Anna Lombroso per il Simplicissimus

Detesto la dietrologia almeno quanto detesto la rovinologia e se le due cose si combinano mi viene di sentire Scarlatti sotto un giovane susino guardando come cammina una nuvola in cielo.
La fenomenologia di Spider Truman è un esercizio che non mi attizza per nulla, comunque non sono io e dubito sia un mio amico: evito come la peste la frequentazione di portaborse vigenti o pentiti.
Sono invece più interessata alle figure che si agitano dietro al montare dell’onda moralizzatrice contro le cricche, e non perché non la consideri legittima. L’improvvisa mobilitazione dei Tg Mediaset e di Panorama svela il non troppo recondito intento del vecchio timoniere con dei suoi fidi sempre più sbandati, di accreditare il consolidamento definitivo di una figura forte che metta ordine nel marasma che lui stesso ha indotto, punendo o elevando le mezze figure che hanno mangiato alla sua greppia, organizzate in una esplicita presa del potere plutocratica e cialtrona . Ma sicuramente, e altrettanto poco legittimamente saranno al lavoro i cantieri di altri aspiranti tessitori, sempre imprenditori perché è lo spirito del tempo.

La turbo economia ha creato un divario crescente tra la prepotenza del capitalismo e il potere della democrazia. Se non sappiamo governarle le società complesse fitte di interdipendenze e di estese geografie di indeterminatezze sono imprevedibili. Ci può essere il rischio che quel divario tra potenza e potere si allarghi fino a annullare la capacità di scelta e decisione riducendoci a una colonia biologica governata da automatismi informatici. O che la nostra comunità imploda in una regressione barbarica, un tumultuoso medioevo.
Dovrebbe essere la politica – non la partitocrazia e nemmeno la futurologia – a tracciare il percorso, riducendo quel divario entro limiti e proporzioni equilibrate.
Trockij pensava a uno “scienziato” capace di “introdurre nella concezione dialettico materialistica del mondo” tutto il nuovo che incessantemente si produce.

Molto più domesticamente si cerca un leader, si auspica una guida, si ascoltano profeti e ci si fa incantare da imbonitori e dio ci guardi dagli esponenti di quel ceto intellettuale che dovrebbe far funzionare i centri nevralgici del mondo egemone, più facilmente inclini a cantare per l’avvicendarsi degli imperatori sempre con rinnovato entusiasmo.
Ma intanto si muovono altre figure, affini per esperienza, imprenditori della carta stampata o dei motori “usi di mondo”, un mondo dove si può comprare tutto compresa la politica e la democrazia sempre più esposta a questo tipo di corruzione. Si sa per chi ha denaro la democrazia può diventare un’impresa, un investimento più fruttuoso di altri, che salva da minacce giudiziarie ma che produce a cascata altri vantaggi, potere, influenza, reazioni mondiali proficui di altri benefici e beni. E profitti. Profitti su larga scala, planetaria, smisurata, che fanno sembrare risibile lo scandalo per indennità, vitalizi e privilegi e la lista della spesa di una famiglia poco oculata la manovra che ci condanna a una prolungata agonia economica. Volumi formidabili alimentati anche grazie a criminalità malavitosa, a spese militari travestite da import export umanitario, a traffici e spostamenti planetari di strumenti mercatistici intangibili e volatili, in un intreccio di denaro vero o virtuale e abuso di potere, di finanza e influenza, di maneggi borsistici e manipolazione dell’informazione, di fondi e notizie funzionali alla loro circolazione.

È su questa casta più discreta, meno visibile che dovremmo esercitare vigilanza democratica. E guardarci dai profeti dell’antipolitica, perché è invece la riappropriazione della politica che ci può salvare. A cominciare da una riforma elettorale che in questa voluttuosa demolizione è stata inquietantemente messa da parte, condizione preliminare e necessaria per la definizione di riforme che investano le istituzioni, riducano quelle sì, le proporzioni della politica e dell’amministrazione, che combinino welfare con crescita.
Ma gli improvvisati fan della mobilitazione anti-casta non vogliono che venga investito il nocciolo di quel ceto, di quella dinamica di vertice autoreferenziale. A loro si addice un sistema elettorale che traduce i voti in seggi, il consenso in privilegi, il bene generale in potere e interesse personale. C’è troppa emozione intorno, è ora di guidare la collera verso obiettivi. Abbiamo mostrato di saperlo fare con altri referendum, con altri strumenti di democrazia e partecipazione, non è troppo tardi per la ragione e le nostre ragioni.