cineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Era la “Fabbrica dei Sogni”, Cinecittà, nata 77 anni fa ieri – solo Google se n’è ricordata con un doodle – un luogo leggendario, almeno 3000 film girati, molti Oscar e molti Leoni, formidabili professionalità, straordinari geni creativi, star di tutto il mondo che sono passare per i suoi studi, diventata fabbrica di un incubo, dove potrebbe essere prodotto il cine-vérité dell’impresa italiana condannata all’eutanasia delle privatizzazioni, delle svendite, della speculazione, che ormai sono i “valori” industriali contemporanei. Sono più di dieci anni che Cinecittà si sta riducendo a uno scheletro, come quelli dei fabbricati delle città bombardate, a una scatola vuota: via via sono stati liquidate le competenze artigianali e artistiche, che così è giusto chiamarle, di scenografi, falegnami, operai vari, l’anima e la testa della manifattura cinematografica, riconvertiti a mansioni di servizio e trasferiti nel parco tematico di Castel Romano. Le funzioni tecnologiche, quelle della post- produzione, un tempo tanto innovative e sofisticate da essere invidiate dall’altra Hollywood, considerate un polo di eccellenza europeo sono state distribuite nel migliore dei casi a società concorrenti.

Doveva essere un “giacimento”, doveva far parte del nostro “petrolio” la città del cinema nella città più cinematografata, un complesso imponente di edifici e strutture dislocato in un’area di 40 ettari percorsa da ampi viali alberati, con 22 teatri di posa, un backalot di 10 ettari e una piscina all’aperto di 7000 m²; con   strutture tecniche di eccellenza per la post produzione   cinematografica e televisiva (laboratori di sviluppo, stampa e restauro, laboratori di post produzione digitale, laboratori di post produzione audio, ecc.) e laboratori per l’allestimento delle strutture sceniche (falegnameria, carpenteria, laboratorio di scultura, laboratorio di pittura artistica, ecc.).

Ma come al solito si è detto che la ristrutturazione della fabbrica dei sogni, come delle altre fabbriche, era necessaria, inevitabile ineluttabile, che era fisiologico smembrarla, umiliarla, svuotarla: qualche riconversione, qualche pre-pensionamento, qualche esternalizzazione, qualche licenziamento. Ma non bastano certo gli ammortizzatori a saldare il conto della perdita di un patrimonio culturale e storico, quando esiste un intento esplicito di cancellare lo Studio 5 di Fellini dove si ricreavano le onde del mare, degli sceicchi bianchi, delle rimesse delle bighe di Ben Hur, delle gabbie delle tigri di Cleopatra, del garage della Vespa di Vacanze Romane e degli orologi del gladiatore di Scipione, vecchiumi impolverati che non portano grana proprio come il Palatino consegnato ai Rolling Stones, il Colosseo al ciabattino, Ponte Vecchio al suo amico, la Gipsoteca all’intimo. E non importa se là c’è passata la Roma vera, quella del neorealismo, della rinascita, quella dove migliaia attori e comparse, operatori e registi, autori e scenografi e poi artigiani, falegnami, truccatori, operatori, davano vita con quello loro slang tra il romanesco e l’americano alle nostre illusioni, ai nostri desideri, alle nostre visioni. Eh si diceva bene Weber: chi vuole delle visioni del futuro è meglio che vada al cine, beh ormai ci hanno tolto anche quello.

Perché sono preferibili gli effetti speciali della speculazione, è meglio produrre il film dei palazzinari. Quelli, in questo caso la holding guidata da Luigi Abete, famiglia di imprenditori romani ben radicata nel sistema creditizio, che come è ormai tradizione – Cinecittà è stata una delle prime privatizzazioni italiane – alienano a prezzo di svendita un bene comune, promettendo i mari e i monti del project financing, delle magnifiche sorti degli investitori, delle luminose ipotesi del rilancio dell’industria cinematografica nazionale, ma intanto la oltraggiano, la impoveriscono, la riducono a una scatola vuota così che non resta altro che ridurre il colossal a una misera operazione immobiliare. In una città che conta oltre 100 mila posti letto in albergo e dove non si calcolano le migliaia di stanze in affitto e B&B, un patrimonio di memoria, cultura dei mestieri e dei saperi, della qualità delle risorse umane e della tecnologia, viene “abrogato” come un fastidioso fardello per costruirci su l’ennesima struttura ricettiva, che creerà posti di lavoro sì, ma quelli più dequalificati nella gerarchia della specializzazione.

L’ultima volta che un Governo ha parlato di Cinecittà era quello di Monti, per bocca dell’anonimo Ornaghi che magari ci toccherà rimpiangere, sottolineando il già noto: Cinecittà è un bene privato, si raccomanderà, si suggerirà, si terrà conto, si vedrà, ma – era sottinteso – mica si potrà forzare un imprenditore a fare scelte improduttive, chè in fondo se ci guadagna i benefici ricadono su tutti. Si vede che non si è suggerito abbastanza, non si è raccomandato abbastanza, non si è tenuto abbastanza conto: il Grande Progetto, proprio come le altre Grandi Opere, della Leg Italian Entertainment Group, la società partecipata appunto da da Luigi Abete, presidente, da Diego e Andrea Della Valle, da Aurelio De Laurentiis e dalla famiglia Haggiag,  che sembrava vocata  tramite l’alleanza con la Filmaster Group creare “il polo italiano dell’industria dell’intrattenimento” e portarlo in breve a Piazza Affari, si è rivelata la Grande Bufala. E dopo i titoli di testa il film non è altro che lo spot dello solita operazione speculativa dove il Buono è il mattone e i cattivi quelli che vogliono fermare il progresso con la solita tiritera della cultura, della storia, della bellezza, piccola o grande che sia. E per invogliare i registi del mattone – come non bastasse lo scempio – tirano su alla bell’è meglio il solito parco tematico, Cinecittà World, dedicato al cinema, anzi alla memoria del cinema com’era e come non sarà più, un parco di “provincia” fatto di cartapesta e di effetti speciali, che Roma non merita.

Lo stolido Alemanno a suo tempo ebbe a dire che Roma è un set così grandioso da rendere inutili gli studios di Cinecittà. Probabilmente aveva ragione: il film sarà un remake, si chiamerà la Caduta dell’Impero Romano, sarà muto, perché ormai nessuno sembra ribellarsi e protestare e non serviranno scenografie, bastano le rovine già allestite.