Corte-dei-contiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà che frase potrebbe piacere di più al Presidente della Corte dei Conti, in carica dallo scorso settembre, una roboante “i panni sporchi si lavano in casa”, oppure “siamo oggetto di una macchina del fango” e che fango, addirittura “europeo”. Nel corso di un’audizione Squitieri ha lamentato i dati gonfiati dell’Europa che aveva denunciato un abnorme contributo (60 miliardi) del nostro Paese al volume complessivo della corruzione regionale. Proprio c’è rimasto male lui, abituato a frequentare i salotti buoni delle organizzazioni internazionali: l’Intosai (International Organization of the Supreme Audit Institutions), l’Eurosai (European Organization of the Supreme Audit Institutions) o il Comitato di contatto tra i presidenti delle Istituzioni superiori di controllo degli Stati membri dell’UE. E non solo: negli ultimi vent’anni a vario titolo ha mostrato un attivo presenzialismo anche in quelli del Governo: nel Consiglio degli esperti del Ministero dell’Economia, dal 2002 al 2005 come Capo di Gabinetto del Ministro per i beni e le attività culturali, e perfino in quelli sportivi, come membro della Commissione di garanzia della Giustizia sportiva della FIGC.

Ma quel j’accuse pare essere l’unica cosa che non gli piace dell’Europa. almeno a leggere al sua diagnosi della crisi, largamente attribuibile, ma guarda un po’ non alla crisi bancaria, non alla acrobazie perverse del sistema finanziario, ma alla dissipatezza delle nazioni, ai debiti sovrani, alle voragini dei bilanci pubblici dei Paesi, che ora è bene indirizzare verso costumi più castigati e regimi più “controllati”. E in particolare i colpevoli sono gli anti locali e soprattutto le aziende comunali e partecipate. Per carità la chiusura delle indagini sulle spese sibaritiche della Regione Lombardia, dai Suv ai lecca lecca, dalle mutande ai salamini, dai più sofisticati strumenti informatici a barili di Nutella sembrerebbe dargli ragione.  Ma giustamente il Presidente della Corte non si sofferma su questo folklore, che fa parte del fenomeno della corruzione, ma in misura non rilevante, perché “È impossibile stimare la ricaduta della corruzione sull’economia, qualsiasi stima è velleitaria”, aggiungendo sulla stessa lunghezza d’onda dei contabili dell’Istat e del Governo che “La corruzione va combattuta, ma è impossibile pensare di stimarla”.

No, la colpa è della cattiva gestione degli enti locali malgrado l’ aumento delle entrate di competenze cui corrisponde quello delle imposte: in un ventennio le tasse locali sono aumentate del 130 per cento. Per non parlare delle società partecipate dagli enti pubblici, «in alcuni casi strutturate in scatole cinesi» con la messa a rischio l’equilibrio finanziario dell’ente «fino a provocarne il dissesto».

Alle inefficienze, all’incompetenza, al cattivo governo, alla burocrazia si aggiungono  secondo Squitieri, bontà sua, le manovre di finanza pubblica succedutesi dal 2009 a oggi che per fronteggiare la crisi hanno imposto alle uscite degli enti locali riduzioni per 31 miliardi, di cui 16 miliardi per effetto di misure di inasprimento del Patto di stabilità interno e oltre 15 miliardi di tagli ai trasferimenti, imponendo sacrifici e tagli di servizi essenziali. E la legge di stabilità per il 2014 prevede per il prossimo triennio una riduzione della spesa primaria complessiva degli enti territoriali di oltre 2 miliardi, così da farla scendere in rapporto al Pil dal 14,8% del 2013 al 13,3 del 2016.

E allora se la corruzione e l’inefficienza che la alimenta e al tempo stesso ne deriva non è stimabile e quindi difficilmente contrastabile, se comunque siamo strangolati dai ricatti dell’imperialismo europeo come nodi scorsoi  che si stringono ogni giorno di più, se non è bastato quell’esercizio che Gallino chiama sapientemente si “corteggiamento” dei capitali da parte degli Stati, per trattenerli nel proprio territorio o per invitarli, allora non possiamo che temere che tutto non congiuri, ma sia concertato per promuovere  la svendita di proprietà pubbliche e l’alienazione dei beni comuni, per favorire la privatizzazione da un lato dei servizi pubblici erogati da quelle “scatole cinesi”, delle pensioni, della sanità, dell’istruzione, un bacino che nell’Ue vale migliaia di miliardi, quelli sì stimabili. Anzi stimatissimi se  nel rapporto “Guadagni, concorrenza e crescita”, presentato da Deutsche Bank nel dicembre 2011 alla Commissione Europea, si scriveva a proposito del nostro Paese : “  I Comuni offrono il maggior potenziale di privatizzazione. In una relazione presentata alla fine di settembre 2011 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze si stima che le rimanenti imprese a capitale pubblico abbiano un valore complessivo di 80 miliardi di euro (pari a circa il 5,2% del PIL). Inoltre, il piano di concessioni potrebbe generare circa 70 miliardi di entrate. E questa operazione potrebbe rafforzare la concorrenza. (..) Particolare attenzione deve essere prestata agli edifici pubblici. La Cassa Depositi e Prestiti dice che il loro valore totale corrente arriva a 421 miliardi e che una parte corrispondente a 42 miliardi non è attualmente in uso. Per questa ragione potrebbe probabilmente essere messa in vendita con relativamente poco sforzo o spesa. Dal momento che il settore immobiliare appartiene in gran parte ai Comuni, il governo dovrebbe impostare un processo ben strutturato in anticipo. (..) Quindi, secondo le informazioni ufficiali, il patrimonio pubblico potrebbe raggiungere in valore complessivo di 571 miliardi, vicino al 37% del PIL. Naturalmente, il potenziale può anche essere ampliato”.

L’attacco agli anti locali, la spoliazione dei nostri beni, l’erosione delle nostre pensioni che altro non sono- vale sempre ricordarlo- retribuzioni differite, l’esproprio di paesaggio, cultura e ambiente, il consumo dissipato e illimitato di risorse non rinnovabili perché pochi ne dispongano a danno di troppi, lo smantellamento dell’assistenza, rappresentano le armi che sono state messe in campo per costringerci all’obbedienza al sistema finanziario. L’Ue rinnova ai cittadini e ai loro Parlamenti sempre più esautorati l’obbligo di riconoscere il patto di ubbidienza, trasformandolo in leggi-capestro nazionali, mediante procedure democratiche praticate là dove la democrazia non abita più.