Mai come in questi giorni di farsa e di dramma scompostamente intrecciati nell’amplesso finale del berlusconismo, la voce dell’opposizione è stata così flebile e disorientata, così trascurabile, una specie di “oboe sommerso” di cui non si riesce a seguire il filo armonico. Le parole giungono come da una porta chiusa, una pesante porta di quercia che la separa dal mondo, dagli elettori, dai fermenti che nascono e anche da quell’antipolitica di cui ci si duole, senza però tentare di sostituirla con una speranza.

L’idea di traghettare il Paese dall’agitato tramonto di Silvio a qualcosa di nuovo, solo dentro le aule parlamentari dove i soldi e il potere del cavaliere sono ancora molto potenti, è di per sé una sconfitta, una dichiarazione di berlusconismo per induzione: invece di afferrare un’agenda di cambiamenti particolarmente congeniali a quella che dovrebbe essere una sinistra sia pur variegata e moderata, ci si accorge che invece l’establishment si preoccupa solo di se stesso, dei suoi rapporti interni, delle sue estensioni e preoccupazioni di apparato. Con un cinismo tanto più ostinato quanto perdente. Perché alla fine ciò che manca è proprio l’altra sponda, quell’Italia diversa che è ormai come la fenice.

L’altro giorno ho letto sul giornale fondato da Antonio Gramsci una considerazione che considero perfetta a descrivere questo stato di cose: ” Che cosa sarebbe successo se i leader dell’opposizione non avessero risposto con grande senso di responsabilità all’appello di Napolitano e non avessero consentito di accelerare l’iter di una manovra che pure considerano iniqua e ingiusta? E come starebbe l’Italia se non avessero dichiarato di rispettare i saldi della manovra anche nel caso di una crisi di governo? E se non avessero accettato l’anticipo del pareggio di bilancio al 2013?”

Forse sarebbe successo che la manovra sarebbe stata migliore in qualcosa e che l’Europa o i mercati avrebbero avuto la sensazione che questa Italia dello sfacelo ha dentro di sé forze capaci di tirarla fuori dal degrado, che forse un nuovo governo e una nuova politica potrebbero mettere mano a provvedimenti efficaci e non semplicemente a una specie di patchwork contabile che non porterà da nessuna parte. Mentre così si è data l’impressione di un Paese disorientato e incerto nel suo complesso, lasciato completamente in balia del premier e dei suoi interessi. Forse la funzione di un’opposizione sta nel combattere manovre ingiuste e inique che tra l’altro portano un decimo di quanto potrebbero invece portarne altre più eque.

Ma  questa ansia di essere “moderni” che purtroppo regna nella sinistra diciamo così ,di governo, da oltre vent’anni, crea cedimenti e adesioni a ricette ormai vecchie ed evidentemente  inadeguate. La paura sottopelle che non ci siano soluzioni alternative, del resto mai seriamente ricercate, che non sia possibile spezzare la cultura che si è formata nell’ ultimo trentennio, stanno avendo come effetto quello di dare un’opposizione conservatrice a un governo reazionario.  E così ci si rifugia nell’illusione che sia possibile sostituire coraggio, consapevolezza, ideazione e persino onestà sostituendo la vecchia classe dirigente con una più fresca per età  e per vigore. Trovandosi di fronte al paradosso che spesso chi emerge tra i “nuovi”  da una parte ha introiettato ancor più profondamente il pensiero unico, molto tiepidamente combattuto, dall’altra è stata contagiata da certe mentalità e compromissioni dai capitani di lungo corso: così che il cambiamento produce solo effetti autoreferenziali e ambigui. Il caso di Renzi a Firenze è tra i più emblematici.

Sì, è venuto il momento di sporcarsi le mani con i cittadini e con i problemi del Paese. Quello di essere così ingenui da fare politica, così furbi da abbandonare i conti della serva dei seggi e delle tessere, così responsabili da non esserlo all’eccesso e di usare il cinismo per vincere e non per far sopravvivere poltrone. Se non altro perché di questo passo non avranno vita lunga.