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Batracomiomachia: battaglia fra oligarchi e banditi

batra_61Da quando è scoppiato il bubbone di Banca Etruria si assiste a un’inedita battaglia con Bruxelles, inconcepibile fino a qualche mese fa quando il sistema politico al timone pareva non avere altra ambizione che fare i compiti a casa e ricevere pacche sulle spalle. Come ho già avuto modo di dire i toni e i tempi dei questo conflitto possono anche essere  gestiti in funzione elettorale e referendaria, ma il conflitto è reale: la banditesca classe dirigente italiana si ritrova con banche gravate da centinaia di miliardi di crediti inesigibili dati a la carte e di chissà quanti derivati, dunque con istituti di credito traballanti che avrebbero bisogno di grandi aumenti di capitale, del tutto impossibili, per evitare di essere escluse dal QE della Bce e/o di trovarsi a dover pagare con i soldi degli azionisti, degli investitori e  dei correntisti il frutto di investimenti sbagliati e soprattutto di concessione di prestiti (di fatto una creazione di denaro) a un sistema clientelare e corrotto nel quale si sostanzia il capitalismo di relazione.

La vicenda delle quattro banche andate fallite con lo strascico di migliaia di investitori truffati e rovinati, con il calo di consenso e di fiducia conseguenti, fa capire che il ceto dirigente attuale non sarebbe in grado di resistere ad ulteriori colpi che disseccherebbero le fonti a cui abbevera da molti decenni e distruggerebbe la rete di rapporti su cui si fonda. Dunque esso è entrato in collisione con quell’Europa che precedentemente ha sostenuto a tutto campo raccogliendo i vantaggi di una politica di regressione sociale e democratica. Vorrebbe che i debiti bancari possano trovare un sostengo pubblico e chiede a Bruxelles una flessibilità incondizionata a cui i poteri oligarchici continentali non possono consentire, pena un effetto domino.  Gli stessi politici che hanno firmato tutto, compreso il sistema del bail in che mette in campo il risparmio privato a fronte di azioni e perdite sui quali il correntista non ha la minima responsabilità, adesso cercano di fare ammuina rendendosi conto di aver creduto che il sacrificio dei correntisti sarebbe stato confinato ai Paesi marginali come Cipro, di aver pensato che le banche italiane fossero davvero solide o che comunque il gioco avrebbe potuto continuare all’infinito.

Così vediamo  lo scomposto e penoso razzolare di Renzi nel pollaio dei problemi, compreso quello dell’immigrazione per accennare, tentare, suggerire tentare un qualche ricatto che regolarmente viene ridicolizzato. Ma lo dimostra anche la grande stampa che dopo anni di turibolo europeo si accorge ora che gli altri partner continentali hanno salvato le loro banche con i soldi pubblici e che oggi questa possibilità viene negata all’Italia, come se questo non sia il frutto dell’arrendevolezza e della cialtroneria di un milieu politico del tutto subalterno e ansioso di svendere qualsiasi sovranità al mercato. E qualcuno comincia a rilevare che anche fuori dallo stivale ci sono banche in grande sofferenza, Deutsche Bank in primo luogo, dando inizio a una litania vittimistica sui trucchi che usano altrove per fare cose al di fuori delle regole.

Tutto vero, ma ce lo siamo voluto con testardaggine lungo molti decenni: l’adesione entusiastica, acritica, spesso idiota a modelli di mercato oggi entrati in crisi e la contemporanea conservazione di forme arcaiche di relazioni ed affari, ci vede perdenti. La Germania può permettersi di sventolare il bail in perché il 50% del mondo bancario è in mano pubblica, con una forte presenza azionaria nei grandi istituti di credito privato (per esempio il 17% di Commerzbank)  come in quelli delle piccole Casse di risparmio (peraltro fuori dai controlli europei), per non parlare delle sei Landesbank, totalmente pubbliche la cui raccolta complessiva supera i mille miliardi euro. Questo permette manovre da noi impossibili vista la totale privatizzazione degli istituti di credito e la presenza di un enorme risparmio privato praticamente senza difese.

Per questo dopo anni di propaganda europeista proprio gli organi ufficiali della rapina sociale perpetrata in nome e per conto delle oligarchie europee, cominciano ad accennare ad ipotesi di uscita dall’euro e dall’Europa. Proprio ciò che era stato fin dal 2008 tema di una campagna terroristica ora comincia ad essere messo in campo come ipotesi persino da parte dell’organo di stampa confindustriale mentre l’osannato Draghi viene trasformato in una sorta di gauleiter finanziario agli ordini di Berlino, semplicemente perché intende far rispettare ciò che l’ Italia ha firmato e che fino a un mese fa veniva presentato come una balsamica panacea di tutti i mali. Certo parliamo sempre di disegni assurdi, spesso incompleti e sempre tesi ad attribuire sempre più potere alla finanza, basta soltanto pensare al fondo di garanzia che dovrebbe essere uni dei pilastri dell’unione bancaria, ma che invece latita del tutto.

Per ora naturalmente si tratta di piccole pepite di ricatto lanciate verso Bruxelles: si fa sapere che la classe dirigente è disposta a tutto pur di non perdere le rendite di posizione e le prassi opache con cui sopravvive, che la “normalizzazione” europea va bene fino a che colpisce i quasi sessanta milioni di filistei, ma che di certo i Sansoni locali non sono disposti a farsi tagliare i capelli senza opporre una strenua resistenza. Fino a che punto il sistema è disposto ad andare avanti su questa strada è impossibile dirlo, anche perché le variabili sono molte  e i ricatti finanziari affilati come al tempo dello spread, il “mostro” scatenato contro i diritti, il welfare, la democrazia non è alla fine addomesticabile. Rimane però sconfortante il fatto che la resistenza a un progetto elitario e oligarchico, come si è rivelato quello dell’Europa liberista, sia di fatto contrastato solo e soltanto in nome dell’opacità nazionale.

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