Alle volte sembra proprio che il tempo non riesca a passare in questo maledetto Paese. L’ho detto tante volte che ormai mi stufo da solo, ma in questi giorni di occhi puntati sulla Libia, la sensazione è così soffocante che supera l’afa climatica. E alla sgradevole percezione si aggiunge anche la singolare convergenza tra destra e sinistra nel rimpiangere Geddafi, per ottime ragioni da entrambe le parti, ma anche vecchie ragioni che formano gli ingredienti di uno zibaldone italiano composto sempre dagli stessi elementi.

Berlusconi e la Lega si sono accorti che aver dato tanto appoggio al Colonnello negli ultimi tre anni, del tutto ignari che qualcosa si muoveva in Libia come altrove, è stato un disastro. Ci ha tenuto del tutto fuori dalle decisioni e ci ha costretti a subire l’iniziativa della Nato, partecipandovi pur avendo cuore xenofobo e portafoglio berlusconiano dall’altra parte. Questo ci è costato e ci costerà una molto minore presenza in Libia e nel mediterraneo: perché, se qualcuno non l’avesse compreso, l’appoggio alla ribellione è stata contemporaneamente una partita tra i  Paesi occidentali  sul nuovo eldorado di risorse naturali che si stende sotto il mare dal golfo della Sirte a Cipro. Ecco perché adesso Frattini e La Russa cercano di esaltare il ruolo bellico italiano che fino a ieri minimizzavano. Una squallida commedia di cialtroni.

Sull’altro fronte oltre alle giuste ma rituali parole contro la guerra in sé, si considera che la ribellione non avrebbe mai potuto vincere da sola e che dunque la partita è stata tutta nelle mani occidentali o magari saudite o anche di Al Qaeda, qualcosa che esiste o non esiste a seconda delle convenienze, fin dalla risoluzione Onu e anche prima. Dimenticati in tutta fretta i campi di concentramento del colonnello in cui venivano tenuti in gabbia torturati i migranti, per esplicito accordo con L’Italia, ci si chiede chi saranno i successori, gli opportunisti che prenderanno il potere e che innalzano la bandiera di re Idriss. Il cui antico regime con tutta evidenza c’entra ben poco con ciò che sta accadendo, ma evocato per accreditare indirettamente l’opera del Colonnello che secondo una vulgata di una sinistra  conventicolare, sarebbe stato un socialista. Ma le sanguinose quanto futili ribellioni all’occidente di questa satrapia tribale, sono state sempre un sistema per alzare il prezzo, più che per scompaginare un sistema di relazioni e alla fine, dopo il decennale contenzioso sul golfo della Sirte, era lo stesso Gheddafi a sollecitare Europa, Stati Uniti e Cina a sfruttare le risorse naturali del Paese, senza alcun problema. Ed resto chiunque abbia una esperienza della Libia sa che è stata distribuita ricchezza, ma non crescita sociale e umana che anzi è stata compressa all’inverosimile. Se questo è socialismo…

Per arrivare al punto  la discussione in atto o sottopelle potrebbe essere stata fatta cinque anni fa o prima dell’11 settembre o anche a metà degli anni ’90 o anche sul limitare della caduta del muro così che la vita intellettuale del Paese pare uguale a una cena da scapoli, in cui si tirano fuori i surgelati pragmatici o ideologici. L’unica cosa che si evita di chiedersi è che cosa sta accadendo dentro queste società arabe che sono solo all’inizio di grandi scossoni e che rapporto ha tutto questo con i germi di consapevolezza delle nuove schiavitù cui ci sta portando il liberismo. Cosa significano per il futuro. Per quanto possano essere eterodirette devono pur avere una qualche base, significare una trasformazione di mentalità e cultura che forse andrebbe compresa prima di impancarsi in discorsi astratti e brancolamenti riflessi. In fondo anche questo dimostra che la coazione a pensare in termini colonialistici ed eurocentrici è ancora molto forte. Anzi paradossalmente più forte man mano che il continente si sposta alla periferia.

Ed è così la maledizione italiana in cui ogni nuovo va forzato dentro un vecchio reticolo di pensiero, mentre a ciò che è vecchio ci si arrende sempre: al massimo basta chiamarlo moderno..