Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’era uno spettro che non si aggirava affatto ieri sera dietro le quinte e i pensieri del teatrino tra kabuki e X factor dei 5 “primari”. Anzi due, venivano continuamente cacciati fuori dalla porta: quel fantasma esausto che qualche irriducibile continua a chiamare sinistra e che si rifà a delle stelle polari che splendono anche se nessuno le sta a guardare, uguaglianza, solidarietà, affrancamento dallo sfruttamento, laicità, libertà.
L’altro, il lavoro, provato, ammaccato, con l’abito sbrindellato e il morale a terra, bussava alla porta inascoltato. Non la riforma del lavoro, che peraltro ieri veniva sconfessata ancorché votatissima, non le misure intese a smantellare quel minimo di equilibrio instabile che ispirava le relazioni industriali, e il cui impianto Renzi e non solo vogliono definitivamente abbattere grazie al decalogo di Ichino e le rappresaglie del non del tutto rinnegato Marchionne “senzaseesenzama”, no parlo del lavoro, delle iniziative per riavviare l’economia reale e definire i nuovi ambito di uno stato imprenditore di occupazione in un new deal, unica soluzione per rimettere in piedi con il sistema sociale, anche qualità del posto e la dignità del salario.

Ha ragione il Simplicissimus, erano là ben schierati nella loro separatezza, in quel conservatorismo rassicurante solo per loro, con i loro miti arcaici, figurine dell’immaginario democristiano come di miss Italia, ben assisi nelle distanze siderali dalle nostre esistenze mortificate e minacciate, ben accomodati nella mediocrità dei loro consigli per gli acquisti.
Ieri sera si sentivano soli a guardarli non soltanto cittadini inerpicati sui tetti in cerca di salvezza da un maltempo che altrove sarebbe solo pioggia e non catastrofe, non soltanto gli operai come quei quattro dell’Enel morti oggi perché il declino di questo Paese passa a un tempo dalla dissipazione del territorio e dell’ambiente, come dalle garanzie e sicurezze nel lavoro, non soltanto i malati di Sla che rientrano in sciopero per la ripetuta e insanabile offesa, non soltanto insegnanti, famiglie, alunni stupiti dal silenzio sull’opera sistematica di annientamento, sulla soluzione finale dell’istruzione, che questo governo sta portando a termine, non soltanto tutti i laici che si trovano sempre in minoranza se forze che si autoproclamano progressiste, sono disposte alla rinuncia arrendevole sul fronte della difesa dei diritti della diversità dei cittadini uguali davanti alla Costituzione, su quello della lotta ai privilegi delle chiese come delle caste, protette da leggi e disuguaglianze legittimate.

A sentirsi soli sono i lavoratori, tutti, che il vero risultato, l’unico vero successo di questo governo di servi e aspiranti tali, è l’isolamento del lavoro, la sua condanna definitiva a regredire a schiavitù, forse per farci assomigliare a loro, piegati e ossequienti alla teocrazia della finanza, grazie alla quale possono mantenere la loro condizione di “eletti” con o senza elezioni.
Il loro manager di riferimento, abiurato a parole ma sostenuto nelle politiche e nei fatti, ha mostrato la strada. E quei 5 l’hanno imboccata cercando nel piano Fabbrica Italia quella modernizzazione neutrale che insegue come legittimazione a governare comunaque, scontando e rimuovendo le proprie radici, quelle della lotta di classe, del riscatto dal sfruttamento.
In assenza di un mercato che chieda autoveicoli, di impianti che necessitino l’adeguamento all’innovazione tecnologica, di produzioni che impongano particolari disponibilità da parte dei lavoratori, la Fiat ha aperto un conflitto radicale con le maestranze, ha preparato una trappola per dimostrare al Paese che se ti opponi al suo disegno fai chiudere la fabbrica e fai licenziare i compagni di lavoro, proprio come sembra dire il cancro ai cittadini di Taranto. Attribuendo a chi guadagna in media 1200 euro al mese facendo quando non è in cassa integrazione, almeno i due turni dalle 6 alle 14 e dalle 14 alle 22, la responsabilità di condizionare gli investimenti di una fabbrica apolide ormai ridotta a avvitare bulloni per conto terzi, magari mantenendo il diritto negato a dieci minuti di pausa.

L’anomalia italiana consiste anche in un manager che non produce nemmeno dati e programmi ma enunciazioni sociologiche stantie, che vuole essere a un tempo consulente finanziario e fiscale per i trucchetti degli azionisti, capo del personale con diritto di rappresaglia, portavoce, kapò e divulgatore della filosofia che detta il pensiero e l’azione del regime. E che si fonda su un concetto dispotico e arbitrario del lavoro, di un tempo di vita interamente subordinato al mercato, al flusso dei suoi prodotti, all’investimento, dove l’unico diritto è il sacrificio totale per assicurarsi la fatica. E dove il rischio di impresa viene garantito dall’impegno senza limiti delle persone secondo un rovesciamento paradigmatico tra le merci e gli esseri umani con le prime che prendono vita e esigono e comandano e i lavoratori che diventano mere risorse disponibili, ricattati e ubbidienti.
Nessuno di quei 5 dice e dimostra di rifiutare quella ideologia che vuole collocare il lavoro in una posizione subordinata, quello manuale ed anche quello intellettuale, sempre più precario e dequalificato in virtù dell’annientamento della scuola, della formazione e della ricerca, selezionando nel contesto della globalizzazione il personale più “flessibile” e costringendo quello interno a precipitare giù da quella scala sociale faticosamente risalita nel Novecento.

Senza remore, senza vergogna, senza ritegno il partito che dovrebbe rappresentarli per storia e memoria, ha lasciato soli i lavoratori ad affrontare la più grave crisi economica e sociale, rinnegando il proprio ruolo di testimonianza e responsabilità. Ma a differenza della Fiat non pensano a delocalizzare, a lasciare il Paese. Allora è meglio che noi non lasciamo il Paese nelle loro mani.