Bray, se ci sei batti un colpo

MINISTRO BRAY IN VISITA A BIBLIOTECA GIROLAMINI A NAPOLIAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare sia la maledizione di Sanremo: succede che un esordiente felice e sconosciuto vinca, venda qualche cd, faccia qualche ospitata. Ma  poi, a pochi giorni dal festival evapora: passata la serata di notorietà,  la canzone non si canticchia più,  può contare solo su una comparsata, sia pure a digiuno, in un’isola dei famosi, periodicamente gli viene dedicata una puntata della rubrica “chi l’ha visto” in un settimanale di gossip, ma inesorabilmente è scomparso anche dalle brevi in cronaca, dimenticato perfino da quelli che l’hanno giubilato con il televoto.

Dopo il quarto d’ora di  celebrità della foto di gruppo in occasione del giuramento, peraltro guastato dalle sparatore di Piazza Montecitorio,  la maledizione di Sanremo si è abbattuta anche su alcuni ministri del governo Letta, più dimenticati dei Jalisse, più spariti di Aleandro Baldi. E meno votato di loro, ma ancora più anonimo, incognito e inesplorato di loro, qualche volta sentiremmo il bisogno di conoscere invece la voce di Massimo Bray, il cereo ministro dei Beni Culturali, che ha goduto di qualche istante di fugace fama per aver perso l’aereo che doveva portarlo alla Mostra di Venezia, per aver invece incautamente preso la circumvesuviana assediata da ultras,  avendo per ragioni di opportunità dismesso una sontuosa Audi con la quale si muoveva nella sua veste di fidato inserviente del ticket Amato/d’Alema tra Treccani e ItalianiEuropei e tra Terza Repubblica, tema sulla quale si esercita con stupefatta aspettativa paragonabile solo alla meravigliata passione che riserva alla riscoperta della taranta, il vero must del suo scarno curriculum, nutrita amorosamente nel feudo del suo sponsor.

Invece più silenzioso del funereo Ornaghi,  l’abbiamo sentito tacere tenacemente e rumorosamente in questi mesi, quando Fare e semplificazioni hanno legalizzato licenze inaccettabili a beneficio di potenziali abusi e  speculazioni, commesse anche in aree fino ad ora protette, quando altri ministri con sciagurata disinvoltura danno il loro dannato consenso presente e futuro al passaggio di navi a più piani che sfiorano pericolosamente San Marco, quando sindaci e sovrintendenti espropriano la collettività di  monumenti e aree archeologiche dandoli in lungo comodato commerciale, secondo le regole di un marketing straccione, quando si persegue uno sfruttamento dei beni culturali a scopi spettacolari, concedendoli per esposizioni tarocche e strapaesane – che si sa il sonno delle regioni genera mostre – o per quegli eventi irrispettosi e irriverenti che comportano lunghe trasvolate e altrettanto lunghe permanenze in qualche  altrove lontano.

E infatti il taciturno Bray, che minaccia di far peggio – non facendo – dei suoi predecessori Giovanna Melandri, Sandro Bondi, Giuliano Urbani, Giancarlo Galan oltre all’altrettanto pallido e scialbo Ornaghi,  non ha detto parola sull’ultimo misfatto in ordine di tempo, commesso in nome di quel nefando export del mostrificio italiano, risalente a più di un mese fa ma passato inosservato almeno quanto il ministro.  Un bassorilievo in gesso di Antonio Canova, staccato dal muro dell’Accademia d’Arte di Perugia per essere spedito a soli 24 chilometri di distanza, a una esposizione minore di Assisi intitolata icasticamente “Canova” è caduto durante il trasporto  frantumandosi in mille pezzi.   L’opera, donata dagli eredi dell’artista all’Accademia,  era uno dei pochi esemplari noti dell’Uccisione di Priamo, uno degli episodi  della celebre serie omerica   di bassorilievi.  La perdita irreparabile di questo bene, sottratto per sempre  a noi e alle generazioni future, è uno degli oltraggi commessi in nome di quella smaniosa tendenza che ha trasformato i burocrati in agenti di commercio,  che ha promosso quel demi monde di critici improvvisati, editori minori, organizzatori di eventi in “operatori culturali”, all’ombra di fondazioni potenti quanto indifferenti al sapere, alla bellezza, dediti come anodini Gondrand al trasloco di prodigi per farne magari le comparse o l’ambientazione di collezioni di intimo come è successo appunto proprio col pluri- colpito Canova  in una mostra alla Gipsoteca di Possagno, promossa dall’ex ministro Galan, notoriamente più incline all’ammirazione di corpi vivi che marmorei.

È stato zitto zitto anche quando il paese che vanta la maggior presenza di opere d’arte e siti censiti dall’Unesco non ha aderito  al Museum Day, la Notte dei Musei che coinvolge oltre 30.000 musei in tutto il mondo. Qualche sovrintendenza  e molte istituzioni museali hanno  partecipato,   ma Il Mibac ha detto no, nessun museo statale è stato quindi presente motivando la squallida astensione con quelle ragioni di sicurezza e di tutela che vengono meno quando il brand dell’arte viaggia per far circolare favori, prebende, presentazioni in catalogo, presenzialismi. Serve aiuto, ha fatto dire alla sua pomposa sottosegretaria, tristemente dedita all’esternazione purché improvvida,  servono volontari, servono finanziatori, secondo quella ormai consueta dichiarazione di impotenza dietro alla quale si cela la ferme determinazione a consegnare la gestione del patrimonio culturale   ai privati,  mentre la tutela, oscura, faticosa e sempre più costosa, rimarrebbe ovviamente in capo allo Stato. È una scelta strategica che unisce in un impunito sodalizio tutte le differenti formazioni politiche sempre più uguali e che si propone appunto di promuovere declino e rovina dei beni comuni per farne ricchezza privata, così come i diritti diventano privilegi e le garanzie arbitrarie concessioni.

Come ha detto a suo tempo Salvatore Settis la successione di ministri dei Beni Culturali «fosse stata a Firenze nel Quattrocento, sarebbe riuscita a insabbiare il Rinascimento». Con un po’ di buona volontà può darsi che il Bray seppellisca anche la taranta.

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