In giugno e luglio la Dodge Dart, il nuovo modello di punta della Chrysler e quello su cui si misura la capacità d’integrazione tra la Fiat e la casa americana, ha venduto in tutti gli Usa, 850 esemplari contro i 1127 della rivale Honda Civic. Un vero peccato che le vendite della casa giapponese si riferiscano solo al primo week di giugno e non a due mesi. Insomma un bagno di sangue che rischia di mandare all’aria tutti i conti dell’uomo del maglioncino, ma anche il sintomo fin troppo chiaro che il matrimonio affrettato tra due costruttori così diversi si sta rivelando un inferno. Inferno per la Fiat prosciugata dallo sforzo finanziario per avere la maggioranza nell’azienda americana e non più in grado, dentro un mercato europeo disastrato, di proporre nuovi modelli come dimostra il rinvio sempre più lontano della nuova Punto: il risultato è una diminuzione delle vendite molto più corposo della media e che sfiora il 25%. Inferno per la Chrysler che dopo avere goduto di due anni buoni, anche grazie ai molti incentivi previsti dal governo Usa per l’automobile, subisce una battuta di arresto proprio nel settore più importante del mercato statunitense..

Il Wall Street Journal lancia l’allarme per i conti, anche perché la commercializzazione della versione aero ( sul titolo ho barato un po’) è stata rinviata,  ma in gioco c’è molto di più: la Dart costruita sul pianale della Giulietta, dunque una compact per gli americani, è una pedina fondamentale nella strategia Marchionne: è la word car  che dovrebbe assicurare il rilancio del gruppo. Infatti è costruita anche in Cina con il  nome di Viaggio, ( Fei Xiang in cinese), dovrebbe essere assemblata  in Russia e in Sudamerica e tornare in Italia sotto le spoglie di nuova lancia Delta. Però evidentemente qualcosa non funziona, come del resto è sempre accaduto con le tentate word car della Fiat, rivelatesi sempre la peggior produzione della casa torinese. E probabilmente sarebbe stato meglio commercializzare direttamente la Giulietta che almeno gode di un marchio con qualche attrazione.

Le ragioni del flop possono essere molte, ma è chiara una cosa: che Marchionne, uomo nato e cresciuto nella finanza, voluto per imperscrutabili motivi da Umberto Agnelli alla guida del più grande gruppo industriale italiano, si è lasciato sedurre dalla teorica possibilità  di fare sinergia e grandi numeri, senza minimamente sospettare le difficoltà delle nozze tra  case costruttrici, specie se agli antipodi. E forse pensando che i modelli s’improvvisano e si assemblano come un puzzle pensando esclusivamente ai bilanci. Se poi si rinuncia agli investimenti per pagare la cerimonia nuziale in un momento di crisi e con incipienti mutamenti di mercato e tecnologici, si rischia di rimanere senza casa.

Il Marchionne incensato e adorato dalle classi dirigenti italiane si rivela sempre più come l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Ma qui -ed è la ragione di questo post automobilistico – il manager col maglioncino non è altro che l’emblema di un “sistema Italia” basato sull’improvvisazione, sul vivere giorno per giorno cogliendo astutamente occasioni e ottusamente bruciandole, fidando negli aiuti di stato palesi, ma assi più spesso sottobanco, attraverso la rete di protezione dell’affarismo politico-mediatico, facendo pagare ai lavoratori errori, leggerezze, cattiva coscienza. E contemporaneamente predicando il meno stato. Marchionne è simbolico in questo, pretendendo di calpestare persino la Costituzione in nome del profitto (erroneamente chiamata competitività) essendo a capo di un gruppo nel quale nessuna delle due case esisterebbe da tempo senza  enormi aiuti pubblici.

E’ in questo quadro che si situa l’improvvisazione produttiva dovuta alla fretta e ai ritardi, la grande attenzione riservata alle mosse finanziarie o ai giardinetti di famiglia piuttosto che  al rinnovamento dei modelli e all’innovazione. Qui si trova il motivo di alleanze non cercate in passato, quando sarebbero state vitali e cercate affannosamente e senza troppo criterio all’ultimo momento. Qualcosa che va molto oltre la Fiat, ma coinvolge il modo, i criteri, le mentalità con cui stato e viene governato il Paese. Grandi manager e grandi tecnici, grandi flop.