Sopravvivere alle proprie speranze e alle proprie parole, adattarsi alla cenere e cospargersi il capo con la fine del sogno. La sinistra italiana che si aggira nel sottobosco dei sottosegretari, come se fosse l’unica realtà possibile, tenta di sopravvivere con le flebo della necessità e del piccolo potere. Non immagina e non elabora, non crede a se stessa. Ma ogni tanto nell’Italia del vassallatico morale e intellettuale c’è qualcuno che si rifiuta di sopravvivere, se le ragioni della propria vita, gli affetti, le possibilità, la salute vengono meno. Se  non si trova qualcosa dalla quale ripartire meglio morire di vita che vivere da morti.

Per questo devo un grazie a Lucio Magri, per aver dato un segno di dignità e di discontinuità a questo Paese di sopravviventi, di siliconati, di poteri eterni e concimato dall’ipocrisia. Per questo non c’è alcun bisogno di orazioni funebri o di ingaggiare la depressione come avvocata della vita ad ogni costo o ancora di parlare di fallimento delle utopie: la decisione di andarsene, meditata a lungo e non frutto di un momento di disordine e follia, è già di per sé un testamento politico. Ci dice che esiste la libertà, che si può scegliere, che si può avere il coraggio di dire basta. E certo per questa Italia è un’utopia in ogni senso.