memoriaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Google apre alla possibilità per gli europei di esercitare il “diritto a essere dimenticati” nei servizi di ricerca su internet, uniformandosi così a una decisione della Corte europea di giustizia. Da ieri Google – il più grande motore di ricerca del mondo, che elabora il 90 per cento di tutte le richieste sul web in Europa – ha messo a disposizione online un modulo che permette agli europei di chiedere l’eliminazione dei risultati di una ricerca. E in meno di una giornata il motore di ricerca ha ricevuto da tutta Europa 12 mila richieste di rimozione. In alcuni picchi ne sono state inviate 20 al minuto.
 
Credo che ne approfitterò. Anni fa con mio grande disappunto sono stata inserita “a mia insaputa” in un gruppo titolato “insieme per il Pd”, un’adesione che a volte mi viene rinfacciata e giustamente, come un tradimento. Così mi aggiungerò alle veline umiliate da primi piani della cellulite, da firmatari di appelli, pentiti, da appartenenze mai abbastanza sbugiardate da un’abiura o da una smentita.

La decisione di Google piove come un olio benedetto sulle ferite prodotte da ricordi incancellabili sul corpo di un paese dedito alla smemoratezza, ma invece poco incline alla riservatezza e al pudore. Anzi, per via di esempi illustri, propenso alla sfrontata esibizione di vizi, alla ostensione svergognata di sregolatezze che, proprio perché diffuse anche in alte sfere, rientrano nel costume nazionale, guardate con simpatia, tolleranza, indulgenza, peccatucci veniali se così fan tutti. Certamente prima della rete, dei social network, si poteva essere più imprudenti, si poteva contare sulla memoria corta di amici, parenti, cittadini e giornali, perché come per un tacito patto erano ben pochi gli spericolati che rinfacciavano una frase inopportuna alla zia, una dichiarazione a Mastella, una sottrazione di quattrini poco elegante ma legale a un rappresentante eletto. Invece adesso succede che fascistoni un tempo espliciti e dichiarati vedano minacciata, dall’affiorare nel web del loro passato di picchiatori, bombaroli, finanziatori di piste nere, la nuova edificante e redentiva iscrizione e adesione a sfere politiche moderate, credibile grazie all’avvento dell’accomodante e disinvolta nuova DC. Altrettanto vale per il ripudio di certi trascorsi piuttosto ribelli da parte di fan del neo-pragmatismo senza se e senza ma, necessario e lodevole quando l’emergenza chiede la rinuncia a critica, la censura sul pensiero critico, l’abdicazione a un’alternativa.

L’oblio in fondo era il cemento di carriere, il collante di relazioni grazie al velo pietoso steso su slealtà e tradimenti, la compassionevole rimozione di colpe e correità.

Era necessario, ineludibile porre riparo alla memoria perenne con un’altrettanto perenne indulgenza plenaria, nella miglior tradizione delle chiese, soprattutto quelle che tramite il perdono universale condonano prima di tutto i loro delitti, commessi contro le loro comunità, attraverso un’amnistia, un indulto, uno scudo, un condono esercitati con la più efficace delle censure, quella che cancella impronte, tracce, orme, reminiscenze.

Favorito dal mio fastidio per un’ammissione coatta a un gruppo, dalle rughe di star o da calvizie mal celate di premier, il Grande Fratello favorisce il Grande Oblio a suo uso e consumo, elargisce un Alzheimer di regime, da somministrare a dosi da cavallo in modo che ai ventenni di domani non venga in mente di rottamare i giovanotti di adesso, in modo da operare un benefico reset delle promesse mai mantenute, degli annunci cui non sono seguiti i fatti e soprattutto in modo da non rievocare diritti e certezze cancellate, idee e valori dileggiati, bellezza e beni rubati.