Licia Satirico per il Simplicissimus

È un Natale beffardo, con l’eco disturbante di ministri in lacrime, parlamentari sofferenti e sacrifici necessari ad assicurare un salvataggio continuamente smentito da spread, differenziali, recessioni e stangate internazionali. Forse per questo il governo ora annuncia un piano crescita in 90 giorni, sin troppo simile alle pubblicità delle lozioni prodigiose per bulbi piliferi per non suscitare perplessità. Da laici, vogliamo raccontare un incubo di Natale che è quello di un Paese tagliato in due anche geograficamente, diviso in modo oltraggioso da due diverse velocità: di crescita, di sviluppo del territorio e persino di binario.

Da giorni il tetto della stazione ferroviaria di Messina centrale è occupato da ottantacinque operai della Servirail, licenziati dopo la decisione di Trenitalia di sopprimere i treni notte provenienti dalla Sicilia. D’ora in avanti, gli isolani-isolati che avranno vaghezza di raggiungere il Continente senza prendere l’aereo dovranno affrontare il disagio di cambi continui, con tempi di percorrenza degni di ben altre epoche storiche. Mentre l’Italia centro-settentrionale si evolve verso l’alta velocità, verso le stazioni Tiburtine simili ad astronavi spaziali, verso il wi-fi con raffinati servizi di ristorazione a bordo, quella meridionale precipita in un rigurgito ferroviario addirittura pre-unitario. In tutti i sensi: in Sicilia, ad esempio, la rete ferroviaria – a binario unico – è ancora quella progettata ai tempi dei Borboni, né mai il gruppo FS, comunque denominato, ha dato segni di voler potenziare i collegamenti. Al posto dell’alta velocità abbiamo così la bassa velocità (che diventa zero velocità quando si resta fermi per ore in attesa del passaggio di altri convogli), al posto del wi-fi le cimici sulle poltrone sventrate delle vetture (e non ci riferiamo ai raffinati congegni tecnologici che ossessionavano il nostro ex premier), al posto delle stazioni spaziali puteolenti colonne d’Ercole che ricordano le atmosfere di “Cristo si è fermato a Eboli”. Beninteso, l’amministratore delegato di Trenitalia si è fermato molto prima di Eboli e molto prima di Cristo: in una malintesa ottica di efficienza, sta strozzando il Paese. Sta segnando geograficamente i confini di una diseguaglianza distribuita in modo asimmetrico sul territorio di una nazione persa in regionalismi esasperanti, che non riesce più a trovare il modo di comunicare con se stessa.

A chi ama il mito letterario del treno, da Pirandello a Simenon, non può non fare impressione la sola idea della scomparsa della Freccia della Laguna, che collegava Palermo e Siracusa a Venezia unendo destini, suscitando speranze, facendo nascere a bordo nuovi amori e nuove illusioni. A chiunque non può non far rabbia la sorte di ottantacinque persone spazzate via dal mondo del lavoro per contenere i costi, per migliorare altrove i servizi che in Sicilia scompaiono. Forse per questo motivo, per la prima volta, la cittadinanza è pienamente solidale con i lavoratori. Nell’arco di poche ore sono già state raccolte più di 1500 firme per indurre i vertici di Trenitalia a riflettere su una decisione che, nella sua insensata crudeltà, rende evidente che non c’è crescita senza tutela del lavoro, senza una politica umana dei servizi e della comunicazione.

Nulla in Italia esprime il concetto di Paese spezzato più delle nostre ferrovie Jekyll/Hyde: se il passaggio del rubizzo signore con le renne serve a qualcosa, speriamo che serva a far riflettere sul destino dei treni a lunga percorrenza, prima che sia troppo tardi. O, quanto meno, prima che l’amministratore delegato di Trenitalia sopprima anche le renne da Roma in giù.