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I “disabili” alla democrazia

malati_di_slaAnna Lombroso per il Simplicissimus

No, non finiamo come i greci, è vero. Siamo già finiti peggio, se abbiamo subito le stesse sottrazioni di sovranità, diritti, assistenza, garanzie, sicurezza, beni comuni, senza nemmeno un sussulto di dignità, senza nemmeno un respiro di autodeterminazione. A forza di dire sissignore, sia pure brontolando, offriamo la testa remissiva ai giustizieri del giorno e della notte, come se fosse obbligatoria la rinuncia alla vita in cambio di un sopravvivenza miserabile, che non è neppure assicurata a tutti.

Sarà compiaciuta Madame Lagarde. In Italia si sta facendo di tutto per andare incontro ai suoi desiderata espressi esplicitamente in numerose occasioni, abbattendo sia pure silenziosamente, sia pure  furtivamente, la fascia di cittadinanza che “pesa” di più su un welfare ridotto al lumicino: malati, vecchi, disabili, e spingendo altri verso quel molesto segmento di pubblico grazie alla riduzione delle prestazioni mediche e diagnostiche, alla cancellazione della prevenzione, a quella perdita di diritto alla salute che sembra essere un effetto naturale della crisi, un costo umano calcolato e quindi ineluttabile.

E non occorre nemmeno avviare un  «ausmerzen» contemporaneo, confinarli in lager bene organizzati, esercitare un rifiuto “amministrativo” in modo da accelerare la loro scomparsa ai nostri occhi e dalle nostre coscienze. Adesso li si aiuta a casa loro, delegando interamente alle famiglie e alle donne in particolare, assistenza e cura, facendo pesare sui bilanci privati dei congiunti tutte le spese, lesinando su quelle forme dirette o indirette di aiuto e accadimento che negli anni avevano alleviato pene, dolore e solitudine di chi sta male e di chi gli sta accanto.

Qualcuno aveva attribuito una rinnovata indifferenza al mito dell’eterna giovinezza berlusconiana,  a quel  modello di consumo anche dei corpi, che li esigeva belli, sani, levigati, abbronzati e depilati, scattanti e agili sia pure con l’aiuto di bisturi, silicone, riporti e trapianti. Un misto di somatica di regime e echi fascistoidi la cui applicazione combinava una selezione innaturale con ingerenze sempre più invadenti nelle nostre esistenze, imponendo di nascondere brutture, malattie, perdita della dignità in apposite strutture, anche prolungandole, in modo che ci fosse proiettato l’eterno trailer dell’immortalità, della freschezza appetitosa di quarti di bue  esibiti nella macelleria televisiva.

L’austerità le ha preferito la macelleria sociale, meno spettacolare ma fortemente promossa dal regime sovranazionale. Si comincia con sorrisi meno abbaglianti, si riducono gli accertamenti preventivi, poi ci si fa mancare qualche farmaco costoso, fino all’abdicazione coatta del diritto alla salute, come appunto è avvenuto in Grecia, quando sono state sospese le terapie chemioterapiche. Si, li chiamano  i “costi” umani della crisi, come se ci fosse qualcosa di civile e di umano nei tagli feroci ai sistemi di protezione sociale, rei secondo la vulgata di aver portato alla rovina i bilanci statali, perché ancora una volta avremmo voluto vivere al di sopra delle nostre possibilità, o addirittura semplicemente “vivere”, comprando come si è detto e scritto tante volte, “farmaci  consigliati da amici e parenti”, sottoponendoci a visite e test dissipati, radiografie e tac inutili, ricoveri superflui.

Ma adesso, oh adesso i tagli devono essere più brutali e cruenti, per far sì che trionfi il processo accelerato delle privatizzazioni del Welfare, così che si rimpolpino fondi e assicurazioni, si arricchiscano cliniche e baroni e che chi non si può rivolgere a loro si arrenda, si tolga di torno, si annetta volontariamente a quella massa di rifiuti confinati ai margini da quel razzismo che si accanisce contro gli “altri”, noi diventati poveri, noi diventati malati, noi venuti da fuori o andati via, noi che non ci accorgiamo che sta per succedere a noi, che possiamo in pochi giorni essere cacciati dalla parte delle vittime, fastidiose, sgradevoli, da rimuovere perché i visitatori dell’Expo, gli emiri che si vogliono comprare isole e coste, i pellegrin i del giubileo non siano costretti a guardarci.

È cominciato nel 2010 quando la legge finanziaria ha tagliato i trasferimenti dello Stato agli enti territoriale di 14,5 miliardi, un impoverimento che si è tradotto tra l’altro in riduzione dei servizi, degli operatori sanitari, in una innalzamento dei ticket, in una contrazione delle prestazioni. Adesso poi grazie al gioco del bastone e la carota, dobbiamo rinunciare alla salute per pagare meno tasse, perché è l’applicazione del solito sistema di governo basato sul ricatto: cancro o posto di lavoro, inquinamento o crescita, salario o garanzie.

Quando poi succede al Sud, è sicuro che la colpa è dei finti invalidi, dei carrozzoni allestiti nel passato, della penetrazione malavitosa nel sistema sociale, degli sprechi tollerati o promossi  da una cittadinanza indolente, parassitaria, che va a ricasco del resto del Paese e non vuole rimboccarsi le maniche.

E succede sempre più di frequente che casi non di malasanità ma di malavita pubblica non trovino eco sulla stampa, non facciano scandalo: l’assuefazione li ha cacciati anche dalle brevi di cronaca e i protagonisti sono sfiduciati. Così è passato praticamente sotto silenzio il caso di Domenico Aldorasi, 49 anni, batterista e presidente dell’associazione Ladri di Carrozzelle, affetto da un’atrofia spinale per la quale muove solo le dita della mano e che è stato costretto a cominciare uno sciopero della fame:  il distretto socio sanitario di Formello  nega a lui e ad altri i fondi destinati al sostegno a chi non è autosufficiente. Non si sa in base a quali criteri su 60 richieste approvate nel 2014 solo 41 sono state riconfermate nel 2015 e non si trattava certo di prestazioni eccezionali: ad Aldorasi in un anno venivano concesse in tutto 350 ore di  assistenza.

A Cagliari sono ancora i malati di Sla a protestare, denunciando come i finanziamenti – circa 4,6 milioni di euro – destinati alla non autosufficienza siano bloccati.

E si parla ancora meno – ma si sa che la Calabria non è che non goda di buona stampa,  è rimossa anche dalle prime pagine sulle catastrofi innaturali –  di quello che sta succedendo nel distretto   di Tropea della Provincia – ancora vigente – di Vibo Valentia, un territorio di 52mila abitanti circa appartenente a 16 Comuni associati in Distretti. La regione da 11 anni detta le linee guida per la programmazione dei fondi annuali per le non autosufficienze, che dovrebbero servire a fornire assistenza e a garantire occupazione: servizi di assistenza domiciliare ad anziani gravi, a disabili, ad alunni con handicap nelle scuole, ai minori di famiglie disagiate, ai minori a rischio, dando lavoro da oltre un decennio a operatori, donne e uomini fino a allora senza reddito,  che si prestano per centinaia di utenti e a giovani laureati con titoli specifici che operano nei centri per minori e nelle scuole.  A gestire i piani annuali del distretto sono in tre: tre professionisti impiegati  con contratti di collaborazione a progetto e con stipendio di circa 1000 euro (senza benzina, telefono,  benefits non riconosciuti, straordinari )  e che hanno trasmesso puntualmente il programma di attività del 2014, approvato con un anno di ritardi e fermo da giugno in ragioneria, come l’intero stanziamento, peraltro modesto, di 420 mila euro. Nessuna protesta è stata accolta, i tre professionisti sono da maggio senza stipendio e  gli “utenti” affidati al buon cuore e alle famiglie.

A volte viene voglia di fare come Nietzsche che si abiurò da prussiano e dimetterci da italiani. Ma sarebbe meglio facessimo dimettere chi ci sta facendo retrocedere da umani a bestie, da soma o feroci.  

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