Rosella Roselli per il Sinplicissimus

Ho sempre vissuto nella mia città, Roma -la madre, la consolatrice, la mignotta- come se fossi in pantofole, bella comoda come fossi a casa mia. Ne ho amato il traffico pazzesco e la durezza, i suoi angoli segreti e le sue improvvise tenerezze, i suoi abitanti ribaldi e cinici, i suoi suoni eccessivi, al centro ridondanti e sincopati in periferia. Sono cresciuta mangiando il cibo saporoso e impegnativo che è parte della sua storia. Ne ho amato la segreta e irriducibile sicurezza dell’eterna rivalsa del popolo rispetto al potere -quello della chiesa, quello della politica- che qui si afferma esattamente nelle stesse forme. Cialtronescamente, spavaldamente.

Negli anni però l’ho vista trasformarsi, l’ho sentita diventare ostile, ho osservato gli sguardi, i sorrisi, prendere la piega amara della paura, del crollo della speranza. Lo percepisco al tavolo del bar anche fra i miei amici, uno di quegli improbabili convivii di mestieri e professioni, anime ed età che a Roma sono frequentissimi, esperti di abbronzature cittadine al primo sole di primavera nei dehors che continuiamo a chiamare i “tavolini di fuori”. Perchè quelli di dentro, in fondo al bar, non ci piacciono, non si vede passare “l’altra gente” e non c’è nessuno di cui sparlare amorosamente un po’ , non si vede com’è la situazione del traffico che dovremo affrontare quando torneremo alle nostre case, non si sentono gli odori, non si vede il cielo bello della nostra città, si perdono i tramonti. Ci raccontiamo, ci confrontiamo, parliamo delle nostre vite e dei lavori e dei nostri progetti, che son quelli di tutti. Partecipare e lavorare e risposare e vivere, ognuno come sa e può.

Ed è, almeno per me, un punto di osservazione privilegiato perché è vita vera, quella che incontri negli autobus e nelle botteghe e negli uffici, quella che molti non conoscono più, quella con la quale si è deciso di non fare più i conti, di non prendere più in nessuna considerazione.

Sarà lo spread, sarà anche l’inverno-ma no, non è il mite inverno di Roma, è solo l’incertezza, l’insicurezza, la paura che monta- il tavolo si è pian piano svuotato e si sta di più a casa al sicuro, difficile trovare un parcheggio perché le macchine son ferme e nel tardo pomeriggio, incredibilmente, il traffico è quasi inesistente già dalla seconda decina del mese, come se la paura avesse rubato un’altra settimana alla nostra voglia di muoverci e incontrarci, oltre alle due che ci sono state già sottratte dalla crisi di questi anni.

E proprio ieri i miei amici “cassamortari” della vicina agenzia di pompe funebri, attività che non ha mai conosciuto soste né crisi, mi dicevano sconsolati e increduli -ma come sempre,sardonici- in faccia alla città deserta alle otto di sera che “a Roma s’è fermato tutto”, come se fosse diventato difficile, oltre che vivere, persino morire