0234Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come piaceva ai bambini la fantasiosa insegna del bel negozio Marforio, con quel grappolo di ombrelli colorati a indicare che dentro c’erano bauli e valige per lunghi viaggi avventurosi e quel profumo di pellami pregiati come nelle sellerie di Londra. E poi più in là eleganti negozi che avevano preso il posto di quel caffè su due piani luogo di riunioni tempestose, merletti, damaschi… adesso bande di forzati del turismo, naufraghi dei divertifici si riversano in rutilanti botteghe uguali a Venezia come a Detroit o Salonicco, ancora più oltraggiose qui, dove la plastica si è imposta sulle sete e i velluti, i gadget insensati e celibi sulle creazioni artigianali, dove pare che una tempesta di volgarità aggressiva e perentoria abbia rotto in mille pezzi i vetri soffiati e strappato i merletti di Burano, dove si è perso il sapore di Zaleti e bussolai annullato da snack globali.

Stanno pigiati nel negozio di maschere made in Malesia, vetri di Taiwan, plastiche senza patria, Cd von il povero Vivaldi sintetizzato, perché la folla richiama altra folla, è più rassicurante stare in tanti a non riuscire a vedere un quadro, una vetrina, un panorama, che goderseli in contesti romiti e appartati, compiacersi del silenzio,  rivelare a se stessi il segreto della scoperta solitaria.

Per carità nessuno nega che tutti devono avere la facoltà di accedere a bellezza, cultura, arte, ma non rappresenta un diritto stare tutti, male, senza qualità e senza soddisfazione, nello stesso posto e nello stesso momento. Sgomitando, calpestando, manomettendo, danneggiando e limitando i diritti a goderne di chi ci vive in quei luoghi benedetti e preziosi, che hanno contribuito a mantenerli, che li hanno avutio in prestito per trasmetterli a loro volta.

Senza scomodare le teorie sui beni posizionali, lo hanno capito gli abitanti delle Hawai e della Polinesia che hanno chiesto agli Usa di “calmierare” i pingui pellegrinaggi verso i loro paradisi, lo ha capito la Giordania che non vuole permettere la cancellazione di Petra. Lo sanno i cinesi che “proibiscono” alle comitive l’accesso alla loro città imperiale.

Noi no, noi lasciamo Fazio lamentarsi con il ministro che o tace o acconsente perché va più gente al Metropolitan Museum che agli Uffizi o perché nelle nostre città d’arte arrivano meno turisti che a Berlino o a Parigi, come fosse trascurabile che il nostro Paese non ha una capitale culturale, ma una miriade di straordinari siti e almeno una ventina di piccole ma straordinarie “Capitali”, oltre a Roma, Firenze, Venezia, Napoli, Palermo. E che se cominciassimo a favorire la qualità del godimento sulle abbuffate in fila, frettolose e superficiali, se premiassimo esposizioni permanenti e piccoli musei ai grandi eventi e relativi dissennati trasferimenti improvvidi di opere, sarebbe favorito turismo di qualità, profitti e investimenti nella manutenzione.

E’ che il turismo è un inevitabile, desiderabile ma ingombrante presenza collaterale al nostro patrimonio d’arte e naturale, che richiede programmazione, capacità di gestione ed efficienza per limitare pressione ambientale, inquinamento, effetti rovinosi e incuria. Mentre l’impiego a fini turistici delle nostre ricchezze più  preziose  è   caratterizzato da improvvisazione e superficialità di analisi,  secondo la dissipata cultura della “valorizzazione”, che ormai ha eufemisticamente sostituito la più appropriata definizione di “sfruttamento”.

Eppure i dati ci sono, la capacità di previsione c’è, e non richiede metodologie troppo sofisticate. E ci dicono che di turismo si può vivere e bene, ma si può anche morire e male.

Grazie a una di quelle giravolte di ruolo e casacca così in uso, l’attuale presidente dell’Autorità Portuale di Venezia, il nocchiero esplicito del transito delle navi in Bacino e il cicerone delle frotte fotografa e fuggi di pellegrini che scendono per un breve ma pesante passaggio in città, quando era sindaco aveva promosso uno studio che aveva identificato la  soglia limite di presenze media giornaliere che la città  non doveva superare pena un impatto mortale sull’esistenza dei residenti, sulle attività economiche, sull’ambiente:  ventidue-milasettecento presenze giornaliere di media, mentre la soglia limite della capacità fisica di accoglienza della città era fissata in centomila presenze giornaliere.

Ma non bastavano i riti del Carnevale che rovesciavano in città flussi spaventosi di festaioli con picchi di oltre 100 mila presenze giornaliere, ci volevano anche le migliaia di forzati delle navi da crociera vomitati fuori a consolidare l’equivoco di un posto che si presta, come per una sindrome di Stoccolma, ingordo e avido, a farsi sfruttare per quattro soldi, violentare per profitti aleatori e modesti, farsi espropriare dell’identità, mettendosi in maschera da Arlecchino servitore di tutti i padroni, per approfittare di una gaio disordine prima della catastrofe, arbitrario e discrezionale, in modo che una bottiglia d’acqua minerale si paghi 6 euro, e che viandanti taglieggiati non tornino più.

Centocinquantamila persone,  tante potrebbero  far el liston, camminare per le calli dove ormai viene instaurato  il senso unico alternato, perché oltre  la città soffoca, i residenti si nascondono cercando “fodre” e scorciatoie minacciate, come indiani di una riserva, animali in gabbia, ospiti mal tollerati in casa loro.