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I cattivi esempi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se il sussulto della rete – pare limitato solo ad essa – per i rimbrotti rivolti da esponenti autorevoli del governo agli italiani riottosi, accidiosi, indisciplinati nasca da peraltro legittimo risentimento, da criticabile ma comprensibile invidia sociale.
Magari invece trae origine da una elementare primitiva considerazione: a questa condizione di crisi economica sociale e morale siamo giunti per responsabilità e colpe collettive. Quella finanziaria vede artefici ben identificabili, e io come gran parte del paese ne siamo decisamente vittime. Sul resto, sulla macchia ben distribuita della caduta di valori, dell’eclissi di idee, della tolleranza generalizzata per irregolarità e arbitrio collettivo che debordano nell’illegalità più o meno elevata, allora certamente l’onere è condiviso. E le lezioni sono inaccettabili da chi non possiede l’autorevolezza per impartirle, da chi non può dimostrare di essere ineccepibile nella sfera pubblica come in quella personale. L’integrità non è un’opinione, non è flessibile come vorrebbero fossero i diritti, non è malleabile a seconda del ruolo che si ricopre e di un consenso bulgaro grazie a un’informazione ampiamente annessa, ammessa e esautorata nelle sue funzioni critiche.

È che abbiamo rinunciato tutti a quel bell’istituto dell’esempio, dato o ricevuto. Preferendo la didattica di professori che non ti guardano mai impegnati come sono alla contemplazione dei dati sullo spread o a vaghi lumi di umanità sotto forma di lacrime della professoressa arcigna.
Eppure il modo primario di trasmettere idee convinzioni valori principi era e dovrebbe essere l’esempio con i bambini ma anche con i cittadini. Perché è quello a creare fiducia. Certo anche l’antropologia è stata investita da rivolgimenti regressivi e nel clima di primato dell’immaterialità di da’ più valore all’immagine che all’azione, alla visibilità che alla reputazione, alla rispettabilità della grisaglia che alla fierezza e alla dignità delle tute.

E dire che sono moderni e progressivi, eppure torna il vecchio idealismo, filosofie verbosamente astratte misurate solo sulla lavagna ancorchè luminosa, un cinismo avaro che confonde pragmatismo con autoritarismo, irrisione dei diritti, tenace determinazione a tutelare privilegi di pochi ai danni di bisogni di tutti.
La natura della nuova economia e delle ideologie che la foraggiano di un nutrimento di fidelizzazione ubbidiente, è fatta di superficialità, di onnipresenza mediatica e vanità divorante, della costrizione all’inazione intellettuale e critica delle masse rese incapaci di vedere e collegare i fenomeni della realtà. Persuasi che basta l’informazione, al posto della formazione, della rappresentazione, al posto dell’esperienza, della televisione, al posto della scuola.

Verrebbe da dire a me non cristiana per tradizione e agnostica per scelta e convinzione che ci sarebbe bisogno di un po’ dei sermoni di cristo, quello apocalittico, in rotta con i mercanti e con i sacerdoti, con le caste e con la famiglia, con l’ipocrisia e con i burocrati imperiali. Ma anche lui si è affidato a gente più realistica, più pratica, funzionari del credo, organizzati nel proselitismo e anche nel business che hanno mediato tra potenti e umili con qualche inclinazione per i primi. Li preferiremmo alle reprimende dottrinarie dei professori, perché pare che miracolosamente aspiriamo a avere rappresentanti che le teorie, le leggi, le regole e i principi morali non vengano solo enunciati ma anche messi in pratica, e che chi è addetto per regola o attribuzione alla cura dell’interesse generale e del bene comune non lo trascuri per privilegiare quelli personali o familiari o della sua cerchia o della sua corporazione.

Certe lezioni si addicono ai figli degli oligarchi, alle loro scuole debitamente e costosamente private, al loro futuro flessibile ma non precario. I precari, e lo siamo variamente tutti, è consigliabile che si riprendano la coscienza di sé e della propria dignità per farsi rispettare e per farsi ascoltare e far riconoscere un’uguaglianza da praticare ciascuno secondo le proprie possibilità e a ciascuno secondo le sue necessità. La brutalità della società attuale non permette ripensamenti o attese e bisogna diffidare da chi ne difende la necessità non osando metterne in discussione i fondamenti disumani. Forse dal ripiegamento dalla delega smarrita e umiliata, sorgerà qualcosa di vivo, forse si romperà la dittatura del quotidiano e si riprenderà possesso del passato per progettare il futuro. Per quello non occorrono cattivi maestri ma buone idee da far camminare con le nostre gambe.

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