L’ottimismo è sobrio, doveroso e incalzante. I media ne fanno sfoggio pur seguendo le montagne russe degli spread e l’ondivago governo per il quale un giorno ce la facciamo da soli e l’altro abbiamo bisogno dell’Europa. Ma ogni tanto qualcosa si squarcia e ci lascia intuire che forse le difficoltà sono più gravi di quanto non traspaia, che il cammino scelto è impervio, soprattutto se le decisioni e le manovre sono volute e suggerite dall’esterno dove i sacrifici degli italiani non sono che numeri allineati in tabella. Cosa che del resto tutto l’universo economico liberista, fatto di astrazioni dalle quali gli uomini concreti sono esclusi.

Ieri è cascata dentro il sobrio ottimismo la proposta dell’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio e di Guido Salerno Aletta di un’ipoteca sul 10% sulle case private non gravate da ipoteca, con le quale ridurre il debito pubblico e soprattutto quel 50% in mani non italiane. I proprietari riceverebbero l’1% di interesse per il loro sacrificio, ma lo sSato potrebbe emettere titoli garantiti dalla proprietà diffusa degli italiani a tassi non superiori al 2,5%, cioè la somma tra l’interesse del proprietario e il tasso bce all’ 1,5%. In questo modo si potrebbero contrarre 450 miliardi di debito pubblico a tassi molto vantaggiosi e oltretutto si eviterebbe qualsiasi patrimoniale. Sembra un’ipotesi da ultima spiaggia eppure è stata vista con qualche favore all’interno dell’ensemble governativo: dapprima è stata considerata nella rosa di proposte del ministero dello Sviluppo e solo più tardi esclusa ufficialmente, quando qualcuno si è reso conto dell’impatto psicologico di un provvedimento del genere.

Strano però che l’idea sia stata accantonata così frettolosamente senza vederne le possibili variazioni. Perché ad esempio non emettere titoli garantiti dal patrimonio immobiliare dello stato invece che sui  beni privati in cambio di una cancellazione di qualsiasi patrimoniale?  Certo il valore globale è minore, ma si potrebbe lo stesso aggredire e non di poco il debito: lo stato dispone di oltre 543.000 unità immobiliari per circa 222 milioni di metri quadri e di 779.000 terreni per 13 miliardi di metri quadri: un valore che non è inferiore ai 300 miliardi di euro. In questo caso l’ipoteca potrebbe gravare per ben più del 10 per cento e i titoli emessi non avrebbero il gravame della compensazione anche minima al proprietario privato. Inoltre ciò consentirebbe di imporre egualmente una patrimoniale soprattutto sui valori che superano cifre ragguardevoli e che consentirebbe di sistemare ancor meglio il debito. Dopotutto proprio la Germania ricorse a questa idea per porre fine all’iperinflazione del 1922, anche se sulla base dei beni pubblici e del complesso industriale servì a creare una nuova moneta.

Purtroppo però ci sono dei gravi inconvenienti dal punto di vista del governo: l’ipoteca non consentirebbe di svendere i beni dello Stato ai famelici privati già in attesa, cosa che accadrà alla prossima tornata di crisi nera  e potrebbe, dio non voglia, persino configurare una manovra in grado di introdurre qualcosa che somigli all’equità. Inoltre tutto ciò farebbe allentare quello stato di necessità grazie al quale vengono manomessi i diritti sul lavoro, i contratti, le tutele, secondo la ben nota ricetta fatta pervenire alla Grecia. E questo sarebbe davvero un guaio, capace che la Lagarde si metta a piangere come la Madonna dei sette dolori, mentre si sa che a piangere sono già delegati i ceti popolari. Non facciamo confusione, per carità.