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Regime col golf

golfAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa vi aspettavate dal salotto Verdurin del neo liberismo, da un ceto provinciale e parvenu che si è fatto colonizzare anche l’immaginario dall’America vista da Hollywood? Ma il coronamento del sogno di  ospitare da noi con tutta la possibile pompa il più prestigioso torneo di golf che si svolge ogni due anni  dal lontano 1927 e che mette a confronto una selezione di giocatori statunitensi e   una di europei.

Così pare siano stati rimossi, salvo un auspicabile atto di giustizia del Presidente Grasso, i molesti ostacoli che avevano bloccato  la concessione di una garanzia da 97 milioni di euro a copertura economica della Ryder Cup, prevista da un emendamento al Decreto Salva-Banche, a suggellare forse l’indissolubile legame tra lo sport più esclusivo e chi può permettersi di coltivarlo, alternando il passeggio agonistico in sterminate distese verdi con l’altrettanto competitivo gioco d’azzardo finanziario.

Sarebbe stato proprio il Ministro dello Sport a esercitare un’autorevole  pressione, magistralmente interpretata dal primo firmatario, il Senatore Turano impegnato personalmente ad agire per “promuovere l’Italia nel mondo e avvicinare i giovani allo sport”. Così possiamo immaginare che abbandonati i campi di calcetto, obsolete le sale parrocchiali, entusiaste moltitudini di ventenni disoccupati vengano invogliati alla frequentazione dell’Olgiata. E ci aspettiamo un’esternazione del ministro Poletti sulle magnifiche prospettive occupazionali del comparto e sulle opportunità del mestiere di  caddy, in applicazione, nel migliore dei casi,  di un destino di portabastoni.

Lo avevamo previsto (e scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/02/03/lotti-lotti-gol/). Non a caso al più vicino e sodale  dei famigli di Renzi è stato affidato l’incarico strategico di realizzare quella combinazione di affarismo e agonismo, di sport e profitto, armonizzando gli interessi di proprietà e rendite fondiarie e immobiliari, costruttori, speculatori, società sportive, criminalità variamente impegnata, tutti variamente delusi dal no alle Olimpiadi, dai rinvii della realizzazione di uno stadio con annesse infrastrutture nella Capitale, dalla caduta di affezione degli ultrà penalizzati dalle barriere, dalla difficoltà di accordarsi sui diritti radiotelevisivi, dall’eclissi del tifo e dei circenses in tempio di magra, quando i giochi più amati dagli italiani sono il gratta e vinci e le slot, peraltro anche quelli ampiamente infiltrati dalla malavita.

Che poi il golf sia una nuova frontiera speculativa e una disciplina che come il prosecchino e gli appetizer risveglia la fame e aguzza l’ingegno dei ghiottoni si doveva capire anche da sconcertanti dichiarazioni d’intento del Ministro Franceschini,  che in Sicilia come a Venezia ne ha esaltato la qualità culturale e sociale, grazie a campi più fertile e fecondi  di ricadute in turismo e guadagni degli indigesti e onerosi siti archeologici.

La Ryder Cup 2022 ha assunto così un valore simbolico, in qualità di manifestazione del regime del valore approssimativo per difetto di 150 milioni (la più cara della storia) e intorno alla quale ruota una rutilante nomenclatura in rappresentanza di varie dinastie da Guido Barilla ad Evelina  Christillin,  dal figlio di Gianni Letta alla moglie di Franco Frattini.

Perfino il computer è stanco di scrivere che ben altre sono le priorità del Paese, che Grandi Opere e Grandi Eventi portano benefici solo a speculatori e malaffare e danni ad ambiente e bilancio statale, che tutte le manifestazioni agonsitche mondiali degli ultimi decenni sono state segnate da un analogo destino di insuccessi e fallimenti, che Roma è ancora bruttata da falansteri megalomani, stazioni in stato di degrado, monumenti di archeologia sportiva megalomane e dissipata, che mentre ancora aspettiamo le destinazioni delle aree dell’Expo e la verità sui sui scandali, a Torino l’ex villaggio olimpico diventato un  tetro e disperato ricetto per immigrati pare essere il mausoleo commemorativo di un  debito insanabile mentre al tempo stesso si snatura la Cavallerizza Reale e si cancella la memoria industriale delle Officine Grandi Motori, che il turismo cui si deve aspirare è sostenibile, pensato e praticato per fare accedere tutti e in armonia con territorio e risorse a bellezza e cultura. E che lo sport doveva essere un linguaggio universale capace di unire, far dialogare, far conoscere, far capire, far vedere.

Mentre pare sia diventato come quelle gare tra cani affamati che si sbranano fino alla morte, come quei duelli tra gladiatori che si abbattono a colpi di accetta, come quegli impari confronti tra gente disarmata e belve feroci, con l’imperatore   che sta a guardare, abbassa il pollice e intanto conta i sesterzi che arrivano nei suoi forzieri.

 

 

 

 

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La Rai? tutta Chiesa e Casamonica

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Arrivo ultima a commentare l’ospitata dell’onorata famiglia Casamonica nella televisione di Stato da tempo disonorata. Meglio così. Mi posso risparmiare osservazioni così ovvie da risultare banali sullo scandalo di chi ha contribuito al successo imprenditoriale del clan rom-romano, di chi li ha aiutati per farsi aiutare, di chi li ha tollerati perché favorivano altre intolleranze, di chi li conosceva bene, magari  per essersi rivolto a loro per servigi non poi molto diversi da quelli che offrono gli istituti bancari  o per comprarsi un bel Suv a prezzo di favore, di chi ne aveva avuto appoggi elettorali e di chi e di chi li considerava un presenza folkloristica, ingombrante ma totalmente assimilata nel panorama della città, cui infine si era fatta l’abitudine come al brutto monumento per un Papa, ai furgoni che vendono hot dog ai Fori, ai marciapiedi dissestati, ai rubinetti in bocca ai mascheroni antichi. Tutti in ugual misura sdegnati, perché ai benpensanti, alla morale comune e a chi la dirige e indirizza certe presenze, certi fatti, certe amicizie vanno bene finché restano in una ombra pudica, in una provvidenziale clandestinità, in una zona grigia, di modo che a certi attori non venga offerto un palcoscenico con il rischio che si possano intravvedere quelli che stanno dietro, altri burattini o burattinai.

Ma si doveva intuire il pericolo che la smania protagonistica di qualcuno, che la supremazia della società dello spettacolo sulla società reale portassero a galla quello che per il ceto dirigente era meglio rimanesse sommerso. Proprio come  certe emergenze – non tutte sono utili per fare cassetta , come certe vergogne – che loro non provano, ma che potrebbero suscitare sussulti di coscienza, come certi vizi – concessi solo a chi si arroga una diversità superiore, e che, per chi comanda, sarebbe preferibile non avessero l’onore della cronaca, neppure di questi tempi nei quali l’informazione è talmente addomesticata da non far paura a nessuno, tanto che i bavagli vengono sbandierati solo per incutere soggezione alla rete, ai blog, a qualche magistrato, a qualche matto che continua a essere innamorato della verità.

Per carità, c’è anche, non remota, l’ipotesi che a promuovere protagonisti della commedia dell’arte all’italiana i componenti di una banda malavitosa di strozzini e evasori, sia l’intento ispirato a legittimarli, a mostrarceli come presenze famigliari, quasi irrinunciabili di una società varia, sregolata, nella quale tutto fa spettacolo e tutto fa impresa, cooperative e onlus comprese, impegnate nel brand dello sfruttamento dei diseredati. O anche esibirli per ostentare una mafia rozza, volgare, grottesca come in certe sceneggiate, così da sdrammatizzare tutto il fosco sottobosco della criminalità organizzata romana. O quella ancora più oscena, di prestare la scena di una tv embedded alle loro intimidazioni, ai loro avvertimenti trasversali, ai loro obliqui ammonimenti, magari in cambio dell’immunità per qualche autorevole impunito. Che in fondo, come diceva Joyce, Roma fa venire in mente un tale che sbarca il lunario, dietro compenso, esibendo il cadavere della nonna.

Chi comunque gode di totale impunità sono i registi della nostra società dello spettacolo, che mostra o censura, dà voce o zittisce, fa riecheggiare o mette il silenziatore. In modo da continuare a girare l’unico film che interessa loro, personalità mediocri, osses­sio­nate dalla conservazione del loro potere, con l’occhio sem­pre fisso ai dati dell’affermazione per­so­nale, con l’unico  scopo di vin­cere la concorrenza di avver­sari e sodali, tanto da cancellare partecipazione e libere elezioni, come di conservarsi la protezione interessata di padroni interni ed esterni.

Così la rappresentanza si è convertita in rappresentazione e le  esistenze dell’umanità si sono mutate in narrazioni che non vogliono ostacoli, intoppi, salvo le interruzioni pubblicitarie. La sceneggiatura elementare scritta dai padroni del mondo deve persuadere stati e popoli che quello che avviene è frutto di incidenti riparabili, che carestie, epidemie, morti, catastrofi siano il prezzo fisiologico da pagare per lo sviluppo, che esodi biblici siano suscitati dall’insano istinto a imitare  il modello occidentale, che  sia sufficiente alzare muri e recintare per scoraggiare la disperazione, la paura e la fame, e che se poi il sale della terra arriva tant’è usarlo per dare sapore alle nostre vecchie pietanze, natalità zero, forza lavoro poco incline alla servitù, mestieri e fatiche disprezzate.

E una sceneggiatura non resta nel cassetto, deve diventare spettacolo: per decretare il successo dell’immagine dei  pubblici attori e per appagare le smanie di chi vuole diventarlo anche per cinque minuti,   perché chiunque possa discettare a sproposito  di sport,  bioetica,  dietetica, immigrazione, guerre, oroscopi, inclinazioni sessuali, in modo che tutto si svuoti di senso e diventi semplicemente flusso di parole e immagini. Devono essere spettacolari le grandi opere, le mostre itineranti,  l’imbalsamazione commerciale dell’arte coi gladiatori al Colosseo, i viaggi da compiere issati all’ultimo piano di immensi bastimenti. Lo sono stati l’attacco terroristico alle torri gemelle, le decapitazioni, l’uccisione simbolica di nemici della civiltà, l’assalto ai treni di disperati, a un tempo evocazione sinistra di altri binari e  monito intimidatorio per chi teme invasioni barbariche, in una potente sintesi  di concetti post modernisti e postdemocratici e  di neomedievalismo integralista.

Aristotele giustificherà la sua teoria della inferiorità spirituale, chiamando barbari popoli generalmente asiatici, superstiziosi, ignoranti ed inclini alla schiavitù. D’altra parte è nell’Iliade che   il barbaro, barbaros è colui “le cui parole somigliano ad un balbettio”. Ma forse ai nostri tempi e per noi si addice di più la definizione di Marcel Proust, secondo il quale barbaro non è colui che non conosce la civiltà ma colui che, avendola conosciuta, ne tradisce i valori.

 

 

 

 


Le idee di carta

giornali1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è come sostare in una sala d’aspetto, viaggiare su un qualsiasi vettore, insomma avere qualche ora da riempire fuori dalla rete per condurre una esperienza antropologica e sociologica sorprendente. I quotidiani cartacei schiudono un mondo che a prima vista potrebbe parere arcaico ma che interpreta, testimonia e rende conto come in un dagherrotipo del ceto al potere, degli ammessi al cono di luce, di quelli irraggiati mentre noi siamo in ombra, del disprezzo che nutrono per chi è marginale rispetto alla loro luce e delle benevole elargizioni della loro saggezza che ci somministrano malgrado la nostra riottosità.

E’ il giornale in formato cartaceo a regalarci queste gemme, ma non crediate sia perché le edizioni on line inducono resipiscenza e scoraggiano le “marchette” troppo smaccate, no è che al giornalista che intervista i “grandi” o ne tratteggia ritratti in tinte pastellate o ci rivela incantevoli fattezze domestiche colte dietro le quinte, nella severa intimità della loro vita privata, piace che ne resti testimonianza per garantirsi il puor boire ma anche per il piacere narcisistico di rileggersi, evidentemente noncuranti degli abissi di ridicolo nei quali si sono avventurati.
Il giornalismo, fa dire tal Simonetta Fiori nel glorioso paginone della cultura di Repubblica al suo fondatore, è vivere i fatti, le opere, i personaggi fino in fondo, trovando le chiavi per collocarli nel tempo e ricavandone un’attualità per l’oggi. Si, scrive proprio così, un’attualità per l’oggi. Perché il giornalismo è un mestiere che richiede conoscenza e quindi specialismo, ma anche il concorso di un pensiero articolato, che abbia curiosità del mondo.

Imperturbabile la Fiori ci svela che tra Proust e Sainte Beuve, l’impareggiabile Scalfari sceglie il secondo. Ma certo, perché l’opera è sempre da ricondurre a umori, tratti caratteriali, dolore e piacere, esperienze di vita dell’autore.
Ahi, ahi, ancorché novantenne Scalfari si è fermato un po’ prima di diventare venerato maestro, e fa il morto in quel mare pacifico della grande banalità, navigato da quei “moralisti” che si fanno largo nella divulgazione e nelle nostre esistenze non per opere immortali ma per gli aforismi e le massime di Wikipedia, come certi poeti conosciuti solo per le cartine dentro ai Baci Perugina prima di Moccia. Insomma gli esponenti sussiegosi e supponenti di quella che Gadda definiva sferzante la “moralona”, burbanzosa e altezzosa, che ben si addice a carni un po’ fruste e anime che si vogliono aggiustare, benché si ritengano destinate all’immortalità.

Ci sarebbe da chiedersi perché due che ricavano dal loro mestiere “un’attualità per l’oggi” si prestino a un dialogo così indecoroso e odoroso della muffa del più vieto misoneismo. Beh non è solo per piaggeria o vanità e lo si doveva capire dall’eloquente occhiello: “da Proust a Monti, Scalfari alla Sapienza”. Giù, giù alle ultime righe si rivela il senso della carrellata. I due grandi vecchi, il fondatore di Repubblica e il presidente che gli nega il senato a vita concordano: Monti non è fatto per la politica. I due l’hanno sostenuto perché l’Italia stava andando a fondo, ma come tutti i tardi neofiti, quelli che “scoprono l’amore a settant’anni”, il sobrio professore ha perso la testa e quindi da uomini di mondo ne prendono le distanze.
È proprio vero che spesso i vecchi si incattiviscono, che sono invidiosi e risentiti, che la “metamorfosi sacra” li congela in una livorosa crudeltà: ce lo hanno imposto, lo hanno osannato e adesso lo scaraventano giù dal loro empireo, senza pentimenti, né per il passato néper l’attualità dell’oggi, perché le penitenze spettano a noi. Che ce le meritiamo se li leggiamo e li eleggiamo.


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