Monti NapolitanoDunque siamo arrivati a questo: dopo poco più di un anno di massacri e disastri il governo tecnico si dimette -senza essere stato sfiduciato nel voto e dunque con uno strappo istituzionale – per arrivare ad elezioni anticipate di un mese o due rispetto alla scadenza naturale. E’ il punto più basso cui è arrivata la Repubblica, quello nel quale tutti i nodi vengono al pettine e nel quale pure si può ravvisare una sorta di commedia delle parti inscenata dalla casta per salvarsi.

Forse sarò sospettoso di natura, ma questa accelerazione prodotta da Berlusconi e subito colta da Monti presenta vantaggi per tutte le forze e i personaggi implicati: trenta o sessanta giorni possono parere pochi, ma intanto fanno definitivamente naufragare qualsiasi tentativo, vero o teatrale, di cambiare il porcellum. Offrono al caimano un trampolino forte dal quale lanciarsi nella sua sesta avventura avendo ancora a disposizione gran parte del suo fuoco mediatico ed evitando una diaspora della sua truppaglia. Danno a Monti il destro di agire come politico attaccandosi ai suoi amichetti della finanza per ricattare il Paese con gli spread e tornare dunque per la seconda volta come salvatore del Paese che sta distruggendo: ha già cominciato con il fido e chiomato De Bortoli, ma poi ci penseranno Draghi e la Merkel. Danno infine al Pd il modo di difendersi da un’eventuale fuga renziana e soprattutto possono castrare la nascita di nuovi soggetti a sinistra. Inoltre è evidente che drammatizzare la situazione e concedere meno tempo può penalizzare Grillo e altri eventuali movimenti civici.

E poi prima si va al voto e più si evita che i disastri compiuti in questo anno, la caduta di Pil e occupazione, la distruzione dei diritti e del welfare, la firma senza condizioni di gravosissimi trattati europei, evidenzino a pieno loro frutti. Nel 2013 le entrate dello Stato saranno inferiori, ma le uscite dovranno tenere conto dei 40 e passa miliardi da dare per il fiscal compact senza tenere conto di altri probabili esborsi: un disastro che richiederà nuove pesanti manovre e dunque nuova recessione. Nuova iniquità.

Per questo l’improvvisa svolta di Berlusconi mi sa di posticcio e preparato, una sorta di zattera di salvataggio non solo per un Pdl in agonia, ma anche per le ambizioni dei tecnici e per tutto l’arco politico che ogni giorno che passa sente crescere la protesta e il proprio isolamento. Ma anche il peso di scelte accettate senza fiatare un anno fa come se fossero il verbo e che tuttavia oggi sono contestate ad ogni livello, persino nell’ambito del neo liberismo dove alcuni non si fanno scrupolo di considerarle solo uno strumento di pressione politica per la “riduzione della democrazia”. Scelte nelle quali traspare un Europa priva di qualsiasi solidarietà, ma traboccante di egoismi e tranelli, decisa a sacrificare i deboli perché i forti lo siano ancora di più.

E insomma ciò che è accaduto sembra davvero la drammatizzazione adatta a far passare in secondo piano il dramma vero: quello di un Paese svenduto.