alluvioneAnna Lombroso per il Simplicissimus

Uno degli aspetti più inquietanti della corruzione è che si presenta come una strada inevitabile, lo sbocco irrinunciabile a rispondere ad esigenze invece legittime, alla soddisfazioni di elementari diritti, oggetto di arbitraria elargizione.

Eh si, non è che ci sia una classe dirigente infetta da una parte e una società civile virtuosa dall’altra, anche se le vittime poi si ritrovano sempre e non casualmente dalla seconda, che non si dà mai che in un sottopasso soccomba la Cancellieri sorpresa dalla furia degli elementi mentre telefona in macchina, o che Scajola si ritrovi con la casa devastata dalle acque, sia pure a sua insaputa.

Il dissesto del Paese è senz’altro frutto di indifferenza, incompetenza, malaffare, commistione di oscuri interessi “legali” e criminali in alleanze sempre più opache e sempre più evidenti, di fondi stornati dalla pubblica utilità per indirizzarli verso opere pesanti, costose, inutili e devastatrici, del primato dell’istinto speculativo del profitto, dell’incomprensibile pulsione suicida dell’uomo che rimuove o non vuol vedere la minaccia della catastrofe ambientale, per non cambiare il proprio modello di sviluppo illimitato e dissennato.

Ed è questa largamente l’origine della crisi protratta e incrementata fino a diventare emergenza da “contrastare” con le stesse procedure e modalità che l’hanno prodotta: provvedimenti eccezionali al posto della regolare manutenzione, commissariamenti speciali in sostituzione di programmazione degli interventi, gestioni autoritarie indifferenti o separate dai bisogni dei territori, spese incontrollate invece degli investimenti in salvaguardia ordinaria.

I dati relativi al consumo di territorio, alla perdita di biodiversità, all’inquinamento nelle aree urbane, alle emergenze “permanenti” come quelle dei rifiuti, del dissesto idro-geologico da anni ormai dimostrano che l’Italia registra un ritardo e un arretramento rispetto agli altri paesi europei, accumulando inefficienze e inadempienze ampiamente denunciate e condannate anche dai nostri sussiegosi padroni europei, per via di un rapporto aberrante tra scarsità e disponibilità di risorse. Ed è certo che si in realtà, di una questione civile e culturale che può fare la distinzione tra una nazione e un’altra per il livello di progresso raggiunto, per il rispetto della legalità e delle opportunità di sviluppo alle quali accedono i cittadini, più che mai in presenza di una crisi globale.

Ma c’è anche una emergenza che potremmo dire ormai antropologica, che investe la società, ceto politico inamovibile, remoto e inviolabile nella fortezza dei suoi privilegi e della sua perversa solidarietà, enti locali arruffoni e avviluppati in relazioni invece molto strette con segmenti di cittadinanza molto esigenti, molto attenti a interessi privati, molto attrezzati sul versante della pressione e della contrattazione elettorale, e poi una vocazione popolare, la cui sussistenza è stata molte volte denunciata come carattere della nostra autobiografia nazionale, quella al clientelismo, al familismo alla micro-corruzione generalizzata e estesa. E che in tempi di crisi assume le fattezze di scorciatoia obbligata, ma che da anni è stata nutrita dalla somministrazione sia pure selettiva di condoni, scudi, licenze, perdoni.

Nello smantellamento della rete della sorveglianza, nella totale assenza di politiche di prevenzione, nella foresta perversa di norme e licenze, di leggi e deroghe, di silenzi assensi e di assensi silenziosi, si allarga l’esercito dei vandali in casa, per citare un efficace titolo di Antonio Cederna, nel quale militano amministratori che concedono autorizzazioni e  modifiche ai piani  a piccoli imprenditori che costruiscono campeggi sul greto di fiumi, cittadini che si sentono legittimati all’abuso, se così fan tutti, più su, più in alto, negoziatori delle due parti che si scambiano favori e voti, deviando torrenti, scavando pozzi, cambiando destinazioni d’uso, piccoli interventi, per carità, che si assommano però in una potente macchina di illegalità e di manomissione del bene comune, in virtù di amicizie, frequentazioni, protezioni, intrinsechezze, che valgono e hanno il sopravvento, si è ben visto, a tutti i livelli.

Si, sembra proprio inevitabile in tempi di precarietà del lavoro, delle certezze e infine delle leggi e della giustizia che dovrebbe garantirle, ricorrere a rapporti informali, a esoneri tollerati dalle regole, a indulgenze “pelose” e non certo disinteressate.

Se permane la convinzione che per ottenere un permesso, una licenza, una concessione, per addomesticare un controllo, per non soccombere alla laboriosa contrattazione con l’amministrazione pubblica o all’iter labirintico di leggi, sia tacitamente ma universalmente concesso rivolgersi a un amico, in regime di scambio, si possa impiegare un aggancio, si possa fare un “regalo”, allora è inevitabile che l’illegittimità fino all’illegalità diventi costume nazionale, che intride le geografie dei rapporti, della socialità, del sistema economico e politico, facendo del bel Paese un posto dove   la regola non è la pianificazione bensì la deroga, dove l’ambiente diventa un intralcio per il progresso, un vincolo per la crescita economica misurata dal PIL e i boschi in fiamme, i fiumi inquinati o il traffico congestionato nelle aree urbane sono ancora considerati il costo da pagare per un benessere del quale conserviamo solo l’illusione.