via-dei-fori-imperiali_1Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Noi restiamo colpiti da ammirazione al vedere tra gli antichi lo stesso personaggio essere al tempo stesso, e in grado eminente, filosofo, poeta, oratore, storico, sacerdote, amministratore, generale di esercito. I nostri spiriti si smarriscono alla vista di un campo così vasto”. Scrive Pierre-Edouard Lemontey, intorno al 1770, lamentando che nella sua contemporaneità ognuno   piantasse la sua siepe e si chiudesse  nel suo recinto. “Ignoro se con questa sorta di ritaglio il campo si ingrandisce, ma so bene che l’uomo si rimpicciolisce” conclude.  E dio sa se non si senta anche oggi e ancora di più di allora la pressione degli specialisti, e non si rimpiangano certe intelligenze vive, poliedriche, dinamiche a fronte della prevalenza dell’uso improprio di tecnici che si improvvisano politici, di specializzati in vena di generare soluzioni generiche e generaliste, di esperti che si dedicano alla tuttologia e di incompetenti che ci impongono le loro scelte.

In un paese di navigatori, poeti, allenatori e mister, economisti di recente addestramento, arriva una nuova generazione di urbanisti, Fori chiusi alle auto museo  a cielo aperto, Fori invece, organismo vivo, almeno finché ce la fa, percorso instancabilmente da macchine, bus, pullman e turisti col parasole. E c’è il Pigi Battista che chiama i residenti all’insurrezione con un countdown su Twitter, i “conservatori” che definiscono stupidario i sette no di Luciano Canfora, le destre confinate in un’accidiosa opposizione che tacciano, proprio loro, il sindaco di populismo e lo invitano a dare priorità alle periferie e così via in un penoso attorcigliarsi che poco ha a che fare con l’interesse generale, mai peraltro consultato e come da consuetudine ben poco informato.

Alla radiosa visione della più grande area archeologica  prodigiosamente inserita in un contesto metropolitano hanno lavorato negli anni alcune delle più versatili intelligenze da Leonardo Benevolo, a Adriano La Regina, da Antonio Cederna a Italo Insolera  – la cui appassionata dedizione all’abitare come forma perfetta della cittadinanza e alla città come bene comune, ci manca in tempi così bui – che nei lontani anni ‘70 grazie a amministratori altrettanto illuminati cercarono di dare concretezza a quel progetto, ormai coperto da anni di trascuratezza, di disaffezione ai temi della cultura e della bellezza, di egemonia del “costruttivismo” e di quella aberrante “modernità”  che condanna arte e qualità come ostacoli al profitto e  che sbeffeggia  tutti coloro che non   si assoggettano all’ideologia  “costruttivista” che affida le città alla speculazione fondiaria e ha fatto dell’urbanistica la scienza  delle  deroghe, quando non del controllo sociale.

 Ma con tutto l’amore che  porto per gli incantamenti suggestivi  dei  visionari, quella del neo sindaco Marino più che una visione mi pare una inquadratura, lodevole ma estemporanea, uno spot stimolante ad uso più turistico e commerciale, se il primo a beneficarne è l’uomo dei mocassini nuovamente promosso a mecenate in attesa – per quell’uso improprio sempre in auge – di altri più alti riconoscimenti della sua influenza civica.

Eh si la coincidenza in perfetta contemporaneità dei due annunci: salvezza dei Fori tramite pedonalizzazione e salvezza del Colosseo mediante ciabattino elegante, inquieta un po’. È lecito sospettare della magnanima benevolenza di salvatori che prediligono la visibilità alla reputazione, la carità alla solidarietà, l’interesse personale a quello generale, a chi indirizza la sua generosità su obiettivi ad alto contenuto di vistosità, propaganda, appariscenza da apporre su carta intestata, manifesti, spot, suole sotto forma di loghi e simboli profittevoli, molto più appetitosi della manutenzione, dell’appartata tutela, della riservata conservazione.

È azzardato dire che la gatta “preciolosa” fa i gattini ciechi a proposito di un progetto nato negli anni ’70, ma in quasi quarant’anni la città è cambiata. In peggio. Le amministrazioni che si sono succedute, le ultime soprattutto – spesso si sente  paragonare Rutelli  a Pericle e la sua amministrazione all’età dell’oro – sono responsabili di aver preferito i circensi al pane e companatico del bene comune, di aver mostrato una acquiescenza delirante ai costruttori,  una indifferenza criminale nei confronti delle periferie,  un increscioso disinteresse nei confronti dei problemi che da sempre assediano la Capitale.

Certo è azzardato dire che, come a Palermo, il problema di Roma è il traffico. Ma lo è altrettanto la creazione artificiale di un’insula felix, limitata e confinata nel centro della città senza aver finalmente messo mano alla rete dei trasporti cittadini, quelli pubblici in particolare, affidati alla gestione dell’opificio del più dissipato clientelismo, che ancora oggi preferisce la soluzione sotterranea, quella che a Istanbul e in altre città a alto contenuto archeologico, è stata mediata e temperata, per l’impotenza a fronteggiare le controindicazioni della salvaguardia e l’incapacità di promuovere la circolazione di superficie, largamente inadeguata e chiamata ora ad affrontare la pressione delle nuove deviazioni.

Che se poi l’operazione del Professor Marino è volta alla salute dei monumenti e dei preziosi scavi, allora doveva essere davvero chirurgica, tagliando via, come si addice a un’area museale e a un intervento sanitario, tutto l’impatto dei veicoli, privati e pubblici, se mica occorre essere tecnici per sapere che sono proprio quelli più pesanti, bus e pullman turistici ormai padroni incontrastati della città, a esercitare  l’impatto più severo e patologico.

In questa eclissi delle ideologie che ha comportato anche la cancellazione di molte idee, conforta che per decreto sindacale si resetti l’apoteosi della neo romanità che picconò senza remore gli ostacoli ai trionfi del duce, quando in sette mesi si sventrò la città, demolendo ben 5500 vani d’abitazione, scavando e asportando 300.000 metri cubi di terreno, di cui la sesta parte  costituita da roccia e da vecchi calcestruzzi romani, sbriciolando l’edilizia medioevale e  distruggendo  il quartiere costruito all’inizio della Controriforma, abbattendo due chiese,  eliminando dodici vie e  abbassando la collina della Velia, fra Colle Oppio ed Esquilino, uno dei Sette Colli dell Urbs più antica.

Ne siamo compiaciuti a patto però che l’annunciazione di Marino e la sua rapida realizzazione siano  la parte emersa   di un progetto di città, e non un gesto fine a se stesso e isolato, come fa temere invece l’appassionata citazione del modello Firenze da parte del  di Roma e della  pedonalizzazione di Piazza del Duomo,  l’unico vero cambiamento che si può accreditare all’ex rottamatore e che ha segnato un ulteriore passo di avvicinamento nella marcia   verso la musealizzazione e la turisticizzazione di Firenze e l’adeguamento allo sventurato format Venezia.

Ci tranquillizzi il sindaco, che dopo  la cavalcata distruttiva del duce con tanto di pennacchi, non ci aspetti la marcia sui Fori degli sponsor.