Con un po’ di stupore abbiamo appreso da una ricerca di Altroconsumo, che in dieci anni, dal 2001 quando ancora c’era la lira a oggi, l’inflazione è stata appena del 21%. Così considerando l’incremento medio del reddito pro capite che è stato del 14%  nello stesso periodo, si ricava un calo del potere di acquisto del 7% appena. E come sempre di fronte a queste cifre ci chiediamo se siamo noi a vivere in un altro Paese o vive altrove chi ha fatto la ricerca.

Certo lo studio di Altroconsumo, effettuato sui dati Istat, è a dir poco grossolana, visto che non tiene conto di molti altri fattori, ma al di là di questo, proprio la distanza fra i dati e l’esperienza quotidiana ci mette di fronte al fatto che i numeri non sono affatto neutrali, ma che il modo di ricavarli risponde a indicazioni ideologiche e politiche. Nel caso specifico vengono usati in tutto l’ occidente liberista dei criteri statistici volti non solo a minimizzare l’inflazione, ma anche a nascondere il traferimento di ricchezza e infine a dare come risultato un dato macroeconomico che ha ben poco a che fare con l’effettivo aumento dei prezzi nella vita quotidiana e dunque con le difficoltà di fronte alle quali si trovano i cittadini in generale e i ceti popolari in particolare.

Non c’è nessun errore sostanziale, si tratta solo una scelta tecnico politica che ha un effetto ancora più straniante del famoso pollo di Trilussa. Vediamo come. Sappiamo tutti che esiste un paniere con un numero di merci e servizi più o meno essenziali (il totale è di 1377), anche se c’è pure l’ipad  e che i prezzi vengono rilevati mensilmente. Ma il criterio adottato è quello della media ponderata di un determinato bene rispetto agli altri e ponderato anche rispetto alla statistica generale di popolazione. Si calcola cioè l’aumento globale di tutto il paniere e non del singolo bene che viene invece considerato solo per il suo “peso” relativo agli altri e a quello dentro la società.

Sembra misterioso, ma è semplice. Vediamo come ad esempio viene calcolato l’aumento degli affitti. Esso viene rilevato (anche con qualche difficoltà, visto che spesso l’ingresso di nuovi inquilini a prezzi molto maggiori viene calcolato con molto ritardo), ma visto che solo poco più del 17% delle famiglie italiane vive in case d’affitto e che gli alimentari di base sono più importanti, il “peso” sull’insieme del paniere è solo del 2,4% . Così anche se il padrone di casa vi ha raddoppiato la pigione e rischiate lo sfratto, in realtà il vostro dramma viene ripartito su tutta la popolazione.

La stessa cosa avviene per le assicurazioni dei mezzi di trasporto: dal momento che esse “pesano” per l’ 1,3% del paniere e che vengono considerati anche i rimborsi ottenuti a seguito di sinistri, la loro incidenza reale finisce per diventare minima. Ora è evidente che quanto meno il calcolo del rimborso dei sinistri può avere interesse per le assicurazioni, ma non c’entra assolutamente nulla con la relazione costo – reddito. Però è una regola comunitaria, cioè della comunità di stampo liberista. E anche qui dunque tutto corretto e tutto sbagliato insieme.

Questo metodo di calcolo fa sì che i prezzi dei beni generalmente acquistati, per esempio gli alimentari e specie di quelli di base, risultino un po’ più vicini alla realtà del resto.

Naturalmente sarebbe molto semplice cambiare il sistema dei pesi in maniera che si adattassero alle reali condizioni di vita e sarebbe altrettanto semplice inseriti altri beni, per esempio la casa in acquisto oltre a quelle in affitto. Ma questa sarebbe una decisione politica perché l’acquisto è considerata una spesa per investimento e non per consumo, cosa piuttosto incredibile almeno per la prima casa , ma ancora più fuori del mondo perché il prezzo d’acquisto determina il livello degli affitti. Però mica vogliamo andare a ficcanasare e scoprire come si spalma effettivamente l’inflazione. e che conseguenze può avere per la famiglia media.

Se in tutto l’Occidente i calcoli sono generalizzati, tuttavia ogni Paese adotta pesi diversi che hanno ovviamente uno scopo e una direzione politica, ma che possono risultare più realistici per la vita reale. In Usa per esempio l’abitazione pesa per il 41% contro il 5% dell’Italia (che abbiamo visto poi si riduce a un effettivo 2,4), gli alimentari pesano per il 17% in Usa e per il 31% in Italia, così che tutto il resto negli States finisce per pesare per il 42% mentre da noi per il 64%, il che la dice lunga sulla scarsa correttezza sociale del nostro sistema perché finisce per enfatizzare un numero di beni e servizi secondari il cui prezzo è più oscillante, talvolta in diminuzione e finisce per mascherare il reale aumento della vita nei suoi aspetti essenziali. L’aumento del numero di beni e servizi nel paniere da questo punto di vista è tutt’altro che un progresso, anzi tende ad essere socialmente assai più evanescente,

Meglio minimizzare per risparmiare sugli adeguamenti, meglio non creare panieri e sistemi di calcolo che evidenzino i trasferimenti di ricchezza o le difficoltà dei singoli  che magari a qualche pazzo possono far venire la bizzarra idea di avere dei diritti. Meglio qualcosa che misuri l’inflazione in termini generali. Dopotutto non siamo sulla stessa barca? Anche se pochi al fresco del ponte e molti in sala macchine: ma la temperatura media è appena tiepida.