Anna Lombroso per il Simplicissimus

Cari giovani: non studiate! Soprattutto, non nella scuola pubblica. Ve lo dice uno che ha sempre studiato e studia da sempre. Che senza studiare non saprebbe che fare. Che a scuola si sente a casa propria. Inizia così l’invettiva di Ilvo Diamanti molto pubblicata e ripubblicata nei social network contro il ceto politico che ha ridotto a paria maestri e professori senza prestigio, senza autorità, senza autorevolezza e senza quattrini. E che con amaro e accorato sarcasmo invita a non studiare, a comprarsi un titolo utile alla scalata al successo conformista e pigro dei privilegiati, che tanto lo studio non serve, l’importante è avere un santo in paradiso, un congiunto influente nell’albero genealogico, un bel po’ di pelo sullo stomaco. “I Professori: verranno aboliti per legge, conclude, insieme alla Scuola. D’altronde, studiare non serve. E la cultura vi creerà più guai che vantaggi. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Ma oggi non conviene. Si tratta di vizi insopportabili. Cari ragazzi, ascoltatemi: meglio furbi che colti!”

Verrebbe da dare ragione alla vituperata Casta, quella politica, se fa fuori certi cattivi maestri. Che in mancanza di buon esempio e in carenza di senso di responsabilità e autocritica ripiegano sulla disillusione, il risentimento e l’amarezza. Guardiamo un po’ wikipedia alla voce Ilvo Diamanti: è stato ricercatore di metodologia della ricerca sociale, presso la Facoltà di Statistica dell’Università di Padova e professore associato di Sociologia politica presso l’Università di Urbino dove attualmente è professore ordinario di Scienza Politica e pro-rettore alle relazioni internazionali e territorio. E presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino “Carlo Bo” ha fondato e dirige il Laboratorio di Studi Politici e Sociali, che si occupa di formazione e di ricerca in ambito nazionale e internazionale.

È indubitabile: possiede un ottimo curriculum e anche un riconosciuto geniaccio per l’invocazione e la denuncia. Però, ammettiamolo, gli fa invece difetto l’autocritica, e non solo per quanto riguarda una non celata ammirazione per il cosiddetto radicamento territoriale della Lega. Ma dove stavano questi illuminati mentre si faceva strame di conoscenza e scienza, formazione e informazione, mentre si distruggeva l’istruzione in previsione della definitiva apocalisse di una qualche “presenza” del nostro sistema Paese, come lo chiamano loro, sullo scenario mondiale? Eh si il sospetto è che fossero al chiuso nelle riunioni di redazione, nei consigli di facoltà, nelle accademie, perché no? nei salotti televisivi, ai premi letterari, nella Cortina di Cisnetto, nella Capalbio di Asor Rosa, nella Castellanza di Di Pietro e perfino nello stesso Aspen di Tremonti.

Perché le caste sono caste comunque le giri, che siano quelle antiche o l’esito contemporaneo del familismo, delle leggi ad personam, della visione privatistica di governo e interesse generale, che siano la forma più diffusa dell’affiliazione che sostituisce il consenso, delle alleanze opache al posto di relazioni di trasparente coesione. Sembra così banale che si finisce per non pensare che tra tutti i regimi politici, la democrazia è l’unico che presuppone amicizia tra governanti e governati. I regimi autocratici o oligarchici, comportano separazione che, nel caso migliore, si traduce in indifferenza, in quello peggiore, in inimicizia e avversione. Solo la democrazia vive e si alimenta di un circuito di reciproca fiducia che può esistere solo a condizione che la classe dirigente non si costituisca in classe separata, solo a condizione che i cittadini comuni non li veda come cosa diversa da sé.

Che significa classe separata? Innanzitutto che, una volta entrati in uno dei luoghi della politica, dell’informazione, del mondo accademico, delle aule giudiziarie, si sia acquisito il diritto di non uscirne mai più, fino a quando provveda la natura. I ceti o le caste delle società premoderne erano stratificazioni sociali alle quali si apparteneva dalla nascita alla morte. Oggi, al ceto dirigente di regola non si appartiene per diritto di nascita, anche se non manca, anzi si moltiplicano i casi di nepotismo, di familismo e di trasmissione ereditaria delle cariche politiche. In politica oggi, di norma, “si entra”, o, come si dice autorevolmente, “si scende” (una volta si sarebbe detto “si sale” o si “ascende”), ma, una volta entrati non se ne vuole più uscire. Se proprio occorre lasciare un posto, ce n’è sempre un altro cui aspirare e che ci attende. Oggi quello che importa è entrare in un giro di potere. A che “giro” appartiene? ci chiediamo, vedendo qualcuno che “gira”, per l’appunto, da un posto all’altro. Quando entri in un giro, non ne esci più, a meno che tu abbia tradito le aspettative di chi ti ci ha messo. Questa è la separazione: tra chi, in un giro del potere, c’è e chi non c’è. E chi c’è e c’è stato non ha il diritto di chiamarsi fuori dalla responsabilità.

Qualcuno ha chiamato zona grigia, quella nella quale allignano coloro, ignavi, che si lasciano vivere come se il distacco superiore o inferiore fosse un diritto, quelli che hanno accettato lo stato di cose presente come “naturale” o ineluttabile occupati a ritagliarsi una fetta di sopravvivenza più o meno lauta, per sé e i propri cari, secondo l’ordine prestabilito dall’alto, da chi comanda e decide, spesso gratificato dall’appartenenza a una èlite. Non è immune da questo spirito la scuola, strumento di conoscenza e di coscienza di emancipazione e formazione. È vero la nuova economia e la nuova finanza prevedono un’oligarchia di eletti, molti pretoriani e molti lacchè specializzati al loro servizio e una massa amorfa di esecutori privi di competenza alcuni dei quali addetti alla costrizione consenziente al non pensiero. E la cultura e l’istruzione in questo disegno non trovano spazio.

Ma a questa brutalità hanno contribuito molti che nel ceto pedagogico hanno soggiornato alimentando ambizioni non sempre lecite, aspettative non sempre ben riposte, complicità non sempre limpide. Che scoprono con inquietante ritardo la qualità della disubbidienza e la grandezza sociale della collera. Avremmo avuto bisogno prima della loro obiezione di coscienza, per non dire della loro coscienza.