letta-auto2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non sono particolarmente urtata che uno dei leader autoproclamato del vituperato “caos” si sia allontanato dal luogo del comizio in Jaguar. In fondo il premier proclamato console dal re,  correo proprio di quel caos, si è allontanato ben più sfrontato dal suo comizio in Bmw blu,  pagata anche lui da amici, noi, purtroppo.

Ha cambiato slogan, Letta: conclusa l’era del Fare – forse, viste le sue abitudini ed attitudini, gli pareva di aver fatto abbastanza – adesso si è convertito all’”impegno”, parola demonizzata da Craxi in poi in quanto associata alla Weltanschauung di una sinistra punitiva, severa, moralista ed estranea alla dinamica Italia da bere, e recuperata, ora che la sinistra è definitivamente seppellita, per consolidare l’operosa immagine di un governo di scolaretti che si svegliano presto, magari per guardare i  cartoni animati prima di andare a lezione.

Dalla soffitta dove sono stati riposti gli arcaici attrezzi cari a epoche più opime, il premier ha tratto anche il piglio decisionista: si batte come un leone contro gli stregoni del caos, rivendica come una virtù la sua impopolarità, esige fiducia da un parlamento delegittimato a rappresentare un’Italia peraltro sfiduciata, giura su una stabilità garantita da una maggioranza sempre più instabile, lancia avvertimenti trasversali contro i rei di voler gettare nel disordine  tutto il Paese proprio quando sta rialzandosi, perché, proclama, “l’Italia è pronta a ripartire ed è nostro obbligo generazionale aiutare a farlo”. Pare insomma, secondo Letta, come secondo il neo segretario del Pd e la sua gioconda squadra, che  gli obblighi di un governo, ancorché di nominati e manovrati come burattini da una pletora di vecchi irriducibili ventriloqui, e di un ceto dirigente di figli, nipoti, amichetti, scaturiscono dall’età e verrebbe da dire per fortuna, che se dipendessero da competenza, intelligenza politica, capacità di visione, creatività, staremmo freschi.

Ma questi sono scolaretti asini. Non studiano, hanno la giustificazione incorporata: i danni li hanno ereditati, proprio come gli incarichi, i privilegi, il potere. Non stanno a sentire nessuno e non si fermano a guardare quello che accade intorno, usi a ubbidire alla maestra che fa la voce più grossa, talmente spaventati da un dissenso che mette in discussione le loro rendite di posizione inviolabili, da non saperne approfittare. E dire che quel caos che li spaventa potrebbe essere proprio lo strumento per rinegoziare una appartenenza che ormai si è ridotta a condanna a rispettare regole penitenziali. Se fossero di quegli alunni intelligenti ma che potrebbero fare di più, piacerebbe loro il Masaniello in Jaguar, tentato da svolte militari e leadership da operetta, e lo impiegherebbero per rinegoziare, così come avrebbero dovuto usare a buon fine catastrofi “naturali”, ormai più prevedibili della loro inadeguatezza sempre più sorprendente.

In fondo la parte visibile dell’iceberg della collera è loro affine oltre che essere un loro effetto: fanno parte di nuove povertà le partite Iva tanto vezzeggiate dalla Lega, lo zoccolo duro della piccola borghesia imprenditoriale, blandita dal condannato, categorie addestrate a qualche gioco di prestigio fiscale guardato con tollerante indulgenza, che si sporgono sull’orlo del precipizio, giù giù lungo la scala sociale dove stanno già milioni di disoccupati e cassintegrati, altri milioni che non riescono ugualmente a pagare le bollette, che hanno prosciugato il conto in banca e adesso si sentono chiedere di rientrare dallo scoperto, che tirano giù per l’ultima volta la saracinesca del negozio, che dichiarano il fallimento dell’impresa. Gente che si sente regredita, penalizzata ingiustamente dalla rinuncia accelerata a consumi che sono stati abituati a ritenere indispensabili e sorprendentemente anche a quelli che lo sono davvero, spaesati nelle geografie della perdita, di beni, di privilegi, di identità in città dove le strade sono deserte, le botteghe chiudono, la gente si ritira a casa frettolosamente in queste sere d’inverno.

I media li hanno scoperti e da ieri li esibiscono in una sapiente ostensione di opposti vaniloqui, improbabili arruffapopolo contro altrettanto inaffidabili rappresentanti della classe dirigente, a cianciare di Costituzioni mai lette, riforme ripudiate o tradite, tutti a testimoniare di una cittadinanza che non conoscono, non  raffigurano  e nemmeno ritraggono, che chiamano in causa e rinnegano a un tempo, perché il contagio di un quarto d’ora di celebrità, una visibilità senza reputazione, l’odore del potere hanno una forza ineguagliabile, capace di separare dagli altri in una remota distanza incolmabile.

Come le palline del mercurio dei vecchi termometri fermenti si agitano, a dispetto di Grillo, di Berlusconi, che vorrebbero rimetterli nel controllato tubicino di vetro, o di un governo che li vuole invisibili perché la povertà gli va di traverso come una macchia sulla cravatta dell’Europa. E che non sta a sentirli, perché non può reggere alla pressione di nuove ragioni che un tempo anche noi avremmo rifiutato, corporative, settoriali, e che ormai coincidono con le ragioni di altri, tutti gli altri esclusi, tutti gli altri poveri, tutti gli altri umiliati, tutti gli altri espropriati, proprio come gli altri, quei metalmeccanici che oggi protestano a Roma in sfavore di telecamere, perché vengono da una lunga storia di lotta, meno pittoresca, meno telegenica, che piace meno a regime e stampa perché è impossibile dire che hanno torto quelli che il torto l’hanno sempre subito.