Anna Lombroso per il Simplicissimus

Le coop sei tu chi può darti chi può darti più! chissà quanti hanno avuto personale conferma della promessa del fortunato slogan, con tanto di esimie testimonial di quelle che alternano invettive  sgangherate a contratti milionari. E chissà quanti invece hanno scoperto che, come non sembra ci sia via incorrotta al potere, non ci sarebbe modo virtuoso ed equo di essere padroni, datori di lavoro, manager, malgrado l’altro ineffabile motto: siamo tutti sulla stessa barca, in questo caso più “calzante” che mai: Anche se basta una barca piccola, visto che dal 2001 per costituire una cooperativa è sufficiente essere in tre, meno degli amici al bar. Eh si, proprio al bar, location ideale insieme a altre cattedrali della contemporaneità, pompe di benzina, ristoranti panoramici, per officiare i riti della corruzione e del malaffare, quando i laboratori della redenzione, della solidarietà e dell’accoglienza diventano le imprese del brand criminale, un vero e proprio impero di società di servizi con ex carcerati, cooperative che tra le altre attività si sono aggiudicate appalti anche nel campo accoglienza profughi, per conto del comune e retribuiti con fondi statali.

C’è poco da stupirsi, le basi ideologiche erano state messe da un bel po’, altrove e a Roma,  grazie ai sodalizi   tra mattone, salvaguardia e cultura, tra rendita e servizi, tra mercificazione e bisogni, quando, ridotte sempre di più  le armi della democrazia e della partecipazione,  ha avuto la meglio il pensiero forte della libera iniziativa, della necessaria supremazia del mercato, della bellezza del profitto, in modo che al tempo stesso si confondano contesto legale e contesto legittimo, privato e pubblico. Così diventa lecito, anzi doveroso in tempi di tagli delle politiche sociali, del Welfare, dell’assistenza, risolvere il problema rom, il problema rifugiati, il problema ex carcerati grazie a un’organizzazione che nell’immaginario gode di buona fama,   una cooperativa che dalla sua creazione gode di buona stampa e protezioni ineccepibili e autorevoli, tanto da conciliare avidità e  carità pelosa, esclusione e guadagni, mettendo d’accordo manovalanza fascista, impresari della paura, anime belle e credulone, cooperative rosse, terzo settore e politici fascisti, pidiellini, piddini, Tolkien e banda della Magliana, aggiornando il business degli appalti un tempo monopolio della speculazione edilizia e immobiliarista, della sanità e aprendolo a nuovi veleni e nuovi crimini, quando sgombrare un campo con le ruspe per rispondere alla pancia dei benpensanti significa riempirne altre, particolarmente voraci e bi partisan.

Non c’è  da sorprendersi dunque, eppure a fronte dei ripetuti: tutti sapevano tutto, resiste una speciale indulgenza nei confronti del sistema delle cooperative, chiamate ancora “rosse”, da chi ha fatto dell’abiura un vanto. Eppure non era certo imprevedibile e nemmeno imprevisto quello che è successo, se pensiamo al j’accuse di Nordio che indagò dal ’92 al ’99 sui finanziamenti al Pci-Pds, accertando l’esistenza di un immenso patrimonio immobiliare fittiziamente intestato a prestanome, circa mille miliardi di lire, 2.400 immobili. Frutto probabile della sofisticata procedure messa a punto dall’allora presidente della Legacoop del Veneto per svuotare alcune cooperativa agricole e rimpinguarne altre tramite finanziamenti statali, grazie a una finanziaria costituita appunto per alimentare il tesoro del partito.

O se si rammenta il caso Donegaglia con la fine ingloriosa della Coopcostruttori di Argenta, il ruolo di Unipol, il fallimento di oltre tremila “soci”, malgrado l’impegno personale e le visite pastorali dei dirigenti del Partito, primo tra tutti D’Alema, quello che definì le cooperative “una riserva etica protestante”. Va a sapere cosa ci fosse di “etico” in attività di falsificazione di bilanci e distrazione di fondi provocando default epocali, in subappalti al massimo ribasso in odor di crimine, nel giro di consulenze affidate a professionisti amici. O se si ritorna con la memoria a Sistema Sesto, alle assegnazioni alla Cam, cooperativa di Modena, al valzer di subappalti che condusse al suicidio l’imprenditore Mari.

O se si pensa alle due cooperative emiliane che affidarono incarichi in Liguria all’azienda Eco.Ge, il cui proprietario era stato messo sotto esame dalla Dia per i suoi legami con le ‘ndrine reggine Raso e Gullace, smentite più volte ma che sarebbero state riconfermate dalla Guardia di Finanza, come scritto nella requisitoria del Pm incaricato delle indagini. Per non parlare del protagonismo della Cmc , affidataria dei lavori per la Fiera di Milano, della Metropolitana milanese, di Malpensa oltre che di progetti transnazionali dalla Tav al alla nuova Tangenziale Est di Milano, dall’autostrada Luanda-Soyo, alle infrastrutture in Mozambico, per non citare la presenza nel consorzio di imprese capitanato da Impregilo, general contractor del Ponte sullo Stretto.

E che dire della Cmb, impegnata nelle commesse per la viabilità di accesso all’Expo, dell’inceneritore di Figino, del nuovo Ospedale Niguarda,  in una sacra alleanza stretta ai tempi del Celeste e riconfermata dalla giunta leghista, con la Compagnia delle Opere, che riguarda anche il nuovo nosocomio Santorso di Vicenza. Il sacro vincolo si rivela redditizio anche nel caso dell’ospedale dell’Angelo a Mestre, fiore all’occhiello della Veneta Sanitaria finanza di progetto S.p.A., un formidabile prodotto sempre verde del consociativismo.

Ma il matrimonio tra coop rosse e bianche anticipa con lungimiranza modi e procedure del jobs act: in nome dei fasti della mobilità nel 2007 la Manutencoop svolge un ruolo pilota nel campo della mobilità, creando una sua unit di “somministrazione del lavoro”, delicato eufemismo per istituzionalizzare la precarietà che assume lavoratori “a tempo” da mettere a disposizione di aziende terze per prestazioni subordinate, con un consiglio di gestione che vede affiancati un ciellino e un esponente della Lega Coop ex Pci.

Chi volesse approfondire la materia ha a disposizione una vasta letteratura in materia, a conferma che lo stupore non è credibile, che le mele marce fanno bella mostra in tutti i cestini e che sono innumerevoli i compagni che sbagliano, anche quando rivendicano di non esserlo più. E che è da un po’ che si è affermata una speciale accezione dell’attività di servizio “sociale”, quella interpretata magistralmente in una conversazione intercettata di un dirigente del Consorzio Venezia Nuova: “noi siamo benefattori dello Stato…perché abbiamo pagato tutti i politici italiani e tutte le amministrazioni pubbliche”. Come dire che il malaffare sei anche tu, chi può darti di più.