Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi, dopo due anni di rinvii, la Camera vota sul disegno di legge relativo al testamento biologico. Il testo non sarà definitivo, perché il provvedimento dovrà essere votato anche al Senato, ma la maggioranza ha deciso di dare un segnale protervo di sopraffazione.
Punto chiave l’articolo 3 del ddl con cui si stabilisce la platea della Dichiarazione Anticipata di Trattamento (DAT) e si affronta la questione dell’alimentazione e dell’idratazione assistita.
Per favore non pensate che nel naufragio nazionale questa sia una scaramuccia di retroguardia, un optional poco gradito anche perché si tratta di affrontare il grande tabù.

No, anche questa legge risponde a un disegno preciso, che non è solo quello di mostrare arrendevole e interessata acquiescenza alla Chiesa e di imporre la sua etica di stato, ma anche quella di allargare il primato mopolistico della maggioranza, dall’informazione, dal sistema finanziario, dalla pratica di governo, alle nostre esistenze, alle nostre convinzioni morali, ai nostri principi legittimi quando anche non omogenei al loro stile di vita e alle loro credenze.
Si come si addice al patto tra due poteri in crisi gli intenti si integrano. E così concorrono a minare alle basi i più elementari principi democratici, che la democrazia non piace un granché a nessuno dei due. Perché in democrazia la discriminante non deve essere tra chi crede e chi non crede o è diversamente credente, ma tra chi riconosce e garantisce la pluralità delle visioni e dei comportamenti morali, e viceversa chi addirittura chi si sottrae a questo impegno e disponendo di una maggioranza parlamentare impone la sua visione del mondo calpestando i fondamenti costituzionali.

Il primo della libertà al plurale è laidamente democratico spesso accomuna agnostici e credenti il secondo non lo è, è clericale, è oscurantista e quel che è peggio spesso si richiama alla Carta mistificandone i principi con la stessa triviale disinvoltura con la quale la tradisce di continuo.
In democrazia la laicità non è un’opzione privata, una questione di gusti personali come con i sapori del gelato, ma è lo statuto stesso della cittadinanza, che si esprime nel contrasto legittimo di visioni etiche secolari o religiose, in modo che funzionino in modo solidale le regole della convivenza. Ma perché questo avvenga bisogno che non ci siano un Giovanardi o una Binetti che ritengano che la molteplicità di convinzioni prospettive visuali concezioni del bene e della natura umana sia un disgrazia pubblica da contenere e guidare, quel famigerato relativismo cui non ci si deve arrendere pena l’inferno. Non c’è da credere al loro vittimismo strumentale, quello di chi si teme discriminato nell’esercizio di costruire una società buona secondo i suoi criteri, nella pratica autoritaria di diffondere una verità di parte, di testimoniare evangelicamente un modello non condiviso.

Qualche giorno fa ero fuori di me per via di Bersani che aveva chiesto una pausa di riflessione ulteriore sul testamento biologico per evitare scelte affrettate ed errori in un tema cosi’ delicato.
”Voglio fare appello -ha detto Bersani- alla nostra umanita’ e alla pietà verso la condizione umana che abbiamo imparato nelle nostre case dai nostri padri e dalle nostre madri”. Manca solo che l’abbiamo imparato in parrocchia, mi dicevo incollerita.

Ma avevo torto. Perché la pietà, anche se non mi piace questo sentimento cui preferisco la compassione e l’umanità sono indispensabili alla civiltà e alla democrazia. Perché anche per noi non credenti si tratta di valori non negoziabili. Perché bisogna rivendicare per tutti gli appartenenti all’umanità e non solo per quelli che aderiscono alla comunità della chiesa il diritto di pronunciarsi e “militare” per i valori della vita e per i modi dell’esistenza: nascita, salute, morte, ma anche attitudini, inclinazioni,. E per non dire di fame, oppressione, discriminazione, povertà, quei campi di battaglia nei quali si deve proprio combattere insieme e chi non lo fa non solo non può dirsi cristiano ma non ha il diritto di chiamarsi persona.