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Nucleare e clima: Durban diventa un alibi per l’atomo?

Per la seconda il neo ministro dell’ ambiente Corrado Clini, è tornato a fare delle aperture sul nucleare. Il che non è certo tranquillizzante in un Paese dove in  nome dell’emergenza vera o fasulla che sia si riesce a far passare qualsiasi cosa e dove i potentati economici che avevano messo gli occhi sull’affare dell’atomo e dell’acqua non vedono l’ora di poter ribaltare il risultato dei referendum.  Il nucleare – ha detto Clini – e’ una tecnologia ancora presente a livello mondiale e suscettibile di evoluzioni, oggetto di ricerche importanti. Il mio auspicio e’ quello di guardare a queste prospettive senza pregiudizio per fare in modo che l’Italia continui a essere parte del gruppo di paesi che partecipano alla ricerca per lo sviluppo di nuove tecnologie anche nel nucleare.  Penso che sia una tecnologia sulla quale si può discutere anche in riferimento ai temi legati alla lotta al cambiamento climatico.

Il fatto che questo secondo amo sia stato gettato in merito alla conferenza sul clima di Durban  mi fa sospettare  che il ministro per primo sia preda di pregiudizi riguardo all’asserita pulizia del nucleare per ciò che riguarda l’emissione di gas serra. Allora diciamo subito a Clini, che milita in un governo di tecnici e di competenti, di rendersi quanto prima competente anche in merito a questo argomento.

Così mi permetto di  dedicargli qualche considerazione tecnica, per mostrargli come egli sia vittima di una leggenda metropolitana. Il nucleare emette gas serra eccome, anzi è uno dei più forti inquinatori in questo senso, solo che la natura di queste emissioni spesso è causa di inganno, visto che in pratica si fa riferimento solo alla CO2 e non ad altri fattori. Ma permettetemi di conservare la suspence e di cominciare con la solita anidride carbonica.

I più diffusi tipi di reattore, cioè LWR e HWR, producono mediamente 70 grammi di CO2 per ogni kilowattora prodotto. Questa emissione non avviene durante lo stadio di emissione di energia, ma durante la fase di ricerca del minerale di uranio, la sua separazione dalla roccia o dal sedimento che lo contiene, la sua conversione in esafluoruro di uranio necessaria all’arricchimento, all’ arricchimento stesso, alla fabbricazione delle barre che vanno inserire in speciali contenitori di lega di zirconio. E naturalmente anche alla costruzione della centrale e al suo funzionamento (pompe, moderatori dell’acqua pesante e quant’altro). Il calcolo non comprende le emissioni dovuto allo smatellamento finale e allo stoccaggio delle scorie.

Certo 70  grammi sono molti meno dei 600-1200 grammi degli impianti convenzionali che usano il fossile, ma molto di più rispetto all’ eolico e sostanzialmente simili a quelli del solare. Ma mentre  questi costi ambientali siano in diminuzione per le rinnovabili, per il nucleare sono destinati a salire visto che l’uranio è abbondante, ma poco concentrato e occorrerà sfruttare terreni sempre meno ricchi, con molto più lavoro per l’estrazione e separazione. Secondo alcuni nel 2050 le emissioni totali pareggeranno quelle degli impianti a combustibili fossili, ma anche senza arrivare a questo, certo le emissioni aumenteranno e di molto.

Il ministro dirà che le emissioni sono comunque dieci volte inferiori a quelli delle centrali a gasolio, carbone, gas. Si, ma se ha anche una certa attenzione ai numeri dell’ambiente si renderà conto che 1200 grammi di CO2 per kilowattora sono molto meno di quanto un’utilitaria, in condizioni ideali, emette per fare dieci chilometri. La metà  rispetto a un Suv. Questo ci dice una cosa importante: che la produzione di energia elettrica attraverso i combustibili fossili rappresenta una piccolissima  frazione della CO2 mandata in atmosfera rispetto a quella emessa dai mezzi di trasporto, dai riscaldamenti e dalle industrie. Per cui il problema dell’effetto serra rimane praticamente intatto. In Francia, il Paese di gran lunga più nuclearizzato al mondo, l’atomo produce il 78% dell’elettricità consumata, ma solo il 15% dell’energia totale consumata.

Ma ecco la sorpresa: la CO2 rappresenta solo una parte minima dei gas serra emessi da una centrale nucleare: la parte maggiore è dovuta al vapore acqueo che, come si sa, è il gas  di gran lunga  più presente nell’atmosfera terrestre e rappresenta il 65% dell’effetto serra. Esso può apparire innocuo e naturale, ma non lo è più della CO2 emessa normalmente dalla biomassa, compreso il nostro respiro. Finora le enormi quantità di acqua riversate in atmosfera dalle attività umane non sono state studiate molto a fondo in relazione all’aumento della temperatura globale, visto che l’acqua ha un ciclo molto breve  e si trasforma rapidamente in pioggia. Tuttavia è innegabile che l’aumento di acqua nell’atmosfera costituisca un fattore importante del cambiamento climatico, non fosse altro che per il regime delle precipitazioni.

Ora non c’è nulla al mondo paragonabile a un reattore nucleare nella produzione di vapore, visto che il 70% dell’energia prodotta se ne va sotto forma di  calore che dev’essere smaltito. Un reattore PWR da un gigawatt, fa evaporare un metro cubo di acqua al secondo, il che significa 34 mila metri cubi di aria satura al 100% di umidità, vale a dire oltre un triliardo di metri cubi di aria satura all’anno. Torniamo in Francia: la potenza complessiva dei reattori PWR francesi è di circa 63 Gigawatt e perciò essi immettono giornalmente nell’atmosfera 5,620 milioni di metri cubi d’acqua corrispondenti a 187 miliardi di metri cubi di aria satura di vapore acqueo. Prendendo un ciclo di 11 giorni (quello di permanenza medio dell’acqua nell’atmosfera),  si tratta dello 0,61% di tutta l’acqua presente non nell’atmosfera sopra la Francia, ma di quella dell’intero globo. Al momento è impossibile dire quanto questo possa aumentare la frequenza e l’intensità delle precipitazioni, oltre che le variazioni climatiche regionali che pure si registrano, certo una centrale nucleare di media potenza immette in atmosfera in soli 4 giorni una quantità di acqua, pari a quella che scende in due violenti temporali. E di certo entra nel complesso feedback dell’effetto serra interagendo in maniera complessa con la CO2, anche se l’argomento è ancora una sorta di tabù. L’insieme delle centrali nucleari nel mondo immette una quantità di vapor d’ acqua del  4%  in più rispetto a quello della normale evaporazione oceanica. Un percentuale  che pesa in un meccanismo delicato come il clima.

Per quanto si possa sperare nel progresso, il rendimento delle centrali nucleari potrà aumentare di molto poco, e dunque immaginiamo un pianeta in cui quel 4% salga del doppio, del triplo e arrivi al 30 % se tutto il mondo fosse come la Francia. Ecco un riferimento corretto al cambiamento climatico, che ci sconsiglia assolutamente il nucleare, anche prescindendo dai rischi.

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