Prime luci dell’alba, aeroporto di Ciampino. Tre Audi grigie si avvicinano,  a un hangar. Ne scendono quattro persone che entrano subito nell’aviorimessa con la concitazione che non è dettata solo dalla fretta. Dopo 10 minuti le grandi porte dell’hangar si spalancano e un jet privato, uno di quei grandi executive che odorano di pelle pregiata, viene lentamente portato sulla pista.

Le scalette vengono calate e dalle auto scendono altre cinque persone che si dirigono verso il jet nell’aria ancora buia e cominciano a salire. Intanto gli uomini che erano entrati prima nell’hangar  tornano fuori accompagnando due muletti carichi, di valigie e portadocumenti che vengono caricati nella stiva e controllati attentamente dai quattro. Finita l’operazione tornano alle auto.

I motori vengono accesi e l’aereo che evidentemente ha permessi in alto loco si prepara a a rullare, mentre il cielo comincia a farsi rosso. Ma i passeggeri daranno le spalle al sole che è ancora coricato sotto la terra e inseguiranno la notte: l’executive si alza in volo e dopo un’ampio manovra va verso ovest.

Dopo tre ore e mezzo l’executive è già sull’ atlantico nel cono  del radiofaro delle Azzorre: sopra un oceano ancora scuro. Contemporaneamente le quattro persone dell’ hangar suonano al portone di casa  di un eminente personaggio, entrano e al potente sottosegretario che ha ancora la retina in testa per conservare la pettinatura come fosse scolpita, rivelano la natura del volo e presentano un protocollo da consegnare al presidente. Sono le dimissioni del premier valide a partire dall’ora stessa in cui il documento è stato consegnato. Egli ritiene di essere in pericolo e per questo si assenterà dal Paese fino a che le cose non saranno chiarite.

L’aereo atterra in piccolo aeroporto isolano, molto a sud del tropico del Cancro. mentre cinquemila chilometri più a nord est la servitù si scalmana dopo aver appreso di essere abbandonata. E giura di non essere mai stata favorevole al premier evaporato. Non è il tropico, è semplicemente il cancro.