri  e bancari criminali, la strada era impervia, alte corti e tribunali erano sempre in campana, la compagine era turbolenta e incontrollabile e il popolo brontolava, malgrado mancette e carote.

Meglio andarsene con l’onore delle armi e applicare ancora una volta il principio ispiratore della sua politica: adesso sono cazzi vostri. Ce lo riferisce la sua addetta stampa più fedele e accecata d’amore di Agnese: tocca al No dare le carte, ha detto col piglio del biscazziere, li voglio vedere adesso, cosa saranno capaci di fare.

Ma intanto resta segretario del partito per non disperdere, dice, quello che si è costruito. E infatti si può immaginare che febbrilmente in tanti dicasteri si metta mano a provvedimenti d’urgenza per non “disperdere” l’alacre azione avviata, per portarsi a casa qualche straordinario, per mantenere qualche proficua relazione.

Il fatto è che perfino lui ha capito che il No è suonato contro di lui e tramite lui contro il Pd, un organismo che pare vivo solo perché brulicano i vermi e la cancrena pare dinamica, senza iscritti e senza circolazione di idee ma con molta vivacità di interessi, ambizioni, voto di scambio e fritti misti, impresentabili e impuniti. Un corpaccione informe che si aggruma solo intorno all’interesse primario del mantenersi in vita, se quella è vita, della conservazione di privilegi, posti, posizioni e annesse rendite, tutto quello contro il quale era la Costituzione, con i suoi principi e i poteri, le competenze, le rappresentanze che quei valori ispirano e disegnano,  a fare argine contro il potenziamento dell’esecutivo e l’impoverimento  delle camere, contro l’autoritarismo totalitario e la cancellazione della sovranità di Stato e popolo.

Ma sa anche che quel No è suonato contro un ceto politico inadeguato, incompetente, irresoluto, che però resiste, si disfa ma si ricondensa quando si sente in pericolo, ha le stesse dinamiche e le stesse modalità per tutelarsi quando è vicino alla data di scadenza, in previsione della quale deve darsi una legge elettorale propizia in modo che tutto resti uguale in palcoscenico e in platea e soprattutto fuori dal teatro, per strada, con i pochi sempre più uguali a se stessi e i molti sempre di più e sempre più disuguali.  Una cerchia che si ritrova intorno a re mai detronizzati e a sagome indefinite, tutti ugualmente sleali, un establishment di “larghe intese” che si addensa grazie alla identificazione di amici e nemici altrettanto occasionali, con l’unico intento di garantirsi e di rassicurare l’alleanza delle  grandi agenzie di rating, delle grandi banche come la Jp Morgan, dei vertici della tecnocrazia europea, della Casa Bianca, e di ogni potere forte internazionale.

Il bulletto ha voluto rivendicare l’edificio delle sue leggi, scuola, Jobs Act:  quel cumulo di rovine che non sono più buone neppure per rievocare lavoro, certezze, diritti, giustizia è stato possibile anche senza la madre di tutte le riforme, proprio perché quella sarebbe stata il sigillo su un processo di smantellamento della democrazia che ha visto un omogenei concorso di forze solo apparentemente non accomunate da un obiettivo collegiale.

È inutile che ora si chiami fuori, tra le lacrime della squinzia etrusca e il digrignar di denti dei suoi marescialli. Stamattina il sole è sorto, non si vedono cavallette e saranno proprio gli innocenti a vigilare che non si diffondano i contagi di una pestilenza di disuguaglianze feroci,  menzogne oscene, ricatti infami, che non si faccia strage di speranze e aspettative, quelle di un ceto medio retrocesso a miserabile dopo 8 anni di crisi sistemica, di giovani  (tra i 18 e i 34 anni), che hanno trainato il risultato con quasi un 70% di No, della gente del Mezzogiorno offesa più ancora che dall’indifferenza, dall’umiliazione delle miserabili promesse. Non si accontenteranno di un risorto nazareno, di qualche inciucio di salvezza nazionale e salute pubblica, mentre qualcuno dovrà dimostrare di saper governare la vittoria, impresa molto più difficile che fronteggiare l’insuccesso.

Fino a maggio e prima del verdetto della Corte, non si può nemmeno parlare di elezioni, ma quel trionfo del  No ha fatto scoprire a tanti che si può contare, ricordiamocelo e ricordiamo loro. Potremmo cominciare a impugnare l’infamia del pareggio di bilancio, potremmo cominciare a abbattere il Jobs Act, potremmo cominciare a cancellare l’ignominia della cattiva scuola, potremmo cominciare a agire a tutti i livelli locali per vigilare su ricostruzione, sugli abusi e le deroghe che ci stanno espropriando di qualità di vita, territorio, paesaggio, beni comuni, istruzione e cultura.

Non abbiamo più paura.

 

 

 

 

 


Se proprio vuoi sparì’, va in Metro C

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Se invece vuoi spari’ va in metro C”, canta un comico che ha dedicato alcune terzine in musica alla metropolitana della Capitale. Nata da un  immaginifico auspicio a sfondo religioso – che poi quale divinità è più idolatrata del dio denaro? –   quello di unire le due grandi basiliche, San Pietro e San Giovanni, con un collegamento sotterraneo veloce, il percorso sotterraneo tra i due monumenti della cristianità è diventata una via crucis.

Non c’è stato candidato, nominato, eletto, dimissionato che non abbia vantata la sua paternità vera, il sostegno personale al progetto e all’intento sociale che lo ha promosso, insieme a quello “confessionale”, quello di permettere ai romani di raggiungere il centro con i mezzi pubblici da tutto l’hinterland:  in costruzione dal 2007, è progettata infatti per attraversare la città da nord-ovest, nel quartiere  Della Vittoria, alla periferia est estendendosi oltre il Gran Raccordo Anulare per una lunghezza originariamente prevista di circa 25,6 km e 30 stazioni passando per il centro storico.

Nella realtà possiamo dire che la Metro C è un laboratorio sperimentale, di vizi, crimini, reati, approssimazione, incompetenza, dei quali c’è ben poco da vantarsi.

Prima di tutto è esemplare della colpa della quale il ceto dirigente locale e nazionale si macchia ogni giorno, non garantendo alla cittadinanza il diritto di muoversi e circolare liberamente con i mezzi pubblici nella città nella quale paga le tasse, contribuisce ai servizi, dovrebbe poter usufruire di luoghi, arte, bellezza, beni comuni. Invece 3 milioni di residenti (ma perfino qui le cifre non tornano), più migliaia e migliaia di turisti, più altre migliaia di pellegrini sono defraudati di questa possibilità, per il traffico aggravato dal fatale ricorso all’auto privata, per le condizioni invivibili dei mezzi pubblici, per  i tagli, “officiati” come un doveroso atto sacrificale, un’offerta alla crudele divinità del pareggio di bilancio, di decine e decine di linee di bus, per gli incidenti quasi quotidiani alle altre due linee della metropolitana e così via in un mortale stillicidio di ostacoli, accidenti, sabotaggi, soprattutto effetti di politiche e decisioni casuali, occasionali, senza una strategia e una programmazione se non quella dell’efficiente e capillare diffusione di metodi clientelari e familistici, quelli sì esercitati con talento professionale.

Poi, ma non avevamo bisogno di questa ulteriore conferma, segna il fallimento prevedibile della strumentazione amministrativa e giuridica prevista dalla Legge Obiettivo, più che un quadro di norme, un sistema nato per favorire con i criteri del monopolio, dell’opacità e dell’irresponsabilità le cordate padronali che hanno occupato tutti i suoli d’Italia, in questo caso quel consorzio   che annovera i nomi di Astaldi, Vianini,  Caltagirone, l’Ansaldo, azienda “pubblica”, colossi della cooperazione, personalità “inviolabili” insomma, anche se discutibili, se per la tratta San Giovanni- Colosseo il direttore dei lavori era quel Perotti della gang Incalza-Lupi. Perché il bello – per loro ovviamente e di quelli che una volta venivano chiamati i loro padrini politici, prima che il rapporto di protezione e potere si rovesciasse  – della legge Obiettivo, che Cantone ebbe a definire “criminogena”, è che è nata per liberare da ogni responsabilità le imprese di costruzione e le loro ramificazioni giù giù per li rami, in sub-appalti, studi professionali, affidamenti:  il costruttore ha solo l’impegno di realizzare i lavori per  poi consegnare l’opera finita all’ente appaltatore,  non ha interesse sulla qualità, sulla destinazione, sulla sua efficacia, sulla sua gestione. Finita la costruzione sono finiti i guadagni  questo spiega perché  in 15 anni di operatività della norma, sono stati realizzati poco più del 15% delle opere previste e meno di 1/3 degli investimenti programmati.

La sua storia dimostra come, cancellati i criteri e i requisiti di  razionale  programmazione e utilità sociale, gli interventi sul  territorio diventino  oltre che oggetto di sprechi economici e ambientali inaccettabili, permeabili a speculazione, corruzione, criminalità organizzata. E come  non sia sufficiente individuare e sostituire i titolari, se l’unico meccanismo di contrasto efficace si rivela l’interruzione dei flussi di danaro, cioè del contratto di appalto, soprattutto  quando è la corruzione stessa che ha determinato la natura delle operazioni come nel caso del Mose. Quello che non fece Berlusconi, lo completa Renzi, si sa, così tra Sblocca Italia e “semplificazioni”  resta centrale ed egemonica   la figura del contraente generale, gruppo di imprese appaltanti che può scegliersi addirittura il direttore dei lavori, secondo la moda in voga di controllori controllati da se stessi, controllando così se stesso,  intorno alla quale si coagulano  ingenti risorse,  quell’enorme arcipelago di società piccole e grandi che  ruotano attorno a opere pubbliche e project financing (sarebbero più di ventimila) e che condiziona, blandisce e ricatta le amministrazioni pubbliche, i decisori, i rappresentanti.

Anche grazie alla Legge Obiettivo, la Metro C è diventata, come se non bastasse, un laboratorio “empirico”: in quasi di 10 anni  i lavori sono stati condotti senza  programmazione, andando per tentativi, forse per dare una conferma di quel talento italiano che si chiama improvvisazione, in assenza dei necessari  rilevamenti archeologici, dell’effettiva sostenibilità delle vecchie tratte in vista dei collegamenti, di ostacoli di natura strutturale e geologica che non erano stati previsti e calcolati fina alle trivellazioni rivelatrici. Come ha dimostrato lo scandalo nello scandalo dell’interscambio   nella stazione di San Giovanni, che doveva essere completato nel 2011, che ha richiesto  varianti in corso d’opera per oltre 50 milioni di euro   perché, come si seppe da qualche breve in cronaca, non si  riusciva a trovare i tunnel e  i passaggi per l’incrocio e lo scambio delle linee, tanto che perfino i Vigili del Fuoco  hanno chiesto il fermo dei lavori per evidenti condizioni di rischio.

Non sono un tecnico, non sono un urbanista, sono solo sospettosa e più volte mi sono chiesta perché anziché valorizzare il trasporto di superficie con mezzi veloci, ecologici, numerosi, si sia invece deciso di realizzare un’opera pesante, che esercita una pressione incalcolabile in termini di inquinamento acustico, di vibrazioni, di interazione con un sottosuolo fitto di memorie del passato. E che finora ha unito, sottoterra, periferia a periferia. Ogni volta mi sono data  spiegazioni malevole   sull’abiura della  finalità di interesse generale della classe politica locale e nazionale. Compreso l’onesto marziano che – pure lui – ha inaugurato, terzo dopo Carraro e Rutelli e in gran pompa la Metro C, incurante del fango e delle tossine che circolano in quel sottosuolo:  “mancanza di trasparenza ed efficienza”, irragionevoli “vantaggi riconosciuti al contraente generale dell’opera”, “lievitazione dei costi a fronte di un ridimensionamento del progetto”, se Roma Metropolitane srl, società controllata dal Comune di Roma e il Consorzio Metro C (associazione temporanea di imprese tra le società Astaldi, Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti sistemi ferroviari) dovranno rispondere di fronte alla Corte dei Conti per come  hanno gestito la realizzazione dell’appalto per i 25 chilometri di tracciato, con un solo tratto consegnato e funzionante, 15 stazioni per 12,5 chilimetri da Monte Compatri/Pantano a Centocelle e i 9 chilometri in costruzione da Centocelle a Fori Imperiali), e il cui costo per le casse dello stato   è già lievitato dal valore iniziale di 3.047.424.000 euro a 3.739.863.000 euro.

Ma non basta: oggi apprendiamo che   a 4 giorni dall’inizio del Giubileo, i lavori per la Metro C si fermano. Il Consiglio di Amministrazione della Società Metro C ha deciso di sospendere i lavori lamentando i “mancati pagamenti per oltre 200 milioni di euro”. “Se nel corso dell’ultimo anno la città di Roma è stata dotata della terza linea di metropolitana – spiega in una nota la società Metro C – tale risultato è stato conseguito nonostante i plurimi gravi inadempimenti dell’Amministrazione che hanno costretto il Contraente Generale, fra l’altro, a supplire con le proprie risorse ai mancati pagamenti per oltre 200 milioni di euro dovuti, negli ultimi due anni, per lavori regolarmente eseguiti e certificati. Tale situazione è stata ripetutamente segnalata a tutti i livelli della Pubblica Amministrazione che ha dichiarato di non avere disponibili le necessarie risorse finanziarie”. Come a dire che i trionfi di Roma si fanno coi fichi secchi. Peccato che a pagare perfino quelli saremo sempre noi, per giunta pigiati dentro tram sferraglianti, bus ansimanti, prigionieri di tutte le strade. che se te piace de puzza’ prendi la Metro A, ma se vuoi davvero spari’, piglia la Metro C.

 

 

 

 

 

 

 


Renzo Piano, Renzi pianissimo

 Schermata-2014-11-27-a-09.50.18Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per carità, questo è un governo di ribaldi..ma c’è addirittura di peggio, se andiamo a guardare quella cerchia intorno, fatta di agiografi, commentatori, opinionisti, cronisti, tutti dediti ad ossequiare perfino la d-istruzione della Giannini, la schiavitù di Poletti, la privatizzazione del settore pubblico secondo la Madia, lo sbaracca Italia di Delrio nel solco di Lupi. Che se a volte è troppo sfrontata l’osservanza, troppo vergognoso il servo encomio e troppo spudorata la celebrazione della narrazione del premier, allora si sceglie una via trasversale e indiretta, quella dell’esaltazione ammirativa di personalità inviolabili, di sacre icone portate instancabilmente ad esempio  di virtù e  opere del genio italico, che si manifestino tramite salsicce o attraverso creazioni immortali, con contorno di erudita e sontuosa affabulazione, comparsate in tutti in Tg, soffietti sui media, ma solo in occasione dell’annuncio trionfale dell’avvio delle opere, delle riforme, degli stanziamenti, che poi sui risultati cala invece un pudico silenzio, un castigato oblio.

Tanto per fare un esempio, voglio ricordare il caso della recente “assegnazione” di 500 milioni da destinare alla redenzione, riabilitazione, risanamento anche morale, chiamatelo come volete, delle periferie. Programma quanto mai lodevole che dovrebbe contribuire a contrastare la segregazione residenziale, l’esclusione sociale, motore certo di marginalità e malessere, non luogo nel quale trova nutrimento nichilismo, rancore, fanatismo. Incurante del ridicolo, rappresentato dall’esiguità della cifra stanziata, ancora più risibile se si pensa ai tagli ai servizi sociali, ai trasporti pubblici, all’assistenza, all’istruzione, che vanno ad aggiungersi ai capestri del pareggio di bilancio, Renzi, molto compiaciuto, ha aggiunto al modesto  impegno ben 100 milioni per impianti sportivi da realizzare sempre nei sobborghi, nelle nostre banlieu, deterrente sicuro all’adesione di giovani menti influenzabili alle gang del terrore o della malavita, e nemmeno perdo tempo a fare un paragone coi quattrini pubblici mobilitati, con l’avallo dell’onesto Marino, per lo stadio della Roma.

E adesso soggetti proponenti hanno tempo fino al 31 dicembre per presentare progetti finanziabili, sulla falsariga, il premier lo ha ricordato con orgoglio, di quelli avviati e finanziati con 200 milioni grazie alla legge di Stabilità 2015 “per  interventi di riabilitazione delle periferie e, come direbbe Renzo Piano, di rammendo”. E come si fa a dire di no all’immaginifica pensata del senatore a vita, dell’archi-star più internazionale e osannata che appunto l’anno scorso ha selezionato i progetti più consoni per aspirare ai fondi necessari a “dare concretezza” al progetto G124 (sigla che indica Palazzo Giustiniani, 1° piano, stanza 24) che ha catalizzato attorno a lui   sei giovani architetti coordinati da tre e  un folto gruppo di consulenti. Tutti entusiasticamente arruolati per l’operazione “rammendo”, “non per dare qualche pennellata di fresco a situazioni degradate”, quanto proprio per mettere le periferie al centro della progettazione, per farle diventare città e curarlo quel degrado. E per scovare “in questi ambiti il bello che c’è ma non si vede, quelle scintille di energia  da valorizzare e fare crescere.  Perché, a parlare è sempre Piano in pieno delirio lirico, le periferie non sono fotogeniche, non sono amabili, ma con uno sforzo che è fatto di amore e soprattutto di sublime ostinazione possono cambiare. E diventare città vera a tutti gli effetti”.

Beh, l’esperimento di rammendo, almeno quello romano, pare proprio non sia riuscito. La “scintilla” che riguardava il cosiddetto viadotto dei Presidenti, un viadotto incompiuto di 1.800 metri lercio, degradato, ridotto a discarica,  si è spenta ancora prima di cominciare, senza allusioni al promotore di Palazzo Chigi.

L’avvio doveva consistere nella  fase di ascolto, “quella che permette di entrare in contatto con la realtà locale, gli abitanti, le associazioni che vi operano a qualsiasi livello” in modo che le competenze professionali possano “tradurre in iniziativa progettuale concreta, aspirazioni e sogni”.  Non abbiamo notizie certe delle aspirazioni e dei sogni degli indigeni, ma l’obiettivo minimo dell’intervento doveva essere quello di “ripulire” e restituire dignità a un’area, punto di incontro tra i residenti di due quartieri (Fidene e Serpentara) separati dal Viadotto dei Presidenti. E infatti durante la semplice ma toccante cerimonia alla presenza di autorità e cronisti si era proceduto all’ostensione di un terreno mondato alla bell’e meglio dall’Ama, di due grandi contenitori in alluminio,   di un certo numero di carcasse di pneumatici artisticamente verniciati per dare un tocco di colore al triste grigio del ponte del viadotto e una stradina in ciottoli per unire simbolicamente i due quartieri.

E là è finita. A più di un anno di distanza del progetto  resta una strada disseminata di buche e transenne, che segnalano la presenza di tombini rubati  e mai ricollocati; quattro chilometri intorno ai quali sono rinati i bivacchi e  abusivi.

È che il termine rammendo ci sta proprio bene, ricorda il proverbio veneto xe pezo el tacon del sbrego – è peggio il rattoppo del buco – perché la scintilla, occasionale ed estemporanea, appicca il fuoco allo sdegno per lo sperpero di quattrini e di aspettative in favore di una insigne e celebrata operazione  familistica e clientelare, di quelle che tengono in piedi il sistema baronale nelle università e nei grandi studi di progettazione,  uno di quegli interventi di pura “fuffa”  che ormai sono la cifra del talento di regime, archi star, master chef, norcini reali, mecenati ciabattini, talkshow che sostituiscono i luoghi della rappresentanza, premier che non passano il vaglio del voto, nella frastornante confusione di priorità, valori, principi, condizione necessaria a cancellare la democrazia in favore di un furfantesco autoritarismo, a ridurre la cittadinanza al sopravvivere in un posto sempre meno comune, in un luogo sempre più dimentico della memoria  e della bellezza del riconoscersi e ragionare insieme.


Leopolda, prima stazione della Via Crucis italiana

Veduta prospettica della stazione Leopolda

Veduta prospettica della stazione Leopolda

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Altro che “ditta”. Gli stati generali del Partito della Nazione – e già il nome fa venire i brividi – si terranno alla Leopolda, ma andrebbe bene anche la magnificenza dell’outlet  Fashion District di Valmontone, grazie alla generosa munificenza di una pletora di sponsor, autoproclamatisi supporter del grande rinnovatore, rispondendo alla sua personale chiamata alle armi in nome dell’Italia. L’evento ha un profondo significato simbolico, ratifica la definitiva commercializzazione della politica,  conferma modi, luoghi e management del brand, racconta del suo marketing, sigilla il ruolo egemone della fondazione, fondativo, appunto, di una istituzione che si riferisce idealmente al sistema bancario, a circoli esclusivi basati sul censo, sull’appartenenza, sulla fidelizzazione.

Talmente liquido che è impossibile dare forma alla sua acqua, tanto che la frigida distanza dalla cittadinanza lo congelerà in un blocco inattaccabile da dialogo, partecipazione, critica,  permeabile invece all’adesione di ambizioni, arrivismi e personalismi, purché controllati dal bravaccio che si incarica anche così di ratificare una volta per tutte la fine della democrazia, imponendo, con alte correità, un regime autoritario nel quale il piccolo despota  della fazione dominante potrà con­trol­lare tutti gli snodi della deci­sione poli­tica,  dando vita ad un’oligarchia neo­feu­dale. «Il Pd deve essere un partito che si allarga,  ha chiarito durante la Direzione, deve contenere realtà diverse. Io spero che da Migliore con Led fino ad Andrea Romano che con quella parte di Scelta Civica che vuole stare a sinistra ci sia spazio di cittadinanza piena». E Romano, ex fedelissimo del professor Mario Monti, lo celebra: «Matteo Renzi oggi ha disegnato i confini politici e culturali di quel nuovo partito che serve alla trasformazione storica nella quale è impegnata l’italia. Un partito capace di allargare i tradizionali insediamenti sociali e culturali della sinistra italiana, aprendosi finalmente ai temi liberali e rispondendo al bisogno di rilanciare il nostro bipolarismo in chiave europea».

E come no … il nuovo Senato, che dirige le ruspe contro l’architettura costi­tu­zio­nale e che, insieme all’ipotesi dell’Italicum, scardina dalle fon­da­menta la rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica, alte­rando la natura dello Stato., la guerra ai diritti essen­ziali del lavoro che tradisce i principi della Repub­blica anti­fa­sci­sta,  la negazione della concertazione fino al dileggio dei sindacati, il ripetuto tradimento perpetrato nei confronti del mandato parlamentare che rende tutti gli eletti del Pd ugualmente complici, il reiterato e sfrontato ricorso alla fiducia, sono gesti provocatori e dimostrativi della volontà di attuare nella nazione una  nuova forma di governo valida a sostituire alla sovra­nità dello stato quella del capi­tale privato.

Quante volte abbiamo sentito pronunciare la fosca minaccia: finiremo come l’Argentina. Magari.  L’Argentina è ancora un paese sovrano, malgrado il malsano “aggancio” con il dollaro. Noi no.  I governi che si sono avvicendati ci hanno consegnati, togliendo di mezzo la molesta democrazia costituzionale. Superfluo  il twopacks che condiziona la manovra di bilancio all’approvazione della Commissione, rendendo il dibattito  una stanca liturgia: possiamo aspettarci qualche rituale rigo di matita blu, così per riconfermare chi comanda.  Illusoria la speranza di una mitigazione parlamentare, dopo la silente costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. Improbabile un risveglio popolare: siamo ormai anestetizzati dalla perdita e dalla malinconica rinuncia a ogni riscatto.

Il Partito della Nazione mette il lievito sul suo crack, il carburante sulla disfatta della sua giovane e vulnerabile democrazia.  I suoi promotori aspirano a essere assoldati dall’esercito di quel regime politico, non istituzionalizzato, ma ancora più potente di ogni singolo stato, di carattere internazionale e addirittura planetario; un potere che si  è autoproclamato insidiosamente, senza nemmeno bisogno di elezioni, di consenso, perché la sua forza nasce appunto dalla negazione della politica, per affermare il dominio e la guida  del profitto, del lucro, dell’accaparramento, per appagare l’inestinguibile avidità dell’accumulazione predatoria. Si sono messi al suo servizio e ora temono di essere scaricati per dimostrata incapacità, hanno paura di elezioni, benché ormai svuotate di senso,  di legittimità, paventano che il commissariamento diventi talmente totale e che occupi ogni spazio, si da renderli definitivamente inutili.

Dietro alle frasi proterve, alle spacconate da bulli comincia a circolare la paura. Noi ora, che non abbiamo  più nulla da perdere, potremmo essere più forti, ricordiamocelo.

 

 

 

 

 

 

 

 


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