Una cosa è evidente dopo la vittoria e le vicende degli ultimi giorni: la classe politica, anche la migliore,  non è in grado di uscire dalla seconda repubblica, dai miti e dagli incubi del berlusconismo, dalle logiche di apparato e di casta, ma soprattutto dal patetico e ormai asfittico modernariato di pseudo concetti di cui è vissuta per vent’anni. Il Cavaliere non è che una mummia vivente, il nemico e allo stesso tempo l’alibi che nasconde il nulla ideativo.

Ed è naturale che  non siano solo i beneficiati, i clienti, i puttani a tenerlo in vita con il respiratore artificiale, ma anche gli avversari che senza di lui dovrebbero denunciare l’assenza di un progetto o ancor peggio la presenza un progetto fin troppo simile a quello dell’uomo di Arcore. Però finché Silvio era vincente, se non alle elezioni, nell’immaginario, gli incessanti aiutini dai D’Alema, Rutelli, Veltroni e compagnia risottante,  potevano sembrare una resa a una realtà che non si riusciva a cambiare, mentre oggi, dopo che il vento è mutato, appaiono per quello che sono: il goffo e persino ridicolo tentativo di tenere artificialmente in piedi un nemico diventato il contenuto stesso dell’opposizione.

Il Pd con un certo ritardo era riuscito a mettersi sull’onda delle amministrative e soprattutto dei referendum ai quali era contrario fino a poco tempo prima, ma ora con le aperture di D’Alema , si sempre lui, alla legge bavaglio si trova a navigare controvento, un vento che diventerà in breve tempesta. Mentre il povero Di Pietro che si era ricavato uno spazio, si riavvicina a Silvio perché è la sua ragione di vita. Così sorreggendolo a due braccia, aspetta il momento di ereditarne parte delle spoglie elettorali.

L’ex giudice pensava evidentemente a una gloriosa sconfitta ai referendum che desse un che di eroico e solitario alla sua battaglia, ma appena ha visto che non era più solo e che la vittoria arrideva, si è subito fatto moderato e ha scoperto di non voler “essere ghettizzato a sinistra” e ha anche scoperto  che “il libero mercato non è un nemico da abbattere. Difendiamo i lavoratori, ma senza imprese i lavoratori non ci stanno.L’assistenzialismo fine a sé stesso non porta da nessuna parte”.

Frasi fatte che sanno di fine anni ’80, così come lo sono quelle del milieu conservatore che il Pd coltiva nel suo seno, gli Ichino e compagnia e che alludono alle alleanze terzopoliste. E certo tutto questo non solo rende conto della qualità della nostra classe politica, ma crea uno di quegli effetti curiosi e ridicoli quando in una commedia gli attori sbagliano i tempi: mentre in un dibattito lanciato dall’Economist, una gran parte dei manager dice di non credere più nel mercato in quanto tale, ma in politiche attive di governo, la sinistra o quello che è, non vede altro che la deregulation come ancora di salvezza del Paese, quando invece è evidente che ne è stata indirettamente la rovina, spostando l’attenzione sul’impoverimento del lavoro piuttosto che sulla progettualità.  Solo quando si parla di democrazia, allora no, meglio i cerottini e i bavaglini.

Così adesso il problema non è più Berlusconi, ma chi lo alimenta artificialmente, ricevendo la discreta benedizione della Chiesa. Non so se il Paese sia migliore della classe politica, forse ha idee altrettanto vaghe e confuse, ma almeno ha scoperto un germe di speranza, mentre chi dovrebbe ascoltare ed elaborare  non riesce a scoprire che nuovi cinismi.