Anna Lombroso per il Simplicissimus
Mi hanno sempre fatto sorridere quelli che scoprono qualcosa, poesia, canzone, aforisma, lo pubblicano sul social network e poi si dispiacciono se qualcuno se ne “appropria”, soffrendo la conversione da iniziatori a copiati. E non importa che non si tratti di cosa loro, originale, pensata e prodotta: rivendicano il merito, con infantile pervicacia, di una primogenitura, di un copyright, di una proprietà. Sembra pensare così anche Santoro che lamenta in una prolissa lettera aperta – a conferma che si può fare televisione senza saper scrivere e che la proterva verbosità è la sua “cifra” – come il “suo” format sia stato taroccato, in una serie di prodotti di serie B che hanno inflazionato televisioni pubbliche e commerciali. Non condivido, scrive, la scelta di riempire all’inverosimile la programmazione di trasmissioni d’approfondimento, i cosiddetti talk, che con il venir meno nella società di grandi contrasti, e con la scomparsa dei partiti, hanno creato nel pubblico una specie di nausea e un vero e proprio rigetto. E raccomanda al pubblico sovrano, brandendo lo scettro del telecomando, di “ fare la selezione, cambiare canale, far sparire le imitazioni senza identità”.
Il dibattito sulla crisi del talk, prosegue mentre ribadisce con una certa sventata audacia la sua inclinazione a “battere strade nuove” , nasconde l’impoverimento progressivo della tv che è seguito al quasi monopolio del ventennio berlusconiano. Ma come? di Berlusconi, delle sue alcove, dei suoi sberleffi, delle corna nelle foto ufficiali, ancor più che dei suoi crimini e misfatti, lui, le tv, la stampa c’hanno campato e riccamente, proprio come la sedicente opposizione che si è ritrovata solo nell’antagonismo addomesticato e cauto fino alla rimozione del nome del nemico in campagna elettorale. Ma come non si deve proprio a lui, alla scenetta da commedia dell’arte del caimano che netta la sedia contaminata dalle terga di Travaglio, la riapparizione in grande spolvero, l’offerta di una ribalta sfolgorante, la prima, questo sì lo può rivendicare, dopo la breve eclissi?
È che l’uomo è abituato a chiamarsi fuori: dalle “caste, prima di tutto, quella giornalistica e quella politica, alla quale ha appartenuto di diritto in qualità di seppur invisibile europarlamentare, anche quella dello show business, e perfino dall’overdose dei cosiddetti talk che oggi mette a nudo la stanchezza di un genere, avendo sempre preteso che la sua fosse informazione pura e non un omaggio dovuto all’egemonia dello spettacolo e delle sue leggi. Come se il suo aggressivo berciare non avesse la stessa qualità e gli stessi effetti dell’untuosa e felpata cortigianeria di Vespa, a cominciare dal nutrimento dato a quell’indifferenza accidiosa nei confronti della partecipazione che da disincanto della democrazia si muta in rifiuto, in astensione, in delega. Per finire con la sfilata di impresentabili gaglioffi, di spompati cialtroni, di nuovi prepotenti, compagnia di giro assunta a pieno tempo, beati loro, e sciorinata in tutte le reti a tutte le ore. Come se non si dovesse a lui, ad anchorman e intrattenitori, che anche a qualcuno degli incazzati, promossi a figuranti della critica, abbia finito per sembrare che l’unico sbocco efficace alla collera sia una comparsata nella piazza di cartapesta, concessa con autoritaria parsimonia dai più disparati domatori.
Come ad Eco, anche a lui fanno paura la rete e il suo uso spregiudicato, forse perché non reca contratti milionari, forse perché resta ancora un contesto dove è difficile esercitare censura e perfino autocensura, dove la memoria corta non ha domicilio, dove la piaggeria circola ma non molto di più dell’acchiappo e dove le leggende metropolitane fanno meno danno delle bugie del premier. E che promette di diventare ormai l’ultimo posto dove si trova denuncia, rabbia, informazione critica, perfino realistico buonsenso.
E dire che oggi come nel 1932, proprio come quando Brecht scrisse che “La grande verità della nostra epoca è questa: il nostro continente sta sprofondando nella barbarie perché i rapporti di proprietà dei mezzi di produzione vengono mantenuti con la violenza”, ci vorrebbe poco per impiegare in nome della verità e del “servizio pubblico” i mezzi sempre più potenti dell’informazione. Che forse non ci vorrebbe tanto per smascherare la menzogna che alligna nelle relazioni politiche, sociali, interpersonali. Che chi fa quel mestiere dovrebbe cominciare col non dire “sono un giornalista” ma “faccio il giornalista”, perché la sua identità non dovrebbe essere condizionata dall’appartenenza a un circolo, a una corporazione, che la sua è una professione e non una vocazione e nemmeno una missione, ma che per questo andrebbe esercitata con competenza, nel rispetto di regole deontologiche che vanno oltre dimostrare la propria bravura, ingannare, stupire, impressionare, rendere omaggio ai potenti, far filtrare solo quello che loro vogliano si sappia, accondiscendere e poi far circolare convinzioni appena maturate e suggerite da interesse personale, ambizione, ignoranza, superficialità.
Che, come scriveva allora Brecht, “le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio”.
Ma noi sbagliamo nel chiedere di cercare e raccontare la verità a chi non conosce il bisogno, a chi vive sicuro, a chi vive in case tiepide, dove trova cibo caldo, a chi grazie a questo si sente uomo ma non è detto che lo sia ancora.


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Una delle vittime più cospicue di questa fase storica di disinganno e ridimensionamento di categorie di professionisti che eravamo abituati a stimare è proprio quella dei giornalisti. Provo a stilare uno specchietto delle modifiche di valutazione intervenute in me non senza precisare che esistono tante eccezioni, ma non così numerose da dover ripristinare la valutazione complessiva della categoria:
– GIORNALISTA: lo vedevo come il quarto potere, oggi lo vedo come il principale servo del potere. E’ lecito immaginare, infatti, che senza i giornalisti il potere non avrebbe alcun modo per manipolare le coscienze della gente, che è l’attività prevalente del giornalista medio, specie di quello radio-televisivo e di opinione.
– GIORNALISTA INVESTIGATIVO: lo vedevo come un eroe che mette a repentaglio la propria vita per denunciare ingiustizie e contraddizioni, oggi lo vedo come qualcuno che riceve le veline dai servizi segreti ed opera in stretto contatto/combutta con loro.
– GIORNALISTA NELLE AREE DI CRISI: lo vedevo come un persona coraggiosa che rischia la vita per documentare quello che succede nelle zone pericolose del globo, oggi lo vedo come il sistema per collocare operatori dei servizi segreti in un ruolo simulato che permetterà loro di muoversi più agevolmente e senza destar sospetti.
– DEONTOLOGIA PROFESSIONALE: la vedevo come una garanzia di onestà, etica e professionalità, oggi la vedo come uno specchietto per le allodole introdotto proprio per mascherare l’estrema assenza di onestà, etica e professionalità nel giornalista medio.
– STILE GIORNALISTICO: lo vedevo in antitesi allo stile accademico come un modo straordinariamente efficace per portare le conoscenze politiche, economiche, scientifiche al livello dell’uomo della strada, oggi lo vedo come un polpettone fatto di superficialità, sciatteria, vuota enfasi, retorica, assenza di logica e di spirito critico.
Santoro è vittima di questa nuova riconsiderazione del ruolo del giornalista che è condivisa probabilmente anche da molte altre persone, non solo da me. Non è che Santoro sia peggio degli altri, ma ha certamente contribuito in modo proporzionale alla sua popolarità (e quindi tantissimo) a rovinare l’immagine del giornalismo e del giornalista. Peraltro, il male è, come si dice, nel manico. Pensare che si potesse avere una stampa indipendente quando era, di fatto, dipendente da aziende commerciali o da partiti è stato un altro dei tanti errori fatali che abbiamo commesso per ingenuità, distrazione o altro motivo meno tollerabile. C’è anche un altro errore fondamentale ed è quello di pensare che se si è giornalisti e si scrive si fa del giornalismo mentre se si scrive non essendo dei giornalisti quello che si produce non potrà mai essere giornalismo. La stessa cosa vale, mutatis mutandis, per il pensiero scientifico. Se non sono un accademico, la mia teoria non sarà mai presa in considerazione, fosse anche la più innovativa e pregna di sviluppi straordinari per l’umanità visto che senza peer review oggi non si va da nessuna parte.
Grazie a Dio, internet sta facendo giustizia anche di queste cose e nel far ripartire il mondo da zero c’è perfino spazio per la speranza di un mondo senza giornalisti e senza accademici ma dove il sapere valga per quello che è e non per lo status di chi l’ha prodotto.
Tu, invece, la realta’ la puoi raccontare perche’ sei bisognosa, vivi nell’insicurezza in una casa fredda e mangi cibo freddo.
..anche se con profonda tristezza, sulla reale questione di “fondo” dei talk sollevata da Santoro e relativa constatazione di una sempre più evidente “distrazione”… da quell’ immaginifico contesto di “Servizio Pubblico” che pure necessiterebbe a questo Paese, devo ammettere che questo tuo pezzo non fa una piega, e non solo; denota di un coraggio che va oltre ogni risibile dubbio e che tanto manca a questa categoria, questa professione.
“Ma noi sbagliamo nel chiedere di cercare e raccontare la verità a chi non conosce il bisogno, a chi vive sicuro, a chi vive in case tiepide, dove trova cibo caldo, a chi grazie a questo si sente uomo ma non è detto che lo sia ancora.”