mandela, gordimerAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono romanzi che ti scaraventano dentro un tempo che diventa la tua contemporaneità, un clima che diventa la tua tempesta, un amore che ti fa disperare o ti manda in estasi come fosse tuo, un terrore che non ti fa dormire eppure continui a cercarlo e provarlo fino all’ultima riga, un paese che riconosci come la tua Heimat, anche se non ci sei mai stato …. E molto di più dei testi di storia, di antropologia, di fantascienza e altro che macchine del tempo, altro che astronavi.

Ho riconosciuto l’acquiescenza pigra e accidiosa al fascismo grazie agli Indifferenti di Moravia, l’adesione entusiasta e al tempo stesso l’autodistruttiva volontà di non vedere e non sapere cosa avrebbe portato il nazismo con la Scure di Wandsbek di Zweig, ho imparato la virtù di distinguere e stupirmi dei momenti perfetti della vita, irripetibili e che si ricorderanno come unici e esemplari, con Tenera è la notte di Fitzgerald, ho apprezzato la rabbia come qualità politica e arma di riscatto con Ragazzo negro di Wright, ho trovato spiegazione all’imbarazzo della femminilità, della proprio differenza con la De Beuvoir e con Susan Sontag, e la paura della noia che viene dall’ubbidienza alle convenzioni con la Lessing. Ne ho saputo di più sul maccartismo grazie a Dashiell Hammett, all’uomo ombra e alle Piccole Volpi di Lillian Hellman, e sul sigillo incancellabile che i conformisti di ogni credo stampano sulla tua esistenza con Hawthorne. E ho compreso la disperazione dell’impotenza, la frustrazione di militare solo attraverso la parola o la presenza nelle cerchie dell’intellighenzia giornalistica o culturale leggendo Dorothy Parker. O l’inquietudine di essere giovani con Salinger. O quella di essere ebrei con Philip Roth. E non smetterò di dire che è un verso di Enzensberger che esprime il mio sentire attuale: ai tempi del fascismo, non sapevo di vivere ai tempi del fascismo.

La morte di Nadine Gordimer è un lutto personale e non solo perché con sofferenza vissuta come una spina, un graffio vero che sanguina, ci ha fatto scoprire l’apartheid, l’emarginazione e la condanna ad essere inferiori, implacabile e ineliminabile quanto il colore della pelle, e poi la difficoltà di uscirne dall’apartheid, le resistenze a cancellare quella condanna da parte dei carnefici come da parte delle vittime, in un comune destino a vivere una sorprendente normalità. Ma anche perché quella donna bella, elegante, severa, beneducata, colta ha liberato la collera, l’opposizione, la resistenza dallo stereotipo che debba essere monopolio ed esclusiva delle vittime, di chi è direttamente colpito e soffre sulla sua pelle: «Per quale ragione sono rimasta in Sudafrica? Sono sempre stata attiva contro l’apartheid. Tre dei miei libri sono stati banditi e forse allora ci si poteva chiedere perché volessi rimanere in un Paese dove la mia gente non poteva leggere i miei libri. Ma facevo parte dell’opposizione all’apartheid e non volevo andarmene. Ero sposata con Reinhold Cassirer, che era passato attraverso il nazismo in Germania, ebreo tedesco di un’importante famiglia. Capiva perfettamente quali erano le conseguenze per chi si oppone alla dittatura. Fortunatamente eravamo d’accordo di rimanere e fare del nostro meglio per opporci».

Mi mancherà come manca una persona di famiglia che era rimasta l’ultima a raccontare certe storie del passato, che è necessario e obbligatorio stare ad ascoltare. E mi mancherà perché da noi, nel declino dell’occidente, meritato ma rifiutato e rimosso come se fossimo ancora appartenenti a una etnia superiore, sia pure grazie alla casualità della lotteria naturale, grazie all’essere nati dalla parte giusta del pianeta, un po’ più su un po’ più in là, non c’è nessuno che ci racconti. Forse ci meritiamo i premi Strega, i Piccolo, le Ravera, i poco più su dei tre metri di Moccia. Sicuramente ci meritiamo che siano così pochi quelli che sentono l’imperativo della critica e l’ingiunzione perentoria e felice di immaginare “altro” rispetto quello che stiamo vivendo, imposto e accolto come ineluttabile e salvifico, quelli che sono ancora capaci di scrivere e raccontare di paesi che si conquistano l’utopia, anche se si rivela difficile poi viverci dentro e mantenerne la bellezza.