Anna Lombroso per il Simplissimus

Magari anche a voi è capitato di guardare lo spot della Banca di Vicenza, magari vi ha incantato il bell’adagio di Vivaldi, magari vi hanno sedotti le immagini patinate di cuori poveri e semplici, magari vi ha innamorati la ridente funzionaria della cassa rurale seduta a mangiare ricottine tra festosi e robusti contadini, magari vi siete fatti ammansire dalla promessa di condivisione contenuta nel cuore di panna leccato insieme.
Meglio diffidare: il messaggio degli imbonitori bancari abituati a spacciare promesse su un futuro irraggiungibile e illusorio che da loro si chiama derivati e hedge fund è lo stesso di Ichino e oggi di Veltroni, una compromissoria e ottusa resa al mercato sregolato e rapace, alle licenze illiberali, alla sconfitta dei diritti in nome della necessità.

Un messaggio ipocrita: la crisi tramite loro ci fa sapere che con essa arriva il riscatto dei buoni sentimenti quelli che si nutrono del mal comune mezzo gaudio, che viene l’attesa redenzione dal consumismo grazie all’auspicata miseria che ci restituisce alla severa sobrietà del dopoguerra, che è il momento delle augurabili privazioni suscettibili di consolidare senso comune e solidarietà.
Peccato che la storia insegni invece che gli stenti provocano guerre tra poveri, accedono diffidenza paura e risentimento, alimentano invidia e rancore.
La verità è che questo ceto di ragionieri, di marginali risentiti, di professori che preferiscono la ricerca di successo alla ricerca tout court, di fan delle cancellerie, di boiardi della finanza irriducibilmente avidi ci vuole punire, perché la nostra sommersione esalta la loro superiorità spregiudicata, perché vogliono l’esclusiva dei privilegi e dei beni, perché l’uguaglianza per loro è un affronto, un oltraggio alla loro ambizione e alla fortuna che pensano di avere meritato.
E ci somministrano rigore e sacrifici come pena dovuta per essere stati sconsiderate cicale, che hanno creduto ai sogni che loro stessi di hanno proposto.

Si è meglio diffidare perché quel messaggio è un tradimento, di chi si è arrogato un tempo una rappresentanza di interessi poco sentiti e mai davvero condivisi. È il cedimento a quella “forza delle cose” che ha formato la base rocciosa dell’identità di destra e cui la sinistra avrebbe dovuto contrapporre la forza della volontà razionale e perché no? dell’utopia. È la manifestazione rinunciataria e velleitaria del passaggio dall’inquietudine ontologica all’aspirazione al potere, all’ammirazione nichilista per il mercato e il capitale, potenza invulnerabile cui nulla si può opporre. È la defezione dalla faustiana ricerca della società perfetta preferendole una “società asociale”, malleabile nelle regole, ma autoritaria nelle gerarchie, nella quale l’eccesso di realismo ideologizzato ma senza principi limita l’orizzonte del futuro.

Una volta si diceva che la destra giustifica il proprio universo di valori sulla base della natura delle cose esistenti legittimando il suo progetto attraverso la gestione del potere, mentre la sinistra era chiamata a legittimare il proprio potere sulla base del suo progetto, sul patrimonio di valori che la identificano, sulla capacità di vedere oltre la forza delle cose, oltre il puro pragmatismo. E che il rischio verteva sulla scissione tra la sua anima e il suo corpo, tra la sua essenza e la sua esistenza.
Un pericolo tristemente superato: pare che la sinistra, nelle sue organizzazioni partitiche, abbia perso la sua identità e i suoi valori di riferimento e riconoscimento. E nemmeno se ne dolga come della dismissione di un faticoso e arcaico fardello. E così sta rinunciando anche alla sua esistenza.