giornali1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è come sostare in una sala d’aspetto, viaggiare su un qualsiasi vettore, insomma avere qualche ora da riempire fuori dalla rete per condurre una esperienza antropologica e sociologica sorprendente. I quotidiani cartacei schiudono un mondo che a prima vista potrebbe parere arcaico ma che interpreta, testimonia e rende conto come in un dagherrotipo del ceto al potere, degli ammessi al cono di luce, di quelli irraggiati mentre noi siamo in ombra, del disprezzo che nutrono per chi è marginale rispetto alla loro luce e delle benevole elargizioni della loro saggezza che ci somministrano malgrado la nostra riottosità.

E’ il giornale in formato cartaceo a regalarci queste gemme, ma non crediate sia perché le edizioni on line inducono resipiscenza e scoraggiano le “marchette” troppo smaccate, no è che al giornalista che intervista i “grandi” o ne tratteggia ritratti in tinte pastellate o ci rivela incantevoli fattezze domestiche colte dietro le quinte, nella severa intimità della loro vita privata, piace che ne resti testimonianza per garantirsi il puor boire ma anche per il piacere narcisistico di rileggersi, evidentemente noncuranti degli abissi di ridicolo nei quali si sono avventurati.
Il giornalismo, fa dire tal Simonetta Fiori nel glorioso paginone della cultura di Repubblica al suo fondatore, è vivere i fatti, le opere, i personaggi fino in fondo, trovando le chiavi per collocarli nel tempo e ricavandone un’attualità per l’oggi. Si, scrive proprio così, un’attualità per l’oggi. Perché il giornalismo è un mestiere che richiede conoscenza e quindi specialismo, ma anche il concorso di un pensiero articolato, che abbia curiosità del mondo.

Imperturbabile la Fiori ci svela che tra Proust e Sainte Beuve, l’impareggiabile Scalfari sceglie il secondo. Ma certo, perché l’opera è sempre da ricondurre a umori, tratti caratteriali, dolore e piacere, esperienze di vita dell’autore.
Ahi, ahi, ancorché novantenne Scalfari si è fermato un po’ prima di diventare venerato maestro, e fa il morto in quel mare pacifico della grande banalità, navigato da quei “moralisti” che si fanno largo nella divulgazione e nelle nostre esistenze non per opere immortali ma per gli aforismi e le massime di Wikipedia, come certi poeti conosciuti solo per le cartine dentro ai Baci Perugina prima di Moccia. Insomma gli esponenti sussiegosi e supponenti di quella che Gadda definiva sferzante la “moralona”, burbanzosa e altezzosa, che ben si addice a carni un po’ fruste e anime che si vogliono aggiustare, benché si ritengano destinate all’immortalità.

Ci sarebbe da chiedersi perché due che ricavano dal loro mestiere “un’attualità per l’oggi” si prestino a un dialogo così indecoroso e odoroso della muffa del più vieto misoneismo. Beh non è solo per piaggeria o vanità e lo si doveva capire dall’eloquente occhiello: “da Proust a Monti, Scalfari alla Sapienza”. Giù, giù alle ultime righe si rivela il senso della carrellata. I due grandi vecchi, il fondatore di Repubblica e il presidente che gli nega il senato a vita concordano: Monti non è fatto per la politica. I due l’hanno sostenuto perché l’Italia stava andando a fondo, ma come tutti i tardi neofiti, quelli che “scoprono l’amore a settant’anni”, il sobrio professore ha perso la testa e quindi da uomini di mondo ne prendono le distanze.
È proprio vero che spesso i vecchi si incattiviscono, che sono invidiosi e risentiti, che la “metamorfosi sacra” li congela in una livorosa crudeltà: ce lo hanno imposto, lo hanno osannato e adesso lo scaraventano giù dal loro empireo, senza pentimenti, né per il passato néper l’attualità dell’oggi, perché le penitenze spettano a noi. Che ce le meritiamo se li leggiamo e li eleggiamo.