Il bastone e la carota: il vecchio Profumo di oligarchia

Licia Satirico per il Simplicissimus

Perso tra Goebbels e Bugs Bunny, Francesco Profumo sostiene che con gli italiani bisogna usare più bastone che carota: questa è la filosofia che il ministro dell’università ha espresso ieri a Genova sulle terapie per migliorare tempi e metodi della pubblica amministrazione. Il Paese va allenato: abbiamo bisogno di essere intimiditi e moderatamente blanditi, incapaci di cogliere la differenza tra bene e male, pronti ad assecondare vizi e mollezze senza appropriati rimedi. Il titolare del ministero dell’istruzione ci illustra una tecnica infallibile per la nostra educazione sentimentale, dosando il metallo ignobile in misura assai più pesante del vegetale che rinforza la vista: del resto, se il governo non sa lottare contro i mezzi di corruzione è meglio che si concentri sui mezzi di correzione.
La frase di Profumo potrebbe suonare di banalità sconvolgente se non rispecchiasse in modo chirurgico la politica dell’attuale esecutivo: bastone per il pubblico, carota per il privato, bastone per pensionati e impiegati, carota per le fondazioni bancarie (templi no-profit del profitto, che non pagano l’Imu), bastone per i lavoratori, carota per i leggendari investitori stranieri. E di bastoni anche non metaforici stiamo parlando, pensando al trattamento riservato appena pochi giorni fa agli studenti in protesta: immagini cilene dense di sfumature profetiche, che proprio non riusciamo a toglierci dalla mente.

Con l’aggravante di essere un professore, il ministro ingrossa le file dei volenterosi carnefici dell’istruzione pubblica. Profumo sta diligentemente portando a termine la più clamorosa trasformazione liberista degli atenei italiani, che ha azzerato la tradizione delle facoltà creando dipartimenti per aggregazione casuale. La legge Gelmini ha conferito poteri eccentrici ai rettori e a consigli di amministrazione dotati di membri “esterni” (ovvero privati), mentre le risorse del Fondo di finanziamento ordinario, massacrato da Tremonti e Gelmini, diventano sempre più esigue.
Il blocco del turnover e la precarizzazione dei posti di ricercatore lasciano intravedere carriere sempre meno libere, condizionate come non mai per l’avvenire da gruppi di potere accademico in università sempre più povere. In questo momento l’Italia è al trentaduesimo posto per gli stanziamenti alla didattica tra i trentaquattro paesi Ocse, e spende molto meno dei principali paesi europei per la ricerca: in questa materia, chissà perché, a nessuno viene in mente di dire che ce lo chiede l’Europa. Beninteso, potrebbe esser peggio: col maxiemendamento 95/2012 sulla spending review il governo Monti ha inasprito le tasse degli studenti, con la minaccia costante – promossa da Profumo con un fallimentare sondaggio – dell’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Mentre tutto questo accade, la scuola pubblica italiana attraversa una delle crisi più gravi della sua storia, priva del necessario e munita del superfluo (concorsone incluso). L’agonia della scuola pubblica potrebbe peraltro concludersi con una trasfigurazione beffarda. Il d.d.l. Aprea consente ai privati di fare il loro ingresso nelle scuole pubbliche, sia come finanziatori che come membri degli organi di gestione: è un progetto urticante che continua il suo iter legislativo a larga maggioranza, col solo voto contrario dell’Idv. Licenziato nello scorso agosto con un curioso blitz ferragostano dalla Commissione cultura della Camera, potrebbe essere varato con gli stessi modi della riforma Gelmini: un ultimo strappo costituzionale di fine legislatura.

Gli studenti hanno iniziato a protestare per lo scippo del loro futuro e con loro è stato usato il bastone. Profumo ripete il suo mantra: «il governo ed io siamo pienamente consapevoli del momento difficile che il paese sta attraversando; comprendiamo e ringraziamo gli italiani per lo sforzo che stanno facendo, affrontando numerosi sacrifici», ma «il nostro impegno e il nostro lavoro quotidiano è far uscire l’Italia dalla difficile contingenza».
No, non può essere contingenza né coincidenza, e comunque non è un ortaggio innocuo. La volontà di distruggere scuola e università non è affatto contingente: è un piano che sta giungendo a compimento con austeri esecutori, sotto l’egida insopportabile dei sacrifici-bastone. Adesso manca solo che ci dicano che lo studio non è un diritto, come la sanità, la giustizia, il welfare e il lavoro.
Il 12 ottobre gli studenti scenderanno di nuovo in piazza, mentre ci chiediamo perché non scendano in piazza anche i lavoratori, i pensionati, gli esodati, i dipendenti pubblici tagliati dal futuro in un mondo talmente precario da non avere più presente. Sarebbe bello vedere persino la polizia, miniaturizzata dalla spending review, unirsi alle proteste dei ragazzi brandendo minacciosamente carote.

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