Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il solo potere che resta a chi non ha potere è quello di criticare il potere. Non ricordo chi l’abbia detto, ma dubito sia un giornalista.
Il potere è una divinità multiforme al servizio del dio supremo: denaro, profitto, mercato, finanza. E se qualche giornalista critica quella partitica, è generalmente molto meno motivato a criticare quella di informare, potentissima ed influente , che di questi tempi è esercitata con cautele estreme e pruriginosa prudenza in gran parte responsabile credo del disarmo morale e civile della nazione.

Si esiste qualcuno che si esime dal ruolo di suo profeta, ma la tentazione di ostentare manifestamente l’appartenenza riconosciuta alla sfera di chi conta ha il sopravvento. Ed è questo ha contribuito alla lenta ma inesorabile dissipazione dell’opinione pubblica, alla creazione di uno stato di sfiducia non solo nel sistema decisionale e nelle istituzioni ma soprattutto della propria possibilità di contare, scegliere, dire e fare, se non si è qualcuno, se non durante quei dieci minuti di notorietà.
Ha proprio ragione il Simplicissimus. In questi giorni – le emergenze sono stati catartici ideali per la “manifestazione” rivelata di comportamenti e condizioni – è ancora più evidente che la stampa a forza di sentirsi interprete, rappresentante e custode di un supposto senso comune si è sostituita ad esso. Non sono una innamorata degli Usa ma mi piacerebbe che li imitassimo laddove l’opinione pubblica da loro è uno dei poli fondamentali del funzionamento di una società e i giornalisti fungono da mediatori tra essa e la politica. Mentre da noi la cosiddetta assenza di una credibile alternativa rappresenta la loro giustificazione all’adeguamento scrupoloso allo “spirito del tempo”: se le forze in campo, tutte, sono sempre più losche, turpi, immonde e questo è l’unico gioco allora è al suo interno che si può trovare spazio e nutrimento. Non conoscono l’Italia e nemmeno vogliono conoscerla, perché preferiscono lo spettacolo della politica, le manipolazioni, gli intrecci e gli intrighi dei potenti, banche imprese logge alleanze opache, e ci si muovono in mezzo con la fierezza di stare, e quanto gli piace la parola, tra gli stakeholder, quelli che tirano i fili delle marionette, loro compresi.
C’è molta ingenuità nel prestarsi a questo gioco. Quella che li fa diventare gli altoparlanti e i portavoce quasi solo di quello che il potere vuole mostrare del suo retropalco, solo i segmenti di scandali per circoscrivere lo scandalo che può essere sollevato, vizi privati per confondere vizi pubblici. “il potere sta nel nucleo più interno del potere” secondo Canetti, ma ci si accontenta di qualche svelamento, della rappresentazione e dell’illusione.
Ma c’è anche disprezzo per noi. L’accettazione dell’esistente ha voluto dire per la stampa l’accettazione della yubris della politica e della sua ottusità e dell’arroganza altrettanto cieca del potere economico, presumendo a torto di essere dei loro correttivi e rivaleggiando dei modi e nel linguaggio. Stando contigui al peggio e vedendo il peggio, lo hanno accettato e perfino ammirato il suo cinismo come un valore, l’intrigo come un’eccitante modalità, l’opacità come una fisiologica componente dell’esercizio dell’attività di governo.
In questi giorni ancora una volta sono venuti meno a tutti e due i loro obblighi – ho detto obblighi e non missioni perché ricordo bene che si tratta di un mestiere e non di una vocazione e è bene rammentarlo nel bene e nel male – quello di informare con trasparenza e competenza. E quello di corrispondere alle aspettative in quanto segmento influente di una élite.
La malattia del potere: una combinazione di menzogna, sopraffazione, manipolazione, personalizzazione, ha consumato anche grazie a loro le potenzialità di molti vivaci e promettenti momenti della nostra storia. Ha zittito i molti “buoni non inerti” e contagiato alcuni di quelli che ancora pensavano all’obbligatorietà della coerenza tra fatti e parole. Eppure esistono, lo so, gruppi in gioioso e rabbioso disordine, “diversi” perché è nel legame tra le idee e le pratiche e i fini che cercano una identità comune, che non si accontentano più di testimoniare, ma vogliono fare. Anche qui. Anche per strada. Anche in mezzo agli stranieri, ai precari, agli irregolari, ai malati. E agli operai feriti, alle donne offese, agli uomini incazzati. La chiamano società civile, aiutiamo noi stessi ad esserlo.