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Fiat de profundis

017151Nel momento in cui scrivo non si sa se Sergio Marchionne sia vivo o morto e nemmeno se il tumore che lo ha colpito sia ai polmoni o alla prostata: tutto è stato condotto con il famoso metodo Agnelli, peraltro sposato in pieno dall’uomo con il maglioncino, fatto di segreti, silenzi e bugie, così che nessuno sapeva della malattia e persino di fronte al ricovero si è parlato di un intervento alla spalla e di “situazione impensabile”.  Un sistema che in Italia ha funzionato per decenni grazie al potere della famiglia e a un’ informazione che si è sempre ben guardata dal cercare verità oltre i comunicati ufficiali, bevendosi le più assurde tesi e colma di perenne benevolenza rispetto ai prodotti e alle strategie del gruppo: ma in questo modo tutto il sistema – Italia come lo chiamerebbe  Montezemolo è stato escluso da qualsiasi intervento sulla successione che è stata decisa oltre atlantico.

Ovviamente in una terra cinica, ipocrita e cattolicheggiante, dove la morte riscatta qualsiasi vita, adesso c’è un processo di santificazione dell’uomo che ha scippato la Fiat al Paese su mandato della famiglia Agnelli e ha di fatto costituito la roccaforte  sulla quale i governi hanno proceduto allo scasso dei diritti del lavoro. Sembra quasi che occorra celare il suo ruolo da vivo, come se questo non fosse il peggio di quanto può accadere a un uomo e persino in Potere al popolo col suo grande avvenire dietro le spalle si recita qualche orazione e si dice che Marchionne dopotutto era laureato, mica come quegli ignoranti che stanno al governo: un bel tacer non fu mai scritto. Semmai sarebbero altre le ragioni oltre a quelle della normale humanitas, per rammaricarsi della malattia e della drammatica uscita del capo in testa della Fca: il fatto che lui fosse  l’ultimo aggancio operativo all’Italia e che da oggi tutto passa definitivamente oltre atlantico con conseguenze inquietanti sia sull’occupazione che sul mantenimento di tecnologie strategiche. La Fiat si è svenata per dare alla Chrysler la possibilità di sopravvivere e di rilanciare le sue jeep dotate di motori e trasmissioni decenti, unica ragione per cui sono oggi ben attestate sul mercato europeo quando prima erano roba da aficionados a stelle e strisce. Ma per far questo, in una situazione di indebitamento dovuto alla fusione, la produzione italiana è stata sacrificata è oggi è in pratica basata esclusivamente sulla scocca della 500 variamente interpretata, con la Lancia ormai moribonda e un’Alfa Romeo che sparacchia modelli frutto di innesti e collage che non riescono a sfondare. Così oggi è proprio Fiat o comunque i marchi italiani ad essere l’anello debole di una catena già debole di suo e solo nei primi cinque mesi di quest’anno c’è stata una flessione complessiva del 7% con la Panda al -9%, il crollo della 500 che fa registrare un calo del 43% mentre la Tipo costruita in Turchia dopo un tiepido interesse iniziale fa segnare un baratro del – 44%. Del resto senza modelli nuovi specie in un momento di passaggio tecnologico così evidente si fa poca strada e tenendo conto del fatto che molte produzioni sono ormai delocalizzate il futuro per l’industria italiana dell’auto è nero. Non che nel resto del mondo la Fca faccia poi faville, anzi diciamo che il matrimonio con la Chrysler che è una eccezionale portasfortuna (basta chiedere a Peugeot e Mercedes) , è stato un totale fallimento sul quale hanno banchettato gli Agnelli che si sono sottratti agli investimenti: il grande gruppo favoleggiato da Marchionne è ormai al 9 posto nel mondo, vale a dire all’ultimo se si escludono dal conto i costruttori di auto di lusso o di nicchia come Mercedes e Bmw. E anche in Usa e in Sud america la marca vivacchia. Ricordo per gli immemori che nel 2007, un anno prima del matrimonio con Chrysler, il gruppo Fiat aveva realizzato un fatturato di 59 miliardi con un risultato operativo di 3,2 miliardi e un utile netto di 2,7 miliardi di euro, aveva 185 mila dipendenti di cui 78 mila in Italia e si contendeva il quinto posto mondiale fra i costruttori, anche grazie all’uscita di nuovi modelli in tutti i settori. Anche qui purtroppo un”informazione irretita e di parte presenta una narrazione del tutto contraria alla realtà con un gruppo Fiat ormai di fatto defunto che trova nella Chrysler e on Marchionne il grande salvatore: tutto per compiacere la voglia americana degli Agnelli, ma ormai soprattutto per non contraddire la vulgata neoliberista che attribuisce poteri miracolosi ai licenziamenti e all’umiliazione del lavoro.  Del resto basta leggere gli ottusi epitaffi dei giornali per rendersene conto.

Non ci vuole comunque la sfera di cristallo per preconizzare che quel poco che resta in Italia sia di costruzione che di progettazione  verrà trasferito altrove dal sostituto di Marchionne, Mike Manley privo di connessioni col nostro Paese e che di fatto rimarranno solo i marchi prestigiosi, ma completamente svuotati di contenuti: è ora perciò che il governo cominci a pensare concretamente a un modo per fermare questa emorragia ed entrare nella gestione di un gruppo che praticamente dal dopoguerra in poi è stato di fatto semi pubblico, viste le enormi dazioni di denaro che sono andate agli Agnelli e che qualcuno ha calcolato in oltre 100 miliardi di euro al valore attuale, tenendo conto anche delle infrastrutture costruite per aiutare Fiat e del favore di cui il gruppo ha goduto nei lavori pubblici. Senza pensare nemmeno al  danno emergente dovuto al divieto imposto dall’azienda alla politica di permettere insediamenti industriali di altri costruttori in Italia. Altrimenti ci si deve preparare ad affrontare nei prossimi 5 anni un’altra drammatica crisi occupazionale, ma soprattutto l’estromissione del Paese da un altro settore industriale strategico e che non si potrà più recuperare. Quale potrebbe essere il marchingegno con cui ottenere questo obiettivo non so dirlo, di certo occorrerà fare leva anche sul  livello diplomatico, ma per carità basta con le chiacchiere.

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Fca o Fbi?

marchionne-fca-cover-1217.jpgC’è una notizia che è completamente sfuggita a tutta l’informazione mainstream, di solito così attenta e solerte quando Marchionne chiama: ovvero il fatto che l’Fbi abbia indagato su casi di corruzione sindacale alla Chrysler portando al rinvio a giudizio dell’ex Vice capo del personale di Fiat Chrysler Alphons Iacobelli e dell’ex vicepresidente del sindacato Uaw responsabile per Fca, General Holiefield e di sua moglie. Tutti ex recentissimi, ritiratisi per salvare la faccia del gruppo, i quali hanno fatto un uso improprio dei fondi del Centro di formazione Fca -Uaw a Detroit, al fine di favorire i cedimenti sindacali nei confronti dell’azienda dal 2009 al 2014. Insomma ciò che l’Fbi definisce “una inquietante collaborazione criminale in corso da anni tra i funzionari di alto livello della Fiat Chrysler e dell’UAW”.

Naturalmente adesso Marchionne dice di essere stato stato vittima di questi maneggi e dei personaggi che li hanno mesi in piedi, dimenticando che essi sono stati essenziali per la poco accorta opera di fusione fra Chrysler e Fiat e per contenere la reazione dei lavoratori di fronte alla continua sottrazione di salari, indennità e benefit per il welfare nonché aumento degli orari tutti attuati sotto il ricatto del posto e con trucchetti che si è tentato di usare anche a Pomigliano se non fosse che in questo caso il cedimento sindacale e governativo si è rivelato quasi gratuito, come un caffè sospeso pagato dall’egemonia culturale e dai suoi infami interpreti locali.

Il fatto centrale di tutto questa italo americanata è però un’altra, ovvero la sua inefficacia oltre l’immediato e la sua futilità. Occorre ricordare che Marchionne è investito contemporaneamente dallo scandalo delle emissioni truccate e da quello degli espedienti usati per gonfiare i dati delle vendite, ma con tutto questo  la Fca che avrebbe dovuto fare sfracelli nella narrazione collettiva è scesa con quest’anno al decimo posto nella classifia mondiale dei costruttori, segno che il bricolage fra modelli e motori , la compressione di salari e diritti, lo spirito reazionario portato al suo diapason, non possono sostituire una vera opera di ideazione e progettazione. Sarebbe però ingiusto attribuire tutto questo all’uomo del maglioncino semplice erede ed epigono della disgraziata saga degli Agnelli che se non altro è l’esempio vivente dell’eccellente ingegneria italiana e della mediocrità della sua imprenditoria. Se negli anni ’70 Alfa Romeo e Fiat costruivano auto tra le più avanzate del panoramana mondiale, tanto che la Golf stessa nacque sullo stampo della 128, a metà degli anni ’90 la Fiat era ancora il quinto costruttore mondiale, ma lo era quasi per caso visto che l’Avvocato, osannato come un re taumaturgo, in realtà aveva da tempo abbandonato l’idea di fare concorrenza sul campo e si limitava a vivacchiare dei numeri che gli concedeva il mercato italiano, condizionato peraltro da un’informazione che non conosceva se non il servo encomio manzoniano. Il declino dal ’95 in poi fu rapidissimo.

In un certo senso il primo Marchione fu Cesare Romiti che negli anni ’80 e fino al ’98 mise a punto la strategia Fiat che nell’intanto si era pappata tutta l’industria automobilistica del Paese e aveva agito perché nessun concorrente venisse a costruire in Italia: minimizzare l’investimento nel settore auto, esternalizzare la progettazione, delocalizzare, svuotare il portafoglio di competenze per risparmiare e mettere in sicurezza la cassaforte della famiglia Agnelli. Tutto questo proprio mentre nel settore automobilistico esplodeva l’elettronica e cambiava le spese di ricerca e sviluppo delle grandi case, allargandole a ambiti tecnologici prima estranei o marginali. E’ fin troppo chiaro che da allora si scelse una via di mezzo perdente, si cercarono tardi e con poca convinzione alleanze nel timore che potessero mettere in forse le casseforti familiari e quando si dovette per forza scegliere qualcuno non si cercò tra i costruttori europei o comunque affini per mercato e prodotto, ma tra quelli americani con  i quali i problemi di integrazione erano enormi, ma che potevano salvaguardare la centralità finanziaria degli Agnelli.  L’alleanza con General Motors fu inventata non per risolvere i problemi con un approccio ingegneristico, ma per fare massa critica aumentando il potere d’acquisto sui fornitori, per fare economia di scala senza mettere al centro il prodotto.

Fu un disastro per l’azienda anche se non per le casse degli Agnelli, ma quando arrivò la crisi, la Fiat non era più in condizione di contrattare fusioni con costruttori forti, non comunque senza una marginalizzazione della famiglia reale e ci si dovette accontentare di un’azienda come la Chrysler, decotta in pratica da vent’anni, ma che comunque faceva numero. Il passaggio fu voluto e gestito da Marchionne un finanziere senza alcuna esperienza industriale che era stato chiamato alla Fiat subito dopo la morte dell’Avvocato per tamponare le finanze  del gruppo, insomma per salvaguardare un sistema arcaico di capitalismo familiare. E i risultati si vedono perché la possibile e più che mai incerta salvezza è affidata a trucchetti di bassa lega e a un impianto globale di ricatti sul lavoro che riguarda in un modo o nell’altro tutte le fabbriche del gruppo, mentre i pochi investimenti veri sono fatti sui gioielli del gruppo, Ferrari, Maserati e in modestissima parte Alfa Romeo che possono essere venduti per fare cassa.

Negli ultimi 30 anni la Fiat è sopravvissuta essenzialmente grazie ai soldi pubblici dati a profusione sia direttamente che indirettamente, alla politica e al sostengo del capitalismo di relazione, eppure oggi paga le tasse in Gran Bretagna, ha la sede in Olanda, ha trasferito la testa in America e costruisce in Italia solo una piccola parte della sua produzione globale. Qui altro che Fbi ci vorrebbe.

 


Addio anche a Pomigliano

1486580972343_1486580987.jpg--per_migliorare_la_produttivita_in_italia_il_modello_e_pomiglianoCome si poteva facilmente prevedere anche la Panda lascia l’Italia per la Polonia concludendo di fatto la storia dell’industria automobilistica italiana: ciò che Marchionne ha annunciato ieri al salone di Ginevra era nelle cose fin da quando fu annunciata l’operazione Chrysler e solo dei cretini persi che si compiacciono di ogni cosa ammerregana, solo dei politici bugiardi e dei sindacalisti complici potevano non accorgersene. E se la logica sottintesa non fosse stata abbastanza chiara sarebbero bastate le prese in giro dell’uomo col maglioncino con i suoi piani industriali di due paginette per illuminare il buio del futuro. Se Pomigliano è sopravvissuta per qualche tempo, a patto di cedere ad ogni condizione del padrone, se è diventata un laboratorio di bastonale al lavoro e ai diritti, lo si deve solo al fatto che i tempi non erano ancora maturi.

Naturalmente a beneficio dei pennivendoli che attorno alla Fiat sono cresciuti come mosche e ancora si accalcano sulla sua carcassa, narrando meraviglie del modello Pomigliano ci sono i soliti discorsi: qui costruiremo solo le auto più complesse, un ragionamento che svela appieno come Marchione sia solo un sicario e che l’evaporazione della produzione automobilistica in Italia ha molti padri, a cominciare dalla famiglia Agnelli e dall’Avvocato per finire alla politica che ha concesso loro tutto quello che chiedevano, persino di fagocitare a costo praticamente zero le altre industrie del settore e chiudere la porta alle case estere dell’auto che volevano venire a costruire in Italia, determinando così per tre decenni la creazione di un vero e proprio feudo di mercato. Così la Fiat si è sentita esentata dalle normali dinamiche, gli Agnelli hanno investito il meno possibile, lo Stato speso somme enormi per risultati il più delle volte mediocri, i sindacati si sono lasciati trascinare da questa logica. Infatti è vero: le case automobilistiche, europee, americane e giapponesi fin dagli anni ’90 hanno cominciato a trasferire altrove le produzioni a minor valore aggiunto, tenendo in casa solo quelle più avanzate e redditizie: il problema è che quando questo processo si è manifestato, i cassetti del gruppo Fiat erano vuoti, i modelli di punta due o tre e per giunta di progettazione piuttosto anziana, con scocche pesanti e poco rigide. Così era destino che soprattutto le piccole finissero altrove e alcune marche scomparissero, come la Lancia. Fra un po’ rimarrà quasi niente come lo stesso Marchionne ammette intrinsecamente: le poche Alfa, le rare Maserati e le Jeep Renegade, una sorta di riuscito collage progettato qui, ma naturalmente privato di ogni riferimento all’Italia,  che tuttavia sono costruite sia in Brasile che in Cina, lasciando a Melfi solo il mercato europeo che è peraltro il più difficile, quello nel quale si cominciano ad evidenziare difficoltà dopo un’effetto novità non supportato da credibili sviluppi. Una cosa che comincia ad investire un po’ tutti i modelli Fiat che consistono ormai solo in rimaneggiamenti sulla scocca e sui motori della 500 dopo un periodo di relativa crescita. In realtà il vero traino alle vendite viene dalla Tipo turca, acquistata prevalentemente dai turchi di Germania e perciò utilizzata come falso segnale di un successo generale. Il fatto è che l’auto più venduta del gruppo è proprio la Panda che si classifica solo al 15° posto nella Ue.

Insomma una lunga catena di errori che alla fine ha trovato il suo assassino definitivo nel finanziere Marchionne che agendo solo in vista del businnes finanziario , ovvero l’unica cosa che capisce e per la quale è stato chiamato dagli Agnelli, ha trasferito di fatto il fulcro della produzione in Usa collegandosi tra l’altro a una marca ampiamente decotta e anche a lei a cassetti vuoti come la Chrysler che spesso si era salvata grazie a unioni con marchi europei (Peugeot e Mercedes) vivamente sollecitate dalle amministrazioni di Washington e finite sempre con un bagno di sangue. Non è certo un caso se le rosee prospettive con cui Marchionne aveva fatto da testimone e da prete al matrimonio, non paiono essersi realizzate perché non solo il gruppo ha perso terreno e posizioni sul mercato globale, ma persino negli Usa è stato superato da Toyota. Naturalmente l’uomo col maglioncino  dice che Pomigliano resterà e produrrà altre cose, pensate un po’ una macchina “premium” come si dice nel linguaggio pubblicitario per citrulli. Già ma quale, con quali numeri di produzione e con quanti lavoratori? Vogliamo fingere di crederci senza nemmeno strappare una garanzia? Così parrebbe perché la cosa viene accettata come di un ineluttabile dato di fatto anche se  a dirla tutta  sarebbe un miracolo se questo governo di bufale o i sindacati di cartapesta intervenissero in qualche modo. O che l’informazione attapirata in elogi che nascondono o edulcorano la realtà facesse domande, perché come si sa si lavora e si fatica per il pane e per la Fca: ci mancherebbe di dubitare delle parole di uno che ha sempre mentito in maniera spudorata. Tra l’altro nessuno ha fatto notare che nell’elenco delle produzioni residuali fatta da Marchionne, manca la Ferrari e state pur certi che non è una dimenticanza, se la vuole vendere per continuare un gioco che ormai mostra la corda e che finirà con l’assorbimento di tutte le attività da parte di qualche altro pescecane.

 


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