Tremonti ha finalmente parlato. Non è stato un discorso memorabile, ma se non altro ha evocato ciò che diceva Abramo Lincoln: “meglio tacere e rischiare di passare per idiota che parlare e dissipare ogni dubbio”.

Dunque per uscire da una crisi che ci vede sull’orlo del precipizio le grandi idee del ministro dell’ economia sono accorpare le feste comandate alle domeniche, grattugiare qualcosa sulle pensioni, ma non si quanto, bloccare salari e stipendi, imporre qualche piccolo balzello sulle rendite ma non si sa come e in che misura, forse imporre il rammendo obbligatorio delle calzette qualora venisse la richieste da parti sociali come le dame di San Vincenzo, che se non altro sono più serie di Bonanni.

In mezzo a questo fumoso rincorrersi di imprecisate e ridicole misure, ce n’è una alla quale Tremonti tiene sopra ogni cosa: la libertà di licenziare. Immagino che in un Paese dove la disoccupazione va a mille, dove il lavoro nero è onorato e santificato, dove non vi sono tutele di welfare come negli altri Paesi e dove infine non si fanno investimenti, questa novità sarà una mano santa da perseguire a tutti i costi anche cambiando la Costituzione. Certo non sarebbe affatto necessario, ma se rendi solenne una cretinata può darsi che appaia una cosa degna di nota. E comunque sottolinea il cuore ideologico della manovra che consentirà di creare un Paese totalmente precario, totalmente sotto ricatto. Immagino con grande sollievo della Marcegaglia e dei suoi soci per i quali forse Tremonti lavora privatamente. Questo è il prodotto del berlusconismo alla fine delle inutili promesse e delle bugie: un’idiozia canaglia.